<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-7857606800177210418</id><updated>2012-02-16T07:29:59.539+01:00</updated><title type='text'>Contro la guerra.</title><subtitle type='html'></subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://controlaguerra.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><author><name>Donne in nero Padova  donneinnero.padova@gmail.com</name><uri>http://www.blogger.com/profile/08395108538400298838</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='21' src='http://3.bp.blogspot.com/_0-6Ar37J2Bc/S6T6miTqAQI/AAAAAAAAABk/dh-4RJWJ3Ns/S220/IM000137.JPG'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>97</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7857606800177210418.post-8622923772625242923</id><published>2012-01-31T11:31:00.002+01:00</published><updated>2012-01-31T11:31:40.368+01:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/-S-U5wzCdxYE/TyfC-5QBPJI/AAAAAAAAAEo/UVL1qoOjBkE/s1600/campagna%2Bjpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 231px; height: 320px;" src="http://2.bp.blogspot.com/-S-U5wzCdxYE/TyfC-5QBPJI/AAAAAAAAAEo/UVL1qoOjBkE/s320/campagna%2Bjpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5703741838863711378" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7857606800177210418-8622923772625242923?l=controlaguerra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://controlaguerra.blogspot.com/feeds/8622923772625242923/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2012/01/blog-post.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/8622923772625242923'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/8622923772625242923'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2012/01/blog-post.html' title=''/><author><name>Donne in nero Padova  donneinnero.padova@gmail.com</name><uri>http://www.blogger.com/profile/08395108538400298838</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='21' src='http://3.bp.blogspot.com/_0-6Ar37J2Bc/S6T6miTqAQI/AAAAAAAAABk/dh-4RJWJ3Ns/S220/IM000137.JPG'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/-S-U5wzCdxYE/TyfC-5QBPJI/AAAAAAAAAEo/UVL1qoOjBkE/s72-c/campagna%2Bjpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7857606800177210418.post-729674473091971696</id><published>2012-01-27T18:59:00.002+01:00</published><updated>2012-01-27T19:03:09.454+01:00</updated><title type='text'>Per la giornata della memoria</title><content type='html'>Riportiamo condividendolo in pieno il volantino delle din. di Torino&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;27 GENNAIO: GIORNATA DELLA MEMORIA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questa giornata ricorda il 27 gennaio 1945, data in cui venne liberato il campo di sterminio di Auschwitz, uno dei luoghi più tragici dell'olocausto nazista. Il termine olocausto viene usato per descrivere il genocidio sistematico che portò alla deportazione e allo sterminio di 6 milioni di ebrei, 500.000 rom e sinti, oltre a migliaia di comunisti, lesbiche, gay e transessuali, malati di mente, pentecostali, testimoni di Geova, sovietici, polacchi e altre popolazioni slave.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La pratica della deportazione è stata applicata anche in una delle pagine più vergognose del colonialismo italiano: dal 1911 al 1934 furono deportati a Ustica migliaia di libici come ritorsione ad azioni di resistenza all'invasione italiana del loro paese. Centinaia di loro morirono di stenti e furono sepolti in una parte del cimitero locale, il cosiddetto Cimitero degli arabi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel suo libro I sommersi e i salvati Primo Levi, sopravvissuto al lager di Auschwitz, riflette sul dovere e sulla difficoltà del portare testimonianza di eventi tanto terribili e scrive: “È avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire. Può accadere, e dappertutto”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questi orrori sono stati realizzati dalla ferocia di governi ed apparati militari, ma non sarebbero stati possibili senza il consenso, la complicità o l'indifferenza di gran parte delle popolazioni. Sono questi atteggiamenti che ci sgomentano, le troppe volte che li troviamo riproposti nelle vicende di quotidiano razzismo che si manifesta con insopportabile violenza: l'incendio del campo rom della Continassa di Torino, nello scorso dicembre, o  l'uccisione di due senegalesi a Firenze, negli stessi giorni, sono il frutto di una intolleranza diffusa nei confronti di chi appare diversa/o e solo per questo considerata/o un pericolo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In molti paesi milioni di persone si sono opposte e si oppongono alle violenze del razzismo e delle discriminazioni, consapevoli che “Neppure è accettabile la teoria della violenza preventiva: dalla violenza non nasce che violenza, in una pendolarità che si esalta nel tempo invece di smorzarsi.” (Primo Levi, I sommersi e i salvati).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non ci limitiamo alla semplice commemorazione: &lt;br /&gt;ricordare è necessario e giusto, ma è altrettanto necessario &lt;br /&gt;assumersi la responsabilità di impegnarsi contro ogni forma di discriminazione di carattere etnico, religioso, &lt;br /&gt;politico e di orientamento sessuale. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Donne in nero – Casa delle Donne di Torino&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7857606800177210418-729674473091971696?l=controlaguerra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://controlaguerra.blogspot.com/feeds/729674473091971696/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2012/01/per-la-giornata-della-memoria.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/729674473091971696'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/729674473091971696'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2012/01/per-la-giornata-della-memoria.html' title='Per la giornata della memoria'/><author><name>Donne in nero Padova  donneinnero.padova@gmail.com</name><uri>http://www.blogger.com/profile/08395108538400298838</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='21' src='http://3.bp.blogspot.com/_0-6Ar37J2Bc/S6T6miTqAQI/AAAAAAAAABk/dh-4RJWJ3Ns/S220/IM000137.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7857606800177210418.post-4695525809696072172</id><published>2011-12-17T11:21:00.000+01:00</published><updated>2011-12-17T11:23:30.042+01:00</updated><title type='text'>CONTRO UNA POLITICA DI MORTE, TAGLIAMO LE SPESE PER LE ARMI E LA GUERRA</title><content type='html'>&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;UN’ALTRA MANOVRA E’ POSSIBILE?&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Perché in questo momento di grave crisi economica, in cui sono richiesti pesanti sacrifici  a tutti, non un euro è stato tolto al bilancio del Ministero della Difesa? Perché il rigore vale sempre per i pensionati e il welfare e mai per i generali e le spese militari?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Perché sono stati confermati i finanziamenti per l’acquisto di 131 cacciabombardieri F35 al costo di circa 15 miliardi di euro?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Perché in tutti gli incontri europei non una parola è stata spesa per una riduzione concordata degli armamenti?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;OGNI ORA NEL NOSTRO PAESE SI SPENDONO 3 MILIONI DI EURO PER LE ARMI E LA GUERRA, 76 MILIONI OGNI GIORNO, 50.000 EURO AL MINUTO. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I 15 miliardi di € che si spendono per l’acquisto degli F35 equivalgono al 75% della manovra (20 miliardi sono i tagli previsti agli Enti Locali e alle regioni, che vogliono dire minori servizi sociali e aumenti delle tariffe; altri 20 miliardi sono i tagli previsti alle prestazioni sociali).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Con i 15 miliardi che si potrebbero risparmiare cancellando l’acquisto degli F35, si potrebbero costruire 2000 nuovi asili pubblici, mettere in sicurezza oltre 10.000 scuole, garantire un’indennità di disoccupazione di 700 € per 6 mesi ai lavoratori parasubordinati che perdono il posto di lavoro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;IN TUTTA LA DISCUSSIONE NAZIONALE IN ATTO SULLA MANOVRA FINANZIARIA - CHE CI COSTERÀ 20 MILIARDI DI EURO NEL 2012 E 25 MILIARDI NEL 2013 - QUASI TOTALE È IL SILENZIO DI DESTRA E SINISTRA E DEI MEDIA SUL NOSTRO BILANCIO DELLA DIFESA.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Perché nessuno descrive lo scenario provocato dalle guerre da noi supportate? Lutti, terrore, disperazione, stragi di civili, tabula rasa dei diritti costituzionali e internazionali, accaparramento da parte delle potenze occidentali di risorse per mantenere il loro modello di sviluppo.&lt;br /&gt;L’unica cosa certa è che le numerose guerre degli ultimi 20 anni non hanno risolto alcun conflitto, anzi spesso hanno lasciato una situazione peggiore. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;BASTA CON QUESTA POLITICA DI MORTE&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;TAGLIAMO LE SPESE PER LE ARMI E LA GUERRA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Donne in Nero&lt;br /&gt;Padova 17.12.2011&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;http://controlaguerra.blogspot.com/&lt;br /&gt;donneinnero.padova@gmail.com&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Aderisci alla CAMPAGNA TAGLIA LE ALI ALLE ARMI!&lt;br /&gt;Oggi più che mai, fai sentire la tua opinione sulle questioni di bilancio che ci vengono imposte dall'alto.&lt;br /&gt;http://www.peacelink.it/campagne/index.php?id=82&amp;id_topic=37&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7857606800177210418-4695525809696072172?l=controlaguerra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://controlaguerra.blogspot.com/feeds/4695525809696072172/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/12/contro-una-politica-di-morte-tagliamo.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/4695525809696072172'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/4695525809696072172'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/12/contro-una-politica-di-morte-tagliamo.html' title='CONTRO UNA POLITICA DI MORTE, TAGLIAMO LE SPESE PER LE ARMI E LA GUERRA'/><author><name>Donne in nero Padova  donneinnero.padova@gmail.com</name><uri>http://www.blogger.com/profile/08395108538400298838</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='21' src='http://3.bp.blogspot.com/_0-6Ar37J2Bc/S6T6miTqAQI/AAAAAAAAABk/dh-4RJWJ3Ns/S220/IM000137.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7857606800177210418.post-4396223520319830879</id><published>2011-11-25T19:06:00.002+01:00</published><updated>2011-11-25T19:10:24.979+01:00</updated><title type='text'>25 novembre 2011 con le donne di Colombia</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/-3dJjrMSQhcI/Ts_Z2rEKuEI/AAAAAAAAAEc/gINsDfNllQM/s1600/PB250676.JPG"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px; height: 240px;" src="http://2.bp.blogspot.com/-3dJjrMSQhcI/Ts_Z2rEKuEI/AAAAAAAAAEc/gINsDfNllQM/s320/PB250676.JPG" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5678997188433852482" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;25 NOVEMBRE 2011 &lt;br /&gt; &lt;br /&gt;GIORNATA INTERNAZIONALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE &lt;br /&gt; &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Il 25 novembre è il giorno stabilito dalle Nazioni Unite nel 1999 come Giorno Internazionale per &lt;br /&gt;l'Eliminazione della Violenza Contro le Donne: una data che ricorda l'assassinio nella &lt;br /&gt;Repubblica Dominicana nel 1960 delle tre sorelle Mirabal che si opponevano al dittatore Trujillo, &lt;br /&gt;per il cui ordine furono uccise.  &lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Oggi, insieme alle organizzazioni di donne di tutto il mondo, denunciamo la violenza &lt;br /&gt;sulle donne, quella politica e legata ai conflitti armati, così come quella domestica &lt;br /&gt;che in tutti i paesi è la prima causa di morte per le donne.  &lt;br /&gt;In ogni continente, paese e cultura, indipendentemente dal reddito, dal ceto o dal gruppo &lt;br /&gt;etnico, gli uomini uccidono le donne, le stuprano, le feriscono nel corpo e nell’anima; &lt;br /&gt;vittime di tali violenze sono donne giovani e meno giovani, immigrate e non, borghesi e &lt;br /&gt;proletarie, del Nord e del Sud del mondo. &lt;br /&gt; &lt;br /&gt;In particolare nell'agosto di quest'anno si è tenuto a Bogotà in Colombia il XV Incontro &lt;br /&gt;Internazionale delle Donne in Nero, cui abbiamo partecipato: abbiamo avuto perciò &lt;br /&gt;l’opportunità di conoscere direttamente la difficile situazione delle donne colombiane che &lt;br /&gt;subiscono i pesanti effetti di un conflitto armato per il controllo del territorio e delle sue risorse, &lt;br /&gt;che dura da decenni imponendo una militarizzazione della vita civile e una concezione della &lt;br /&gt;sicurezza centrata sul ricorso alle armi e sulla violenza come forma di gestione dei conflitti.  &lt;br /&gt;Su invito di varie organizzazioni di donne abbiamo anche visitato la città di Buenaventura &lt;br /&gt;(primo porto sul Pacifico nella regione di Valle del Cauca) dove tutti gli attori armati sono &lt;br /&gt;presenti, dai paramilitari alla guerriglia, dai narcotrafficanti all’esercito e la polizia, con pesanti &lt;br /&gt;conseguenze sulla vita della popolazione, soprattutto femminile. Ma le donne di Buenaventura &lt;br /&gt;sono anche molto organizzate e reagiscono chiedendo giustizia con coraggio e tenacia. &lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Oggi, accogliendo l’appello della rete internazionale delle Donne in Nero, siamo in piazza: &lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;br /&gt;• per esprimere solidarietà e vicinanza alle donne della Colombia e in &lt;br /&gt;particolare della città di Buenaventura; &lt;br /&gt;• per affermare che molte donne, in Colombia come in Italia, non &lt;br /&gt;accettano più di essere le vittime e prendono la parola perché non &lt;br /&gt;vogliono che scenda il silenzio sulle violenze che subiscono, perché &lt;br /&gt;esigono giustizia, perché vogliono affermare la libertà di decidere delle &lt;br /&gt;loro vite nel pubblico e nel privato e desiderano una società dove le &lt;br /&gt;relazioni tra uomini e donne si basino sul rispetto e il riconoscimento &lt;br /&gt;reciproco e dove la guerra sia considerata una vergogna. &lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;br /&gt;INSIEME A TUTTE LE DONNE DEL MONDO FACCIAMO SENTIRE LA NOSTRA &lt;br /&gt;VOCE PER DIRE CON FORZA: &lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;br /&gt;NÈ GUERRA CHE CI DISTRUGGA, NÈ PACE CHE CI OPPRIMA! &lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Donne in Nero di Padova &lt;br /&gt;25 novembre 2011 &lt;br /&gt;http://controlaguerra.blogspot.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7857606800177210418-4396223520319830879?l=controlaguerra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://controlaguerra.blogspot.com/feeds/4396223520319830879/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/11/25-novembre-2011-con-le-donne-di.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/4396223520319830879'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/4396223520319830879'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/11/25-novembre-2011-con-le-donne-di.html' title='25 novembre 2011 con le donne di Colombia'/><author><name>Donne in nero Padova  donneinnero.padova@gmail.com</name><uri>http://www.blogger.com/profile/08395108538400298838</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='21' src='http://3.bp.blogspot.com/_0-6Ar37J2Bc/S6T6miTqAQI/AAAAAAAAABk/dh-4RJWJ3Ns/S220/IM000137.JPG'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/-3dJjrMSQhcI/Ts_Z2rEKuEI/AAAAAAAAAEc/gINsDfNllQM/s72-c/PB250676.JPG' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7857606800177210418.post-8935598784834364705</id><published>2011-11-23T15:20:00.002+01:00</published><updated>2011-11-23T15:31:37.511+01:00</updated><title type='text'>25 novembre: NI UNA MAS</title><content type='html'>25 ORE IL 25 NOVEMBRE CONTRO LA VIOLENZA - NI UNA MAS.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il 25 novembre è il giorno stabilito dalle Nazioni Unite nel 1999 come Giorno Internazionale per l'Eliminazione della Violenza Contro le Donne: una data che ricorda l'assassinio nella Repubblica Dominicana nel 1960 delle tre sorelle Mirabal che si opponevano al dittatore Trujillo, per il cui ordine furono uccise. Purtroppo, in questi anni la situazione non è migliorata.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Insieme alle organizzazioni di donne di tutto il mondo, denunciamo la violenza sulle donne, quella politica e legata ai conflitti armati, così come quella domestica che in tutti i paesi è la prima causa di morte per le donne. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando in tutto il mondo le donne rivendicano la loro libertà di decidere della propria vita, molti, troppi uomini reagiscono con rabbia infliggendo umiliazioni, esclusioni, percosse e violenze. E’ proprio il persistere della disparità di potere tra uomo e donna a causare i conflitti più diversi, dall’ambito familiare, privato, a quello politico dei rapporti tra le nazioni. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Là dove imperversano guerre e conflitti armati, la voce delle donne è cancellata dal rumore delle armi: alle loro richieste di dignità, rispetto e libertà si risponde con violenze, stupri, omicidi. Non già incidenti di percorso, effetti collaterali, come molti, troppi uomini sostengono, ma strumenti deliberatamente pianificati. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nell'agosto di quest'anno si è tenuto a Bogotà in Colombia il XV Incontro Internazionale delle Donne in Nero: abbiamo così potuto conoscere la difficile situazione delle donne colombiane in particolare quelle che vivono nella città di Buenaventura dove tutti gli attori armati sono presenti, dai paramilitari alla guerriglia, dai narcotrafficanti all’esercito, alla polizia, in lotta per il controllo del territorio. Ne deriva una pesante militarizzazione della vita civile, una concezione della sicurezza basata sul ricorso alle armi, la delazione, la violenza come forma di gestione dei conflitti, con gravi conseguenze sulla vita della popolazione, soprattutto femminile. &lt;br /&gt;Ma le donne sono anche molto organizzate e reagiscono chiedendo giustizia con coraggio e tenacia. &lt;br /&gt;Il 24-25 Novembre a Buenaventura, le donne colombiane della Ruta Pacifica lancieranno 25 ore di attività: &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Programmi radio di coscientizzazione sulla violenza contro le donne. I programmi radio dureranno fino alle 05:00 del mattino. Questa ora la chiamiamo "Alborada" (o "amanecer") e sarà molto rumorosa per rendere visibile la giornata nella comunità.&lt;br /&gt;Attività nei diversi quartieri e istituzioni educative.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A mezzogiorno saranno in piazza dove ci saranno degli schermi videomessaggi di solidarietà saranno mostrati&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Alle 14:00 alla Camera Di Commercio i risultati dell'indagine sulle cifre della violenza sulle donne saranno resi pubblici. I saluti delle donne in nero italiane, spagnole, e statunitensi verranno ricevuti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Alle 19 viene organizzato un atto centrale delle Donne in Nero e della Ruta Pacifica, atto molto importante perché dà inizio alle attività della notte che realizzeremo nel centro della città, visitando bar, "negocios de fiestas y ruidos", sfidando un po' il pericolo, per coscientizzare tutti su questo tema; staremo così fino all'una di notte.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Noi, come Donne in Nero, ci siamo impegnate a promuovere nei nostri paesi varie iniziative a sostegno delle donne della Colombia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;VEDI APPUNTAMENTI SU&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;http://donneinnero.blogspot.com/&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7857606800177210418-8935598784834364705?l=controlaguerra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='related' href='http://donneinnero.blogspot.com/' title='25 novembre: NI UNA MAS'/><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://controlaguerra.blogspot.com/feeds/8935598784834364705/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/11/25-novembre-ni-una-mas.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/8935598784834364705'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/8935598784834364705'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/11/25-novembre-ni-una-mas.html' title='25 novembre: NI UNA MAS'/><author><name>Donne in nero Padova  donneinnero.padova@gmail.com</name><uri>http://www.blogger.com/profile/08395108538400298838</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='21' src='http://3.bp.blogspot.com/_0-6Ar37J2Bc/S6T6miTqAQI/AAAAAAAAABk/dh-4RJWJ3Ns/S220/IM000137.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7857606800177210418.post-4103840730515571627</id><published>2011-11-17T12:43:00.000+01:00</published><updated>2011-11-17T12:45:29.804+01:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>GIÙ LE MANI&lt;br /&gt;DALLE DONNE&lt;br /&gt;25 NOVEMBRE 2011&lt;br /&gt;GIORNATA INTERNAZIONALE&lt;br /&gt;CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE&lt;br /&gt;“La violenza contro le donne persiste in ogni paese del mondo come pervasiva viola-&lt;br /&gt;zione dei diritti umani e maggior ostacolo alla realizzazione dell’uguaglianza di gene-&lt;br /&gt;re. Perpetuata dallo Stato e dai suoi agenti, dai membri della famiglia o da estranei,&lt;br /&gt;nella sfera pubblica o privata, in tempi di pace e di guerra, tale violenza è inaccettabi-&lt;br /&gt;le. (...) Fino a quando essa perdurerà, noi non potremo pretendere di progredire real-&lt;br /&gt;mente verso l’uguaglianza, lo sviluppo, la pace.”&lt;br /&gt;(da: “Studio approfondito di tutte le forme di violenza contro le donne”,&lt;br /&gt;Una violenza diffusa e intollerabile. In ogni continente, paese e cultura, indipendentemente dal&lt;br /&gt;reddito, dal ceto o dal gruppo etnico, gli uomini uccidono le donne, le stuprano, le feriscono nel corpo&lt;br /&gt;e nell’anima; vittime di tali violenze sono donne giovani e meno giovani, immigrate e non, borghesi e&lt;br /&gt;proletarie, del Nord e del Sud del mondo: sono sempre donne.&lt;br /&gt;In Italia:&lt;br /&gt;nel 2010 115 donne hanno trovato la morte a causa della violenza maschile;&lt;br /&gt;101 nel 2006, 107 nel 2007, 112 nel 2008, 119 nel 2009;&lt;br /&gt;è soprattutto la violenza domestica la principale causa di morte per le vittime di femminicidio: nel&lt;br /&gt;2010 il 37% delle vittime è morta per mano dei mariti, il 18% da un convivente o un fidanzato, il 9% da&lt;br /&gt;un ex compagno, il 13% da parenti. Il 70,8%&lt;br /&gt;delle vittime e il 76% degli assassini sono di nazionalità italiana;&lt;br /&gt;una donna su tre, in Italia, dai 16 ai 70 anni, è stata vittima di qualche tipo di violenza fisica;&lt;br /&gt;8 casi di violenza o molestie su 10 avvengono in casa, ma il 90% delle molestie non viene denunciato.&lt;br /&gt;(Dati Istat 2010)&lt;br /&gt;Le donne del Comitato provinciale di Padova&lt;br /&gt;di SENONORAQUANDO si ritroveranno&lt;br /&gt;venerdì 25 novembre&lt;br /&gt;SULLA SCALINATA DELLA GRAN GUARDIA alle ore 12.00&lt;br /&gt;PER DIRE BASTA&lt;br /&gt;alla violenza maschile sulle donne, al controllo del corpo femminile attuato da società&lt;br /&gt;apertamente o larvatamente patriarcali , alle conseguenze nefaste dei conflitti armati&lt;br /&gt;e degli integralismi religiosi sulla vita delle donne e per riaffermare il diritto di tutte le&lt;br /&gt;donne all’autodeterminazione, a vivere in libertà e senza paura&lt;br /&gt;SIT-IN DALLE ORE 16 IN PIAZZA DEI SIGNORI&lt;br /&gt;SAREMO VICINE ALLE DONNE DI BUENAVENTURA (COLOMBIA)&lt;br /&gt;novembre&lt;br /&gt;SENONORAQUANDO Comitato provinciale di Padova&lt;br /&gt;GIÙ LE MANI&lt;br /&gt;DALLE DONNE&lt;br /&gt;25 NOVEMBRE 2011&lt;br /&gt;GIORNATA INTERNAZIONALE&lt;br /&gt;CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE&lt;br /&gt;VIVERE LIBERE DALLA VIOLENZA, LIBERE DI SCEGLIERE&lt;br /&gt;Quando in tutto il mondo le donne rivendicano la loro libertà di decidere della propria vita, molti,&lt;br /&gt;troppi uomini reagiscono con rabbia infliggendo umiliazioni, esclusioni, percosse e violenze.&lt;br /&gt;È proprio il persistere della disparità di potere tra uomo e donna a causare i conflitti più diversi,&lt;br /&gt;dall’ambito familiare, privato, a quello politico dei rapporti tra le nazioni. Le lotte per rivendicare i&lt;br /&gt;diritti all’istruzione, alle cure sanitarie, al lavoro e alla parità di retribuzione, alla maternità consa-&lt;br /&gt;pevole, alla presenza nelle Istituzioni, in molti casi il diritto stesso alla vita, riguardano, a diversi&lt;br /&gt;livelli, le donne di tutti i paesi.&lt;br /&gt;Là dove imperversano guerre e conflitti armati, la voce delle donne è cancellata dal rumore delle&lt;br /&gt;armi: alle loro richieste di dignità, rispetto e libertà si risponde con violenze, stupri, omicidi. Non&lt;br /&gt;già incidenti di percorso, effetti collaterali, come molti, troppi uomini sostengono, ma strumenti&lt;br /&gt;deliberatamente pianificati.&lt;br /&gt;Questa smisurata violenza si consuma spesso nel silenzio e nella disattenzione più totali. Una gran&lt;br /&gt;parte dell’opinione pubblica e i parlamenti nazionali, anche nelle società occidentali che vantano&lt;br /&gt;istituzioni democratiche, sembrano ignorare il crescendo di violenza che le donne stanno subendo.&lt;br /&gt;Accogliendo l’appello della rete internazionale delle Donne in Nero,&lt;br /&gt;esprimiamo solidarietà e vicinanza alle donne della Colombia&lt;br /&gt;e in particolare della città di Buenaventura&lt;br /&gt;fra le quali sono aumentate le morti violente e gli abusi di ogni tipo, sulle quali il conflitto armato,&lt;br /&gt;la militarizzazione della vita civile, la povertà aggravano il livello di violenza. Tutti gli attori arma-&lt;br /&gt;ti colombiani - guerriglieri, paramilitari, esercito, polizia, narcotrafficanti - utilizzano lo stupro come&lt;br /&gt;strumento di punizione contro comunità ritenute vicine al nemico e considerano il corpo delle&lt;br /&gt;donne come bottino di guerra.&lt;br /&gt;Ma molte donne, in Colombia come in Italia, non accettano più di essere le vittime e prendono&lt;br /&gt;la parola perché non vogliono che scenda il silenzio sulle violenze che subiscono, perché esi-&lt;br /&gt;gono giustizia, perché vogliono affermare la libertà di decidere delle loro vite nel pubblico e nel&lt;br /&gt;privato e desiderano una società dove le relazioni tra uomini e donne si basino sul rispetto e il&lt;br /&gt;riconoscimento reciproco.&lt;br /&gt;ALLE DONNE DI BUENAVENTURA (COLOMBIA) SAREMO VICINE&lt;br /&gt;DURANTE IL SIT-IN DALLE ORE 16 IN PIAZZA DEI SIGNORI.&lt;br /&gt;A noi donne spetta il compito di essere protagoniste della nostra liberazione, rifiutando ogni&lt;br /&gt;espressione patriarcale (gli integralismi religiosi, le guerre, gli scontri di civiltà, le società mili-&lt;br /&gt;tarizzate, le politiche securitarie, la subalternità al mondo maschile e ai suoi valori) e pratican-&lt;br /&gt;do l'etica del rispetto di sé e del rispetto tra diversi.&lt;br /&gt;INSIEME A TUTTE LE DONNE DEL MONDO FACCIAMO SENTIRE&lt;br /&gt;LA NOSTRA VOCE PER DIRE CON FORZA:&lt;br /&gt;NÈ GUERRA CHE CI DISTRUGGA, NÈ PACE CHE CI OPPRIMA!&lt;br /&gt;DONNE IN NERO di Padova&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7857606800177210418-4103840730515571627?l=controlaguerra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://controlaguerra.blogspot.com/feeds/4103840730515571627/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/11/giu-le-mani-dalle-donne-25-novembre.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/4103840730515571627'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/4103840730515571627'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/11/giu-le-mani-dalle-donne-25-novembre.html' title=''/><author><name>Donne in nero Padova  donneinnero.padova@gmail.com</name><uri>http://www.blogger.com/profile/08395108538400298838</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='21' src='http://3.bp.blogspot.com/_0-6Ar37J2Bc/S6T6miTqAQI/AAAAAAAAABk/dh-4RJWJ3Ns/S220/IM000137.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7857606800177210418.post-7777658427896429016</id><published>2011-11-17T12:38:00.000+01:00</published><updated>2011-11-17T12:39:09.983+01:00</updated><title type='text'>Per il 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne</title><content type='html'>25 NOVEMBRE 2011&lt;br /&gt;GIORNATA INTERNAZIONALE CONTRO LA VIOLENZA &lt;br /&gt;SULLE DONNE&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Accogliendo l’appello della rete internazionale delle Donne in Nero, esprimiamo solidarietà e vicinanza alle donne della Colombia e in particolare della città di Buenaventura, fra le quali sono aumentate le morti violente e gli abusi di ogni tipo, sulle quali il conflitto armato, la militarizzazione della vita civile, la povertà aggravano il livello di violenza. Tutti gli attori armati colombiani - guerriglieri, paramilitari, esercito, polizia, narcotrafficanti - utilizzano lo stupro come strumento di punizione contro comunità ritenute vicine al nemico e considerano il corpo delle donne come bottino di guerra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La violenza contro le donne è una violenza diffusa e intollerabile&lt;br /&gt;In ogni continente, paese e cultura, indipendentemente dal reddito, dal ceto o dal gruppo etnico, gli uomini uccidono le donne, le stuprano, le feriscono nel corpo e nell’anima; vittime di tali violenze sono donne giovani e meno giovani, immigrate e non, borghesi e proletarie, del Nord e del Sud del mondo: sono sempre donne.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In Italia:&lt;br /&gt;nel 2010 115 donne hanno trovato la morte a causa della violenza maschile (101 nel 2006, 107 nel 2007, 112 nel 2008, 119 nel 2009);&lt;br /&gt;è soprattutto la violenza domestica la principale causa di morte per le vittime di femminicidio: nel 2010 il 37% delle vittime è morta per mano dei mariti, il 18% da un convivente o un fidanzato, il 9% da un ex compagno, il 13% da parenti. Il 70,8% delle vittime e il 76% degli assassini sono di nazionalità italiana;&lt;br /&gt;una donna su tre, in Italia, dai 16 ai 70 anni, è stata vittima di qualche tipo di violenza fisica; &lt;br /&gt;8 casi di violenza o molestie su 10 avvengono in casa, ma il 90% delle molestie non viene denunciato. &lt;br /&gt;(Dati Istat 2010)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma molte donne, in Colombia come in Italia, non accettano più di essere le vittime e prendono la parola perché non vogliono che scenda il silenzio sulle violenze che subiscono, perché esigono giustizia, perché vogliono affermare la libertà di decidere delle loro vite nel pubblico e nel privato e desiderano una società dove le relazioni tra uomini e donne si basino sul rispetto e il riconoscimento reciproco e dove la guerra sia considerata una vergogna.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;INSIEME A TUTTE LE DONNE DEL MONDO FACCIAMO SENTIRE LA NOSTRA VOCE PER DIRE CON FORZA:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;NÈ GUERRA CHE CI DISTRUGGA, Nè PACE CHE CI OPPRIMA!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Donne in Nero di Padova&lt;br /&gt;25 novembre 2011&lt;br /&gt;http://controlaguerra.blogspot.com/&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7857606800177210418-7777658427896429016?l=controlaguerra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://controlaguerra.blogspot.com/feeds/7777658427896429016/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/11/per-il-25-novembre-giornata.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/7777658427896429016'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/7777658427896429016'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/11/per-il-25-novembre-giornata.html' title='Per il 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne'/><author><name>Donne in nero Padova  donneinnero.padova@gmail.com</name><uri>http://www.blogger.com/profile/08395108538400298838</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='21' src='http://3.bp.blogspot.com/_0-6Ar37J2Bc/S6T6miTqAQI/AAAAAAAAABk/dh-4RJWJ3Ns/S220/IM000137.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7857606800177210418.post-9049031927687984358</id><published>2011-11-13T13:47:00.001+01:00</published><updated>2011-11-13T13:49:29.129+01:00</updated><title type='text'>Incontri  proposti da Femminile Plurale a Vicenza sulle primavere arabe</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/-hTeIbGTDwFI/Tr-8xw6q5HI/AAAAAAAAAEQ/cG17BHWr3MQ/s1600/locandina%2B18%2Bnovembre%2B16%2Bdicembre%2Bcopy.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 226px; height: 320px;" src="http://3.bp.blogspot.com/-hTeIbGTDwFI/Tr-8xw6q5HI/AAAAAAAAAEQ/cG17BHWr3MQ/s320/locandina%2B18%2Bnovembre%2B16%2Bdicembre%2Bcopy.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5674461618640708722" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7857606800177210418-9049031927687984358?l=controlaguerra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://controlaguerra.blogspot.com/feeds/9049031927687984358/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' 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/&gt;15 novembre ore 17.30 aula B3 &lt;br /&gt;Via del Santo 22 –Cà Borin facoltà di Scienze Politiche&lt;br /&gt;Interverranno&lt;br /&gt;Alisa Del Re, direttora del CIRSPG&lt;br /&gt;Marianita de Ambrogio, Donne in Nero&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Traduzione dallo spagnolo di Sabina Verdi&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;CIRSPG, Centro interdipartimentali di ricerca: studi  sulle politica di Genere, Via Rialto, 15 – 35123 Padova – tel: 049-827.8929  - Fax: 049-8278968 Direttora: Prof. Alisa Del Re sito web:  http://www.unipd-cirspg.it/&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7857606800177210418-2596515705452311047?l=controlaguerra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://controlaguerra.blogspot.com/feeds/2596515705452311047/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/11/incontro-con-cecilia-salazar-per.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/2596515705452311047'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/2596515705452311047'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/11/incontro-con-cecilia-salazar-per.html' title='Incontro con Cecilia Salazar  per conoscere la realtà delle donne in Bolivia'/><author><name>Donne in nero Padova  donneinnero.padova@gmail.com</name><uri>http://www.blogger.com/profile/08395108538400298838</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='21' src='http://3.bp.blogspot.com/_0-6Ar37J2Bc/S6T6miTqAQI/AAAAAAAAABk/dh-4RJWJ3Ns/S220/IM000137.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7857606800177210418.post-4356851098071007191</id><published>2011-10-28T14:16:00.004+02:00</published><updated>2011-10-28T17:07:49.759+02:00</updated><title type='text'>Per una riflessione intorno alla guerra in Afghanistan</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/-sOdrsrjnRE8/TqrFFBBdyZI/AAAAAAAAADg/UPguLXz3dR0/s1600/ragazza%2Bviola%2B80x200.JPG"&gt;&lt;img style="cursor:pointer; cursor:hand;width: 129px; height: 320px;" src="http://2.bp.blogspot.com/-sOdrsrjnRE8/TqrFFBBdyZI/AAAAAAAAADg/UPguLXz3dR0/s320/ragazza%2Bviola%2B80x200.JPG" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5668559770963790226" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;AFGHANISTAN : GUERRA MA NON SOLO GUERRA&lt;br /&gt;Mostra Fotografica&lt;br /&gt;Foto di Carla Dazzi&lt;br /&gt;Video con foto di Mauro Sioli, Ivana Stefani,&lt;br /&gt;Francesca Flumeni&lt;br /&gt;AULA MAGNA LICEO TITO LIVIO&lt;br /&gt;Padova, Riviera dei Ponti Romani&lt;br /&gt;7 – 14 Novembre 2011&lt;br /&gt;inaugurazione: lunedì 7 novembre 2011 alle 16.30&lt;br /&gt;orari apertura:&lt;br /&gt;tutte le mattine, esclusa la domenica, dalle 9.00 alle&lt;br /&gt;13.00&lt;br /&gt;pomeriggio: martedì 8 e mercoledì 9 dalle 15.00 alle&lt;br /&gt;18.00&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Da quando sono nata, non ho mai visto la libertà in&lt;br /&gt;Afghanistan. Ho sperimentato solo crimini, una brutalità&lt;br /&gt;senza fine, sangue versato.&lt;br /&gt;Il mio sogno è di vivere, magari anche un solo giorno, ma&lt;br /&gt;senza fondamentalismo. Vorrei che le nuove generazioni&lt;br /&gt;potessero crescere in un paese moderno, civile.”&lt;br /&gt;- Queste le parole di Zoja, una giovane donna afghana -&lt;br /&gt;Ma l'Afghanistan non è solo guerra - anche se la guerra&lt;br /&gt;è una realtà da decenni presente nella vita&lt;br /&gt;quotidiana della gente - e gli afghani non sono solo&lt;br /&gt;guerrieri o fondamentalisti.&lt;br /&gt;Esiste anche un altro Afghanistan di cui si parla poco, un&lt;br /&gt;paese di donne e uomini che, pur vivendo dentro i&lt;br /&gt;conflitti, cercano soluzioni alternative a quelle basate sui&lt;br /&gt;rapporti di forza e l'uso della violenza.&lt;br /&gt;http://controlaguerra.blogspot.com/&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7857606800177210418-4356851098071007191?l=controlaguerra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://controlaguerra.blogspot.com/feeds/4356851098071007191/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/10/per-una-riflessione-intorno-alla-guerra.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/4356851098071007191'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/4356851098071007191'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/10/per-una-riflessione-intorno-alla-guerra.html' title='Per una riflessione intorno alla guerra in Afghanistan'/><author><name>Donne in nero Padova  donneinnero.padova@gmail.com</name><uri>http://www.blogger.com/profile/08395108538400298838</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='21' src='http://3.bp.blogspot.com/_0-6Ar37J2Bc/S6T6miTqAQI/AAAAAAAAABk/dh-4RJWJ3Ns/S220/IM000137.JPG'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/-sOdrsrjnRE8/TqrFFBBdyZI/AAAAAAAAADg/UPguLXz3dR0/s72-c/ragazza%2Bviola%2B80x200.JPG' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7857606800177210418.post-992335855545721527</id><published>2011-10-21T21:50:00.000+02:00</published><updated>2011-10-21T21:57:33.666+02:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/-kuFxL8vlqw4/TqHOkYNlkfI/AAAAAAAAADU/TDc5kpQII-M/s1600/Incontro%2B27%2Bottobre%2B2011.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 284px; height: 400px;" src="http://2.bp.blogspot.com/-kuFxL8vlqw4/TqHOkYNlkfI/AAAAAAAAADU/TDc5kpQII-M/s400/Incontro%2B27%2Bottobre%2B2011.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5666036930578846194" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7857606800177210418-992335855545721527?l=controlaguerra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://controlaguerra.blogspot.com/feeds/992335855545721527/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/10/blog-post.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/992335855545721527'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/992335855545721527'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/10/blog-post.html' title=''/><author><name>Donne in nero Padova  donneinnero.padova@gmail.com</name><uri>http://www.blogger.com/profile/08395108538400298838</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='21' src='http://3.bp.blogspot.com/_0-6Ar37J2Bc/S6T6miTqAQI/AAAAAAAAABk/dh-4RJWJ3Ns/S220/IM000137.JPG'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/-kuFxL8vlqw4/TqHOkYNlkfI/AAAAAAAAADU/TDc5kpQII-M/s72-c/Incontro%2B27%2Bottobre%2B2011.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7857606800177210418.post-70226237221814145</id><published>2011-10-20T16:17:00.001+02:00</published><updated>2011-10-20T16:18:22.532+02:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>IN SOLIDARIETA’ CON LE DONNE COLMBIANE DI BUENAVENTURA, VI INVITIAMO A SOTTOSCRIVERE QUESTA LETTERA E A INVIARLA ALL’AMBASCIATA COLOMBIANA IN  ITALIA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;AMBASCIATA DI COLOMBIA IN ITALIA&lt;br /&gt;VIA PISANELLI, 4&lt;br /&gt;00196 ROMA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Egregio Ambasciatore,&lt;br /&gt;con la presente mi rivolgo a Lei per esprimere la mia profonda preoccupazione per la situazione delle donne che vivono a Buenaventura nella regione Valle del Cauca.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La situazione delle donne viene descritta dettagliatamente in un documento che la MESA DE BUEN TRATO Y PREVENCION DE LAS VIOLENCIAS BASADAS EN GENERO DE BUENAVENTURA  ha presentato di recente alle autorità, “Mujeres en Buenaventura punto focal de acciones violentas”: nella città tutti gli attori armati sono presenti (paramilitarii guerriglia, narcotrafficanti, esercito e polizia) con effetti pesanti sulla vita della popolazione: il conflitto armato ha provocato 1520 vittime negli ultimi 3 anni, il 95% delle quali sono afrodiscendenti sotto i 28 anni; c’è un numero preoccupante di sparizioni forzate, che non vengono denunciate per paura; donne che vengono uccise in maniera disumana, mutilate, fatte a pezzi, buttate nei campi; maltrattamenti fisici e psicologici, gravidanze forzate di minorenni, prostituzione forzata. Negli ultimi tre anni ci sono state 63 morti violente, già 12 donne assassinate dall’inizio del 2011, 37 casi di violenza sessuale riportati dalla polizia nel 2010. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Di fronte a questa situazione le organizzazioni delle donne di Buenaventura si sono rivolte alle autorità esigendo che sia fatta giustizia, che i delitti contro le donne non restino impuniti, che le donne possano circolare liberamente senza paura e senza essere minacciate. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Considerando tutto questo Le chiedo di far pervenire alle autorità colombiane con urgenza le seguenti richieste:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- l’adozione di adeguate misure di protezione per la sicurezza delle donne minacciate e in particolare l’adempimento degli impegni assunti in virtù della Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Diritti e Doveri di Individui, Gruppi e Istituzioni di Promuovere e Proteggere i Diritti Umani e le Libertà Fondamentali Universalmente Riconosciute, e che si  garantisca che le/i difensore/i dei diritti umani possano esercitare il diritto a portare avanti le loro attività senza restrizioni e senza timori di rappresaglie;&lt;br /&gt;- l’applicazione di tutte le leggi nazionali e le convenzioni internazionali relative al riconoscimento dei diritti delle donne;&lt;br /&gt;- che i crimini commessi contro le donne in quanto donne siano riconosciuti come femminicidio e che questo sia assunto nella legge colombiana.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Confidando nella Sua sollecitudine, porgo cordiali saluti&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7857606800177210418-70226237221814145?l=controlaguerra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://controlaguerra.blogspot.com/feeds/70226237221814145/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/10/in-solidarieta-con-le-donne-colmbiane.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/70226237221814145'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/70226237221814145'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/10/in-solidarieta-con-le-donne-colmbiane.html' title=''/><author><name>Donne in nero Padova  donneinnero.padova@gmail.com</name><uri>http://www.blogger.com/profile/08395108538400298838</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='21' src='http://3.bp.blogspot.com/_0-6Ar37J2Bc/S6T6miTqAQI/AAAAAAAAABk/dh-4RJWJ3Ns/S220/IM000137.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7857606800177210418.post-4936227870202538683</id><published>2011-10-01T18:09:00.001+02:00</published><updated>2011-10-01T18:11:10.474+02:00</updated><title type='text'>BASTA GUERRA IN AFGHANISTAN</title><content type='html'>8 ottobre 2001 – 8 ottobre 2011 &lt;br /&gt; &lt;br /&gt;DIECI ANNI DI INUTILE GUERRA IN AFGHANISTAN &lt;br /&gt;ORA BASTA! &lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Dopo l’11 settembre, gli USA e i loro alleati iniziano l’occupazione dell’Afghanistan con &lt;br /&gt;pesanti bombardamenti per: &lt;br /&gt; &lt;br /&gt;• “sconfiggere il terrorismo”  &lt;br /&gt;• abbattere il regime dei talebani responsabili di aver sostenuto Bin Laden &lt;br /&gt;• riportare la democrazia  &lt;br /&gt;• liberare le donne  &lt;br /&gt;• ricostruire un paese già devastato da decenni di guerra  &lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Dopo 10 anni: &lt;br /&gt; &lt;br /&gt;• la guerra ha stroncato circa 43.000 vite umane;   &lt;br /&gt;• i “signori della guerra” occupano governo e parlamento afghani; il governo Karzai &lt;br /&gt;ha varato una legge che garantisce l’amnistia per tutti i crimini di guerra commessi &lt;br /&gt;in Afghanistan negli ultimi vent’anni; &lt;br /&gt;• i Talebani, cacciati dal paese nel dicembre 2001, sono tornati ad avere sempre più &lt;br /&gt;influenza e potere in molte province;  &lt;br /&gt;• le condizioni delle donne afghane non hanno registrato alcun tangibile &lt;br /&gt;cambiamento; anzi, in alcune parti del paese la vita è peggiorata: il tasso di &lt;br /&gt;rapimenti, stupri, vendita di ragazze, matrimoni forzati, aggressioni con l’acido, &lt;br /&gt;prostituzione, suicidi (donne di età compresa fra i 18 e i 35 anni si danno fuoco &lt;br /&gt;per liberarsi della loro miseria) è salito a un livello senza precedenti; &lt;br /&gt;• una grave povertà colpisce oltre l’80% della popolazione afgana: mancano case, &lt;br /&gt;scuole, ospedali e lavoro; la produzione di oppio è arrivata a circa il 96% del totale &lt;br /&gt;mondiale. &lt;br /&gt; &lt;br /&gt;In 10 anni di intervento militare i soli USA hanno speso più di 487 miliardi di dollari. &lt;br /&gt;Il governo italiano, mentre approva la nuova manovra finanziaria per strozzare ancora di &lt;br /&gt;più il nostro paese, rifinanzia la missione italiana in Afghanistan (con il solo voto &lt;br /&gt;contrario dell’IDV) che nel primo semestre 2011 ha previsto una spesa di 410 milioni di &lt;br /&gt;euro e una presenza di 4.350 soldati.  &lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Raccogliendo la voce delle donne e della società civile afghana &lt;br /&gt;usciamo in piazzetta Garzeria a Padova il 5 ottobre alle 17 &lt;br /&gt; &lt;br /&gt;per chiedere:  &lt;br /&gt; &lt;br /&gt;IL RITIRO DELLE TRUPPE ITALIANE E STRANIERE DALL'AFGHANISTAN,  &lt;br /&gt;IL CONGELAMENTO DELLE SPESE MILITARI,  &lt;br /&gt;IL SOSTEGNO DELLE VERE FORZE DEMOCRATICHE DEL PAESE,  &lt;br /&gt;LA COSTITUZIONE DI UN TRIBUNALE INTERNAZIONALE  &lt;br /&gt;CONTRO TUTTI I CRIMINALI DI GUERRA AFGHANI &lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Donne in Nero &lt;br /&gt;Padova, 5 ottobre 2011 &lt;br /&gt; &lt;br /&gt;http://controlaguerra.blogspot.com/&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7857606800177210418-4936227870202538683?l=controlaguerra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://controlaguerra.blogspot.com/feeds/4936227870202538683/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/10/basta-guerra-in-afghanistan.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/4936227870202538683'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/4936227870202538683'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/10/basta-guerra-in-afghanistan.html' title='BASTA GUERRA IN AFGHANISTAN'/><author><name>Donne in nero Padova  donneinnero.padova@gmail.com</name><uri>http://www.blogger.com/profile/08395108538400298838</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='21' src='http://3.bp.blogspot.com/_0-6Ar37J2Bc/S6T6miTqAQI/AAAAAAAAABk/dh-4RJWJ3Ns/S220/IM000137.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7857606800177210418.post-8444794339423147811</id><published>2011-09-21T23:32:00.002+02:00</published><updated>2011-09-21T23:35:34.651+02:00</updated><title type='text'>Ancora dalla Colombia: provocazioni e workshop</title><content type='html'>PROVOCAZIONI&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Giovedì 18 agosto, 1^ sessione&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Violenza contro le donne lesbiche - Ria Convento, Belgio e Lulu (Luzviminda Uzuri Carpenter), Stati Uniti&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ria: Questo è il mio 12° Incontro Internazionale di Donne in Nero. Ho 57 anni, e dagli anni ’70 ho fatto parte del movimento delle donne e per la pace. Vengo da una nazione ricca, da una famiglia del ceto medio: non ho mai avuto fame, ho sempre avuto un tetto, ho potuto studiare: ma poiché ero una bambina grassa e mi innamoravo spesso di ragazze, ho dovuto affrontare la discriminazione e l’oppressione. Anche nel movimento delle donne e per la pace c’era la consegna del silenzio: non dire mai che sei lesbica! Può danneggiare il movimento. E c’era anche la sofferenza dei contatti personali: quando sapevano che ero lesbica, facevano un passo indietro. Il movimento mi ha comunque aiutata a riconoscermi come lesbica. &lt;br /&gt;L’omofobia è ancora presente, per questo bisogna parlarne in modo specifico nei convegni. L’ostilità si sente ovunque nella società, le minacce e gli insulti sono molto spesso connotati sessualmente. Tra le Donne in Nero è importante parlare del lesbismo come elemento di lotta contro il patriarcato e il militarismo, e non mettere a tacere le differenze tra le donne. Ricordo con molto piacere il seminario di Gerusalemme sul lesbismo, molto ben organizzato da Hannah Safran. So che il nostro strumento principale è  la solidarietà.&lt;br /&gt;Può sembrare che in Belgio, come in altri paesi, l’omofobia non esista perché le leggi danno uguali diritti a gay e lesbiche, ma bisogna mantenere alta l’attenzione, per l’aumento di atteggiamenti di odio e linguaggi aggressivi, come quelli di partiti politici di estrema destra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lulu: Mia madre è filippina, sono figlia di un militare e sono cresciuta nelle basi militari. Mia madre è stata stuprata in un abase. Sono attivista in difesa delle donne che hanno subito violenza. Le donne subiscono le maggiori violazioni dei diritti umani, e la violenza sessuale e quella contro le lesbiche è maggiore nelle situazioni di conflitto: in Iraq la campagna di “pulizia sessuale” criminalizza le lesbiche; fenomeno che si verifica anche in Sud Africa, malgrado l’esistenza di leggi contro le discriminazioni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Violenza e oppressione sessuale - Olga Amparo Sanchez Gomez, Colombia&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Noi donne stiamo creando una contro-cultura, con le nostre differenze di classe, di paese, di sessualità pratichiamo una prassi politica per noi stesse. “Provocare” viene dal latino ‘provocar’, incitare, indurre, iniziare, suscitare desiderio sessuale, provocare il riso, fare qualcosa che produce una reazione, per indurre alla riflessione.&lt;br /&gt;Il tema qui è violenza e oppressione. Si sta affermando il concetto di violenza di genere; ma nel parlare di violenza di genere (o violenza domestica) minimizziamo la vittima. E’ un concetto analitico: genere non è sinonimo di donne, dobbiamo parlare di violenza contro le donne, e penso che questa sia una questione seria. Uno dei trucchi del patriarcato è quello di nascondere la violenza contro le donne, trattandola come una questione di salute pubblica, come una malattia: io dico NO, la violenza contro le donne è una questione di DIRITTI. Eppure ancora qualche femminista parla di violenza di genere e ne cerca le cause… così noi de-politicizziamo la violenza contro le donne, che è continuamente presente nelle nostre vite. Questo non significa che tutte le donne abbiano la stessa esperienza, ma che la violenza è una realtà continua nella vita delle donne, che la violenza è il maggior rischio dell’essere donna.&lt;br /&gt;I lavori delle donne sono svalutati. L’oppressione è una faccia dell’ingiustizia sociale, l’impossibilità per un essere umano di realizzare il proprio grande potenziale; dobbiamo allargare questo concetto alle subordinazioni multiple: anche tra noi non c’è omogeneità; a volte possiamo fare alleanze, a volte si creano tensioni.&lt;br /&gt;I corpi delle donne sono stati colonizzati per mezzo di armi simboliche e la nostra sessualità espropriata attraverso la prostituzione forzata, le gravidanze forzate e l’estetica: questo è il motivo per cui i chirurghi plastici sono così ricchi e le donne sono anoressiche.&lt;br /&gt;La violenza sessuale nei conflitti armati riproduce la violenza contro le donne. Gli stereotipi di genere sono rigenerati nella guerra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Impunità e Tribunali delle donne a livello internazionale – Corinne Kumar, India&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ringrazia tutte le donne presenti all’incontro, che offre cibo al cuore; ringrazia quelle che non sono potute venire; ringrazia le Donne in nero di Londra  (e Cynthia, Rebecca, Liz),  che la hanno aiutata a essere qui; ringrazia Shima e la Ruta Pacifica per l’attenzione, cura e empatia: il modo in cui ci siamo tenute in relazione in questi giorni è qualcosa di diverso; ringrazia Maria Luisa e Maria del Socorro per una lettera della Ruta Pacifica: sapere il peggio ci dà la libertà di sperare il meglio, e di lavorare per ottenerlo; ringrazia le Mima-hadas che hanno portato un sentimento di meraviglia nella sala: dalla realtà – ogni 14 giorni una donna è uccisa in Colombia – alla fantasia che ci rimette con i piedi per terra, le Mima-hadas ci hanno insegnato che noi siamo le danzatrici, ma siamo anche la danza.&lt;br /&gt;Cibo per il pensiero: ieri Mireya ha detto di ascoltare le voci del Sud che sono state sottomesse e tacitate; lo chiamano Terzo mondo, ma va capito che cosa significano i movimenti dei popoli, la saggezza e le visioni delle donne che trovano nuovi paradigmi. Significa costruire un nuovo linguaggio, negare che ci sia un unico modo ragionevole di capire la realtà, scoprire le conoscenze dei popoli indigeni che non sono “moderni”; rifacendosi a Foucault, afferma che il Sud è una insurrezione di ricordi soggiogati, con la storia e la memoria che creano nuovi percorsi; è una rivoluzione profonda, nuove lezioni per il mondo, un nuovo dialogo tra civilizzazioni, non mediato da una civilizzazione dominante, un nuovo immaginario politico. &lt;br /&gt;Nelle testimonianze così potenti di Ria e di Olga, negli interventi e nelle discussioni, la parola che emerge è violenza. Stiamo vivendo tempi molto violenti, i sogni diventano incubi, le visioni di vita collassano, in un ordine violento che denigra le donne. I nostri ricordi comuni e collettivi stanno morendo, il futuro è sempre più frammentato. La pace americana significa sottomettere il mondo, la guerra al terrorismo conduce a guerre per le risorse e a nuove parole: danni collaterali, attacco preventivo, giornalisti ‘embedded’, droni, rendition… parole fradice di sangue.&lt;br /&gt;La violenza contro le donne non solo sta aumentando, ma si sta intensificando in genocidio-gynocidio; il diritto di essere donna è negato; gli spazi politici dell’altro si chiudono; il mondo è  alla fine della sua immaginazione.&lt;br /&gt;Dobbiamo considerare i crimini di guerra – in guerra e in pace – e il riconoscimento del terrore e della violenza di stato. Il vecchio paradigma considera i diritti come diritti dei potenti, mentre va elaborato un concetto di violenza che includa povertà, fame, malnutrizione, militarizzazione… Dobbiamo guardare con occhi di donna le persone marginalizzate, ascoltando le voci di chi non condivide il potere. Con questo Encuentro cominciamo ad articolare una nuova etica della cura e della compassione, un modo diverso di fare politica. &lt;br /&gt;Nel Tribunale Penale Internazionale (TPI) i crimini sono de-storicizzati e de-contestualizzati, li si tratta asetticamente, si parla di povertà e si escludono i poveri. Non c’è posto per l’emozione o il dramma. Occorre costruire un altro concetto di giustizia, usando le testimonianze e le espressioni di resistenza come testo, ma ci vuole un contesto. Il TPI si occupa solo dei piccoli dittatori – non di Bush o di Blair, per i quali la giustizia non arriva mai. Stanno ancora lavorando all’interno dei vecchi paradigmi.&lt;br /&gt;Tra un anno terremo un Tribunale delle Donne in Colombia – contro l’oblio e per l’esistenza. La nostra rivendicazione della verità offre un nuovo paradigma di conoscenza e giustizia, dicendo la verità al potere, parlando alla coscienza del mondo, de-colonizzando le nostre menti e la nostra immaginazione. Non troveremo mai la verità nel patriarcato, occorrono invece parole per abbracciare il mondo, come dicono gli zapatisti.&lt;br /&gt;Gli strumenti del padrone non distruggeranno mai la casa del padrone…&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;WORKSHOPS 18 AGOSTO, 1^ sessione&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Violenza sessuale nel conflitto armato in Colombia. Violenza e oppressione sessuale - Olga Amparo Sanchez Gomez, Colombia&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dopo un’introduzione di Olga Amparo che ha richiamato quanto detto nella pro-vocazione, una donna colombiana ha letto un testo sulla violenza, antica come il patriarcato.&lt;br /&gt;Dareen Khattab: riprende il tema posto nella plenaria circa la sessualizzazione nel contesto della militarizzazione, che deforma anche quella degli uomini. In Palestina, come in Congo o nelle Filippine accade che anche uomini siano vittime di violenza sessuale; domanda perciò che cosa intenda Olga Amparo per violenza sessuale e propone che vengano inclusi gli uomini.&lt;br /&gt;Una donna dalla Spagna: la violenza è presente in tutti gli stadi della vita e in tutti gli strati sociali. Risponde a Dareen che quella degli uomini è un’altra questione e che in ogni caso si tratta di violenza machista.&lt;br /&gt;Olga Amparo: la violenza sessuale contro gli uomini in contesto di guerra è una questione diversa, è un modo di femminilizzarli, è qualitativamente diversa dall’appropriazione del corpo femminile.&lt;br /&gt;Alejandra (Colombia): denuncia le operazioni dei paramilitari e parla del contesto politico e delle responsabilità pubblica e statale.&lt;br /&gt;Donna dalla Colombia: ricorda le donne violate da tutti gli attori armati e le bambine di 11 o 12 anni che vengono messe incinte . Vorrebbe che Olga Amparo elaborasse di più sui temi che ha introdotto, sul simbolico, sulla mentalità che coinvolge anche noi nel militarismo.&lt;br /&gt;Nuria (Colombia): concorda con Alejandra circa la responsabilità della cultura e dei media; si rifà alla lotta femminista per la vita.&lt;br /&gt;Altra donna dalla Colombia: la violenza nel paese esercitata nel contesto del conflitto armato sta coprendo la violenza sessuale nella vita quotidiana; le cifre delle violenze contro ragazze minori di 15 anni o addirittura di 10 sono vergognose e avvengono in casa, da parte dei padri, non degli attori armati. Altissimi i numeri del femminicidio, la polizia li definisce crimini passionali, li giustifica con il fatto che sono ancora più numerosi gli uomini uccisi e li riconduce alla violenza armata nei barrios. Quali possono essere le strategie perché le donne non legittimino queste dinamiche?&lt;br /&gt;Altra donna dalla Colombia: cita fatti degli anni ’80 che hanno portato alla prima proposta di Commissariato di difesa della famiglia, si diceva che sarebbe stato discriminatorio farla parlando delle donne. Adesso narcotraffico, esercito, politici, Farc sono uniti nella mafia del denaro; In un convegno come questo, narcotraffico e corruzione non possono passare senza menzione.&lt;br /&gt;Donna dall’Uruguay: nel suo paese molte donne muoiono, per lo più nelle case, per mano di mariti, amanti; prima non si facevano le denunce perché la polizia è machista, ora è stata approvata la legge sulla violenza domestica; fisica, economica, patrimoniale, sui diritti relativi ai figli. Ancora più importante è l’aver fatto una Commissione delle donne; ci sono équipes multidisciplinari nei comuni per sostenere le donne. Il primo punto è l’autostima, la denuncia è possibile se la donna si sente forte. La violenza viene giustificata come un atto naturale, passionale: no, è femminicidio, assassinio, fa parte del sistema patriarcale. A settembre verrà approvata una legge perché i figli vittime di violenza domestica possano avere sostegno economico per ricevere aiuto psicologico quando compiono 18 anni. Sarà un punto fermo per tutta l’America Latina.&lt;br /&gt;Donna da Antiochia: parla della violenza di non avere accesso alle risorse naturali, all’acqua; quando ci sono megaprogetti che scacciano le persone è una forma di violenza mentale, psicologica.&lt;br /&gt;Olga Amparo: nei paesi in pace o in condizione di conflitto armato, la situazione di oppressione sui corpi delle donne è la stessa. Riafferma quanto ha detto nella sua pro-vocazione: non possiamo avere una posizione essenzialista, occorre un’azione politica contro il militarismo.&lt;br /&gt;Viene preparato un cartellone per la sintesi in plenaria.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Violenze contro le donne lesbiche - Camila Esguerra, Colombia&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si inizia con la lettura di molte brevi testimonianze di violenze contro donne lesbiche in Colombia: uccisione a Medellin di una donna di 35 anni e della sua compagna di 26; lesbiche stuprate da paramilitari “per mostrare loro cosa è una donna”; ragazza di 14 anni accusata di essere lesbica, torturata e uccisa da tre paramilitari; gruppi militari e paramilitari impongono  “castighi” fino allo stupro; minacciano, proibiscono certi abiti, a gay e lesbiche….&lt;br /&gt;Camila: la violenza contro le lesbiche non è episodica ma sistematica; le lesbiche sono considerate devianti dalla regola sociale, e per questo punite. Ricordiamo che la violenza sessuale è un delitto contro l’umanità.&lt;br /&gt;Interventi:&lt;br /&gt;Manca il rispetto per la differenza.&lt;br /&gt;Nella vita quotidiana è preoccupante la discriminazione, la violenza psicologica fatta dai vicini o dalla chiesa, la derisione, le burle.&lt;br /&gt;Anche il silenzio su queste notizie serve a negare l’esistenza di gay e lesbiche.&lt;br /&gt;Come femministe è importante assumere la discriminazione nei confronti di LGBT come parte della violazione dei diritti umani, come qualunque esclusione, perché è un fatto politico importante.&lt;br /&gt;Camila: L’eterosessualità obbligatoria è una istituzione oppressiva, ed è un problema di tutte le donne, riguarda come le donne amministrano il proprio corpo. Ogni donna che rifiuta il suo ruolo è tacciata di lesbismo. C’è anche una grande complicità delle autorità, come nel caso della polizia che ha arrestato due ragazze di 17 anni che si davano un bacio. Mostrarsi, uscire in strada è considerata una “provocazione” da tutti gli attori (guerriglia, paramilitari, polizia) armati o no. Anche la famiglia contribuisce a questa oppressione.&lt;br /&gt;Interventi:&lt;br /&gt;In Uruguay c’è una legge che permette il matrimonio di coppie omosessuali, ci sono volute molte lotte per arrivarci: ma la sola legge non è sufficiente.&lt;br /&gt;La Colombia ha situazioni molto diverse da una zona all’altra, ad esempio nelle zone rurali con la presenza di attori armati è tutto molto più difficile.&lt;br /&gt;Le scuole sono tra le istituzioni che di più spingono verso l’assunzione dei ruoli tradizionali, ed espellono ragazze e ragazzi lesbiche/gay.&lt;br /&gt;Forse l’istituzione principale è la chiesa! Non si sa chi sia peggio tra scuola, famiglia, chiesa, stato…&lt;br /&gt;Ci sono anche casi di emigrazione forzata a causa del proprio orientamento sessuale.&lt;br /&gt;In Colombia solo dal 2007 ci sono state attività esplicite su questo problema, e solo a Bogotà; il peso della chiesa e della colonizzazione è ancora molto forte.&lt;br /&gt;Dobbiamo rivalutare i valori della cultura indigena e afro, che hanno tradizioni molto diverse.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Impunità e tribunali delle donne a livello internazionale – Corinne Kumar, India&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ci rispecchiamo nel potere esistente, o esploriamo concetti alternativi di potere; questo ci nutre, ci facilita.&lt;br /&gt;I tribunali delle donne sono una visione alternativa di giustizia. Tutti i responsabili devono essere puniti, ma uno dei percorsi è la vendetta, una linea di morte. C’è un’altra giustizia che ripristini la dignità? La giustizia con la guarigione…&lt;br /&gt;Ci sono stati finora 40 Tribunali delle Donne (dal 1992), ognuno collegato a differenti aspetti di violenza. Altri 5 sono previsti per il prossimo anno: un Tribunale colombiano delle Donne sulla violenza contro le donne, un Tribunale balcanico delle Donne, uno negli USA sulla povertà e senzatetto, un Tribunale africano sul genocidio, e uno previsto per l’Asia.&lt;br /&gt;Il primo Tribunale delle Donne si è tenuto all’Università di Tokyo nel 1992, oltre 2000 donne hanno partecipato. Quando i militari dell’esercito giapponese hanno invaso le Filippine, Taiwan, la Cina e altri paesi, hanno preso oltre 300.000 donne (dai 13 anni in su) per ‘stazioni di conforto’. Dopo la fine della guerra, molte hanno dovuto scavarsi la fossa, e sono state fucilate o bruciate vive. Altre furono messe su autobus, ma non poterono mai tornare a casa. Gli stupri e gli stupri di gruppo furono coperti da un sudario di silenzio fino al 1992. Una donna dopo l’altra raccontarono la propria storia. L’emozione e il trauma furono confermati, nessuno chiese: “E’ successo davvero?”. E lì inizia la guarigione.&lt;br /&gt;E’ così importante per noi creare questi tribunali delle donne. Desmond Tutu ha detto che le donne non parlano mai della violenza fatta a loro stesse al Tribunale per la Verità e la Riconciliazione, solo della violenza fatta a fratelli, figli e mariti. Dal Tribunale di Tokyo delle Donne si sono affermate tre richieste:&lt;br /&gt;1. Riconoscimento del crimine&lt;br /&gt;2. Scuse&lt;br /&gt;3. Riparazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;CIBO PER IL PENSIERO – PROVOCAZIONE, 2^ sessione&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sviluppi e sfide per le donne in Nord America - Judith Berlowitz, Bay Area, Stati Uniti&lt;br /&gt;Le DiN negli USA hanno iniziato al seguito delle donne bianche del Sud Africa che nel 1970 hanno cominciato le prime vigil contro l’apartheid, delle Madres di Plaza de Mayo, e delle donne che protestavano in Israele contro l’occupazione illegale e immorale della Palestina. Il nostro è un modo di azione di genere, creiamo uno spazio e siamo uno spazio. DiN è un linguaggio. Il colore nero è una metafora, esprime il nostro lutto individuale e collettivo. Il luogo è specifico, ripetuto nello spazio e nel tempo, allo stesso orario. Il silenzio, anche se non sempre si mantiene, conserva una certa dignità: è importante non rispondere quando ci insultano.&lt;br /&gt;Manifestiamo/abbiamo manifestato per la liberazione palestinese e contro l’uso dello stupro come strumento di guerra nei Balcani, alcune guerre, p.e. l’Iraq, la violenza contro le donne.&lt;br /&gt;I nostri obiettivi:&lt;br /&gt;- Educare – informare con cartelli, manine, volantini con temi diversi ogni settimana; se i passanti fanno domande, una DiN è incaricata di parlare con il pubblico.&lt;br /&gt;- Inviare lettere a senatori / membri del Congresso.&lt;br /&gt;Negli USA le DiN sono iniziate a San Francisco nel 1989, poi a New York, Berkeley; dopo l’11 settembre 2001 c’è stato un cambio di focalizzazione, concentrandosi sul rifiuto della vendetta, per la nonviolenza, l’antimilitarismo, contro politiche locali discriminanti sull’immigrazione o contro l’omofobia. Si collabora con gruppi affini.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sito e comunicazione rete DiN - Yolanda Rouiller, Spagna &lt;br /&gt;Quante donne qui sanno del sito web internazionale delle DiN? E delle liste di posta elettronica (in spagnolo, italiano, francese, inglese, olandese)? Il sito web è stato costruito dopo l’ultima conferenza con finanziamenti provenienti dalle DiN di Belgio, Inghilterra e Olanda, ma i soldi finiranno alla fine di quest’anno. E’ quello di cui abbiamo bisogno? Come possiamo finanziarlo in futuro?&lt;br /&gt;Del sito web e delle liste si è fatto carico un piccolo gruppo (in realtà 3 donne), alcune delle quali ora sono molto stanche. Dovrebbe esserci una rappresentante per la comunicazione di ogni paese: qualcuna vorrebbe rendersi disponibile? Per favore discutete nei gruppi di paesi e fate sapere a Sue o a me.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;LAVORI DI GRUPPO 18 AGOSTO, 2^ sessione&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lavori di gruppo, divise per aree regionali, con l’obiettivo di fare il punto sulla situazione attuale delle donne che vivono “dentro” il conflitto armato. Le alternative e le sfide della rete delle Donne in Nero&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Europa e Balcani – circa 35 donne (Italia, Spagna, Serbia, Bosnia, UK)&lt;br /&gt;Mireya (Spagna): sono tante le guerre che ci riguardano, Afghanistan, Libia… Non le bastano gli scambi in internet, tanti messaggi ma nessuna decisione e azione comune. In Spagna hanno pensato di inviare una lettera alla Ministra della difesa per uscire subito dall’Afghanistan, fatte salve alcune condizioni sulla popolazione civile.&lt;br /&gt;Marianita: ricorda il documento preparato per l’Encuentro dalle DiN italiane, contro ogni intervento armato, specie se è coinvolto l’esercito del nostro paese. E’ stato elaborato un appello alla società civile e ai movimenti per un ritiro immediato dall’Afghanistan (non c’era ancora la guerra in Libia). C’è poi il discorso delle spese militari in aumento, non solo per gli interventi all’estero ma per l’acquisto di armi, mentre si fanno tagli spaventosi a servizi, istruzione, salute. Tutta la vita è militarizzata, così come il territorio: ordine pubblico nelle città, situazioni come il problema dei rifiuti a Napoli o il terremoto all’Aquila, basi Nato e nord-americane dal Veneto a tutto il Mediterraneo. L’immigrazione si incrocia con la guerra, molti sono profughi di guerra, c’è stato un accordo orrendo del governo italiano con Gheddafi perché non ci fossero partenze dall’Africa e ha prodotto campi di concentramento. Inoltre si crea così un nemico interno come capro espiatorio su cui scaricare i problemi e la politica del governo. Un’altra parola chiave è la “sicurezza”, per cui si debbono militarizzare le città per difenderci dagli immigrati, dagli zingari, dagli omosessuali, da chi è diverso. Le mobilitazioni che abbiamo cercato di fare come DiN per il ritiro dal’Afghanistan sono difficili, il movimento pacifista è in crisi. E’ d’accordo con Mireya: manca un coordinamento europeo e si dovrebbe parlare anche di ciò che si è fatto contro la Nato.&lt;br /&gt;Mariela (Spagna): ha letto il documento, è fantastico, in Spagna non si è fatto altrettanto, non si è discusso abbastanza di militarizzazione e armi. Suggerisce di concentrarci sulle sfide e di trarre delle conclusioni; propone di parlare in plenaria di una mobilitazione a livello europeo e internazionale per il processo negoziato di pace in Colombia; così anche per Palestina e Israele, pronunciandoci sul riconoscimento dello stato palestinese, con un documento da inviare all’Unione europea e a Obama. Infine, c’è un punto specifico sulla violenza contro le donne e le bambine, in situazioni di conflitto armato o no: vivere senza violenza è un diritto.&lt;br /&gt;Mireya: in Spagna ci sono differenti comunità, hanno lavorato sul militarismo a Valencia, non a livello nazionale. Come DiN di Siviglia appoggia l’impegno per la Colombia, ma ci dovevano essere anche donne dall’Afghanistan, dalla Tunisia, dalla Libia e invece non sono potute venire; adesso può arrivare anche il caso della Siria; chiede perciò un impegno come DiN a coordinarci sulla Nato. &lt;br /&gt;Una spagnola le chiede una proposta concreta e un’altra suggerisce di trovare una maniera incisiva per fare pressione perché i governi ritirino le truppe in Afghanistan e in Libia.&lt;br /&gt;Maria Rosaria: va ribadito il no alla Nato come si è fatto nella giornata dello scorso novembre, va ribadito “non in nostro nome” perché la Nato è strumento di aggressione e come DiN siamo comunque contrarie a ciò che fa. Dopo la Libia ci può essere la Siria e come DiN dobbiamo ribadire che siamo contrarie a una politica di interventi rispetto alle rivoluzioni.&lt;br /&gt;Elisa: le fanno maggiore rabbia le donne soldato, come DiN dobbiamo denunciarlo e sensibilizzarle perché ci ripensino.&lt;br /&gt;Marianita: senza contare le violenze cui sono sottoposte nelle caserme.&lt;br /&gt;Mireya: qui possiamo elaborare proposte per la rete europea, ma non ci sono le donne belghe o francesi e vanno coinvolte anche le nord-americane. Sappiamo che non è possibile fermare un intervento, però possiamo creare senso comune, smontando il discorso che usa le donne per giustificare gli interventi. Possiamo fare una lettera aperta ai ministri europei, se si parla di Nato c’entrano anche quelli nord-americani, si può pensare ad un giorno al mese in cui tutte le DiN fanno iniziative alla stessa ora; dobbiamo essere creative.&lt;br /&gt;Anna: c’è stata la proposta di fare un incontro europeo dopo questo convegno internazionale. Abbiamo bisogno di coordinarci di più per fare azioni, qui sono significative le assenze e le differenze. A Strasburgo, sulla Nato, erano presenti molte DiN francesi e tedesche, poi si sono persi i contatti. Ci sono le liste, ma non bastano per lavorare insieme; un incontro europeo ci può dare incisività e continuità. Dovremmo trovare modi più generali e coordinati anche per i contatti con le donne dei Balcani (qui ci sono Marjia e Jadranka), per conoscere ciò che fanno e avere relazioni organizzate.&lt;br /&gt;Marjia: le è difficile parlare, è del tutto d’accordo con Mireya. Hanno connessioni con DiN italiane e spagnole e si ricordano dell’appoggio ricevuto; si tratta di mobilitare il resto dell’Europa, anche le donne dell’Est, con cui loro hanno connessioni. D’accordo sull’impegno per Colombia e Nato. Quelli dell’Est sono gruppi che hanno problemi di autonomia, perché ci sono le pressioni dei donatori e dei governi; è una crisi di autonomia legata alla situazione economica .  &lt;br /&gt;Sue: riprende il tema dei tagli economici. Le DiN inglesi saranno d’accordo con quanto si è detto qui; occorre una denuncia chiara del taglio dei servizi pubblici rispetto alle spese militari.&lt;br /&gt;Elisabetta: la crisi crea difficoltà ma anche opportunità, perché la pressione economica può sensibilizzare e indurre alla mobilitazione.&lt;br /&gt;Vengono quindi richiamate le varie proposte fatte; in conclusione abbiamo concordato sui seguenti punti:&lt;br /&gt;- mobilitarci a livello internazionale per la soluzione negoziata del conflitto armato e per il diritto a vivere senza violenza delle donne e delle bambine in Colombia;&lt;br /&gt;- mobilitarci per sostenere il ripristino dei diritti politici per Piedad Cordoba;&lt;br /&gt;- pronunciarci per la fine dell’occupazione israeliana dei territori palestinesi e il riconoscimento dello Stato di Palestina.&lt;br /&gt;- mobilitarci per il ritiro delle truppe dall’Afghanistan e contro l’intervento della NATO in Libia; &lt;br /&gt;- la crisi economica distoglie l’attenzione dalle guerre, rende difficile la vita delle persone povere e i governi tagliano proprio i servizi sociali: dobbiamo mobilitarci contro le spese militari.&lt;br /&gt;E’ stato anche proposto che l’incontro europeo si tenga all’inizio del 2012.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7857606800177210418-8444794339423147811?l=controlaguerra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://controlaguerra.blogspot.com/feeds/8444794339423147811/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/09/ancora-dalla-colombia-provocazioni-e_21.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/8444794339423147811'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/8444794339423147811'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/09/ancora-dalla-colombia-provocazioni-e_21.html' title='Ancora dalla Colombia: provocazioni e workshop'/><author><name>Donne in nero Padova  donneinnero.padova@gmail.com</name><uri>http://www.blogger.com/profile/08395108538400298838</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='21' src='http://3.bp.blogspot.com/_0-6Ar37J2Bc/S6T6miTqAQI/AAAAAAAAABk/dh-4RJWJ3Ns/S220/IM000137.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7857606800177210418.post-4127849902661458258</id><published>2011-09-21T23:26:00.002+02:00</published><updated>2011-09-21T23:37:06.210+02:00</updated><title type='text'>Ancora dalla Colombia: provocazioni e workshop</title><content type='html'>PROVOCAZIONI&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mercoledì 17 agosto 2011&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Prospettive femministe su conflitti e guerre attuali - Mireya Forel, Spagna&lt;br /&gt;Ci sono guerre segrete, interventi sotterranei, guerre economiche, ecologiche, mediatiche – non solo con fucili e missili. Condividiamo il sentimento di impotenza sul fatto che anche la sinistra sa molto poco di ciò, come sulla Libia, Costa d’Avorio, ecc. Poi è arrivata la Primavera in Tunisia, seguita dall’Egitto… avevamo questa immagine che le donne nei paesi musulmani erano sottomesse, poi abbiamo capito che sia le donne sia gli uomini erano capaci di organizzare democrazia diretta, qualcosa che noi stesse non siamo state capaci di fare. Le donne col velo avevano la voce.&lt;br /&gt;I governi dell’occidente sono implicati nel mantenimento delle dittature. C’è maggiore fiducia nel sud che nel nord, ci sono movimenti per una “democrazia reale subito” in Portogallo, Spagna, Grecia, mentre l’Italia ancora non si è mossa.  La Grecia è un esempio interessante di resistenza, c’è un forte movimento contro il debito esterno, mentre l’Europa si sta costruendo creando zone nord/sud: se prima la contrapposizione era est/ovest, adesso c’è un sud dell’est e dell’ovest; in Grecia c’è un linguaggio da terzomondisti, hanno raccolto l’esempio della resistenza dell’Ecuador contro il pagamento del debito, non hanno trovato esempi in Europa. Invece l’occidente biasima i greci per il debito, dice loro di smetterla di essere pigri. Il paradigma patriarcale – indebolire per creare dipendenza è una trappola e il capitalismo l’ha sfruttata con il colonialismo. &lt;br /&gt;Dobbiamo decolonizzare le nostre stesse menti tenendo presente la capacità che ha il sistema di assimilare le rivendicazioni.&lt;br /&gt;Siamo Donne in nero e di sinistra, va spazzato via il modo di vedere la storia, va rivendicata l’opportunità di parlare del sud; i movimenti femministi in Europa e negli Stati Uniti o il movimento ecologista hanno avuto lo slancio per farlo soltanto con le lotte di liberazione dal colonialismo in passato e ora con la mobilitazione della Tunisia o del Marocco. La Francia nelle colonie ha fatto massacri peggiori del nazismo e soltanto negli ultimi dieci anni c’è stato finalmente anticolonialismo nella sinistra, io però sono della generazione del radicalismo. Nel workshop del pomeriggio parleremo anche delle trappole legate all’Occidente e all‘uso della dichiarazione universale dei diritti umani.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Opporsi alla militarizzazione delle agende della sicurezza nazionale e internazionale; gli effetti dell’arruolamento nelle forze armate sull’identità delle giovani donne - Yvonne Deutsch, Israele&lt;br /&gt;Nell’esperienza collettiva del benvenuto abbiamo sentito nostalgia per la voglia di interconnetterci in solidarietà e amore e in molte avevamo le lacrime agli occhi per l’accoglienza fattaci dalla Ruta Pacifica. &lt;br /&gt;Ringrazio le Donne in nero colombiane e le svizzere che mi hanno permesso di venire qui. Da Israele siamo in cinque ebree, io e Tamara Traubmann siamo della Coalition of Women for Peace ma io mi considero Donna in Nero, sono stata tra le fondatrici, come Dafna, che è qui con Tamar; vado alle vigil con le altre a Haifa e Gerusalemme contro l’occupazione. Ci andiamo non come madri ma come cittadine.&lt;br /&gt;Nella società israeliana l’esercito (l’IDF) ha un ruolo centrale per la costruzione di un modello maschile contrapposto all’immagine di impotenza degli ebrei nell’olocausto: molti si sentono vittime ma nel comportamento personale e nazionale sono oppressori.&lt;br /&gt;Israele è diventato un paese fornitore di armi a tutto il mondo; fare il servizio militare per tre anni dà diritto di cittadinanza e accesso al lavoro; l’élite economica e politica maschile proviene in gran parte dall’esercito.&lt;br /&gt;Si pensa che le donne capiscano poco le questioni di pace e guerra; quando è stata formata Peace Now (era un movimento sionista per la pace con l’Egitto, di ex ufficiali) c’era solo una donna, che faceva parte del Parlamento e cui fu impedito di firmare la lettera di fondazione, benché avesse fatto il servizio militare, perché non aveva preso parte ai combattimenti. Le DiN reclamano uno spazio pubblico antimilitare, fanno proteste contro l’occupazione e hanno aperto spazi in Italia e in Europa, come in Israele, per l’attivismo delle donne in solidarietà con le/i palestinesi e contro il militarismo. Le donne nell’IDF svolgevano per lo più ruoli di servizio (fare il tè,…). Poi alcune, le femministe liberali, hanno chiesto che venissero dati loro impegni e responsabilità uguali agli uomini: e questo non lo capisco, non capisco come si possa rivendicare il diritto di intervenire a Gaza o di esercitare un ruolo da oppressori. Dal 1995 le donne sono integrate in tutte le attività dell’esercito, nel ruolo di pilota,  come operatrici di missili: ragazze di diciotto anni sono addestrate all’uso delle armi, combattono,  ma sono ancora escluse dalle posizioni elevate nell’IDF.&lt;br /&gt;Negli scambi di cooperazione con donne italiane e palestinesi si è detto a lungo che la ragion d’essere degli eserciti è proteggere donne, bambini, la popolazione, ma che questa è una scusa per il potere. Sono interessata a discutere come l’esercito incide sull’identità delle giovani donne, perché, sebbene io sia un’attivista per la pace femminista e antimilitarista e mio figlio abbia deciso di non andare nell’esercito (come fanno molti, sia facendosi riconoscere una malattia mentale sia come obiettori di coscienza), mia figlia ha deciso di andare per cercare di diventare paramedica, per curare, non per uccidere. Dopo un anno nell’esercito, sta avendo una vera crisi, vedremo come evolve.&lt;br /&gt;Come l’esercito influenza l’identità delle donne giovani? Da un lato dà loro un’alta immagine di se stesse, si sentono forti, competenti, ma dall’altro si trovano di fronte alla mancanza di rispetto per le donne e la interiorizzano. Vedono la mascolinità dominante come preferibile, si addestrano a parlare a voce bassa, emozionate per il lavoro con le armi e trascurano la loro funzione. L’esercito è basato su una cultura di molestia sessuale, le giovani donne la banalizzano e la negano. In realtà la presenza delle donne contribuisce alla “normalizzazione” dell’esercito, mentre la militarizzazione ha un grave impatto sulla vita personale. &lt;br /&gt;Come ha toccato la nostra vita il militarismo? Come DiN siamo uscite per protestare contro l’occupazione, ma qual è il rapporto con l’antimilitarismo? Io faccio parte di un piccolo gruppo di donne che discutono come madri di soldati e quando mia figlia si è arruolata, ho voluto che andasse in un luogo dove poteva sperimentare quello che provava e ora voglio trasformare il mio rapporto con lei perché non abbia paura che le dica: ‘Vedi, te l’avevo detto’. Come madri antimilitariste ci siamo riunite in un rifugio contro i bombardamenti, andando sottoterra per parlare di questa pena; era un approccio artistico, molto radicale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il lavoro delle donne israeliane con i mezzi di comunicazione e le campagne nei media contro le persecuzioni politiche - Tamara Traubmann, Israele&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sono entusiasta di essere a Bogotà e ringrazio le donne della Ruta per l’invito e le donne italiane per avere reso possibile il viaggio. In questi giorni ho imparato molto. Sono nata in Cile, rifugiata in Israele a tre anni, all’inizio della dittatura di Pinochet; sono una giornalista. Ho fatto obiezione di coscienza al servizio militare; faccio parte della Coalition of Women for Peace (www.coalitionofwomen.org) che raccoglie diverse organizzazioni di donne antimilitariste come DiN, New Profile, Checkpoint watch, Tandy (donne comuniste) e altre organizzazioni; tutte queste organizzazioni lottano contro il razzismo, il militarismo, il capitalismo e condividono una visione comune di una società giusta senza discriminazioni sul piano etnico, dell’orientamento sessuale, ecc. Dalla seconda guerra del Libano e dagli attacchi a Gaza la coalizione lotta perché Israele sia processato per offese sessuali e ora è stato fatto un ricorso alla Corte suprema ma il caso verrà perso. Lottiamo contro l’occupazione e la demolizione delle case, ad esempio in un piccolo centro beduino nel sud del paese; chiediamo la punizione dei responsabili di crimini di guerra.&lt;br /&gt;Israele è una società in guerra dal 1948, e da quarant’anni non c’è cambiamento della situazione se non in peggio. Cerchiamo mezzi alternativi per lottare contro il militarismo nella nostra stessa società. &lt;br /&gt;Nel workshop si parlerà di attivismo economico. Le organizzazioni palestinesi hanno emesso un appello congiunto per il boicottaggio. Noi abbiamo iniziato il nostro progetto Who profits from the Occupation? (www.whoprofits.org) che è una voce dall’interno, una inchiesta che individua i privilegi che abbiamo come israeliani. Nella nostra base dati ci sono ormai 14.000 aziende, israeliane e internazionali, che guadagnano dall’occupazione e abbiamo messo 500 di queste nel nostro sito web. L’occupazione è stata ed è un peso per l’economia israeliana, il budget per la sicurezza è uno dei più alti del mondo, 9 miliardi di dollari USA, le spese sono enormi rispetto al PIL, e ne approfittano solo coloro che sono vicini al potere; molte ditte approfittano del muro, ditte che producono cemento o apparati elettronici. I motivi economici per mantenere l’occupazione sono molto forti, non ci sono solo motivi economici o di sicurezza.&lt;br /&gt;C’è un processo di riforma neoliberale, aumentano le differenze sociali, aumentano le privatizzazioni (ad es. anche i checkpoint sono privatizzati); così ci sono più interessi che motivano il governo, più ditte interessate all’occupazione ed è difficile distinguere tra economia israeliana ed economia degli insediamenti, che pure rappresentano soltanto il 10% dei territori di Israele e meno del 10% della popolazione. L’economia israeliana è fortemente centralizzata: 20 gruppi d’affari appartenenti a famiglie controllano oltre il 50% del mercato azionario israeliano, i 10 più grandi controllano il 30%. Il governo israeliano dà molti incentivi: riduzione delle tasse, terreno a basso prezzo, regole permissive sul lavoro e sull’ambiente, nessun obbligo. Vi sono tre principali aree di interesse:&lt;br /&gt;Controllo della popolazione: ditte per la sicurezza, gas lacrimogeni, bastoni elettrici ecc., venduti sul mercato internazionale, nelle fiere sulla sicurezza di tutto il mondo: gli agenti delle ditte li presentano come prodotti sperimentati sui palestinesi e questo aiuta a vendere; Group 4 Security (G4S), uno dei maggiori fornitori al mondo per la sicurezza privata, offre strutture di imprigionamento ricavate dal controllo sui palestinesi.&lt;br /&gt;Industrie delle colonie: cemento, costruzioni, fabbriche come Soda Stream che vende in 30.000 negozi in 39 paesi prodotti provenienti da una fabbrica in una colonia illegale, con un’etichetta che rinvia all’aeroporto di Tel Aviv, ma lì ci sono i negozi, non la fabbrica (lo fanno molte ditte attraverso l’immagazzinamento in Israele). La scorsa settimana la Coalition ha dato informazioni su questi prodotti, che sono molto venduti, in particolare in Svezia; in passato dopo che era stata fatta una campagna la ditta produttrice ha costruito un’altra fabbrica in Israele.&lt;br /&gt;Sfruttamento economico di forza lavoro e risorse palestinesi, come ad es. Veolia, una ditta francese contro cui c’è stata una campagna enorme in Europa e la ditta ha perso più di 5 milioni di euro, per cui Veolia ha comunicato che si ritira dal progetto di una linea ferroviaria che passa su territorio palestinese. Nel contratto questo non appariva e la ditta non si è preoccupata di verificare quali fossero i territori coinvolti: rendere invisibile l’occupazione cancellando la Linea Verde facilita le omissioni in Israele. &lt;br /&gt;Israele è protetto dal veto USA alle Nazioni Unite, ma le aziende commerciali sono esposte: la Coalition lancia e partecipa a campagne di boicottaggio internazionali per far pressioni su queste aziende.&lt;br /&gt;WORKSHOPS 17 agosto 2011&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Prospettive femministe su conflitti e guerre attuali - Mireya Forel, Spagna/Siviglia&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mireya: richiama alcuni punti che ha proposto nella sua “pro-vocazione” in plenaria; in Europa e in Occidente le donne riproducono inconsciamente, anche come femministe, valori patriarcali; le Donne in nero cercano di disintossicare, però è un mondo molto neocolonialista. Invita a dire perché siamo in questo ws ma vorrebbe anche parlare del perché si è sviluppata questa cultura.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Donna dall’Uruguay: le interessano strategie pratiche e di successo perché contano i risultati, grandi o piccoli. Occorre sganciarsi dal machismo, nel suo paese c’è un grande problema di violenza domestica e di genere ma ora le donne denunciano e c’è sforzo per arrivare a una legge.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un’economista: il patriarcato si rinnova continuamente; c’è un legame tra povertà, vita delle donne, violenza domestica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Elisa (italiana di Udine che lavora a Bogotà): in Italia c‘è una grande trappola, a livello di legge c’è molto di buono, divorzio, aborto ma c’è una dittatura totale, non c’è democrazia, Berlusconi fa una politica di merito estetico, le donne debbono essere belle, si vendono agli uomini per avere successo economico o politico.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sonia (Ruta Pacifica): gli impegni delle conferenze mondiali, parallele a quelle istituzionali, sono diventati trappole; la Colombia li ha firmati ma non li ha applicati.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Donna da Santander: è qui per dire alle donne che non sono potute venire di che cosa si è parlato. C’è molto machismo, in politica ci sono più uomini che donne, adesso c’è un’iniziativa per una quota del 30% di donne ma non è una richiesta delle donne.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Donna da Antiochia: circa la relazione tra donne e patriarcato, nelle organizzazioni di donne c’è la trappola sia di chi è più femminista sia delle giovani che credono di avere tutti i diritti e che non sia necessario lottare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Donna da Bogotà (Ruta Pacifica): diritti umani, azioni positive, responsabilità del governo precedente, necessità che ci siano più giovani.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mireya: vorrebbe trasmettere una riflessione sulle trappole del machismo. In plenaria ha parlato della lotta anticoloniale, del diritto all’autodeterminazione per il riconoscimento di un popolo, dell’impatto che c’è stato sulla società civile occidentale, quella dei colonizzatori. Gli stati-nazione moderni si sono sempre costituiti sulla dualità tra valori universali  e politica coloniale o imperialista, usando i grandi principi, come quelli della rivoluzione francese, per cui tutti erano cittadini, al di là della religione, ma erano eliminate – già in linea di principio – le donne, i poveri, i popoli su cui l’Occidente ha costruito la sua ricchezza. Con la fine del colonialismo si sono costruite nuove frontiere, non rispettando i valori dei popoli indigeni ed escludendoli, come gli afroamericani. In Francia, stato centralista, sono state negate tutte le differenze; così in Spagna, si è negata la differenza Andalusa. &lt;br /&gt;La modernità si è presentata come capacità di adattarsi alle politiche di accumulazione di ricchezza; negli anni ’60 ci sono stati i movimenti anticoloniali e gli impulsi del nazionalismo, poi si è cominciato a scoprire che il mondo occidentale – che dieci anni prima giustificava il colonialismo – non riconosceva le donne. In Svizzera non hanno avuto il diritto di voto fino agli anni ’70, del resto a inizio ‘900 il patriarcato e il colonialismo reprimevano le donne che chiedevano il diritto di voto e c’è voluta la II guerra mondiale perché esse lo ottenessero in vari paesi. E’ una questione di doppia morale. &lt;br /&gt;Negli anni ’70 sono state dedicate molte energie a confrontarsi e a lottare per la differenza, l’affermazione del diritto sul proprio corpo viene dalla lotta anticoloniale, in Italia ci sono state lotte straordinarie. La ministra della Difesa in Spagna giustifica la guerra in Afghanistan in nome dei diritti delle donne: è anche questa una trappola, così come nel caso delle politiche verso Hamas. Viene denunciata la mancanza del rispetto dei diritti di uguaglianza, però viene fatto il discorso delle donne come natura, sin dai filosofi greci e dalle teorie sull’inferiorità delle donne. &lt;br /&gt;Le femministe cercano di decostruire questo discorso e la politica che se ne serve. Primo, siamo donne non biologicamente ma culturalmente. Secondo, si è creata una dualità tra donne e uomini e tra natura e ragione ma non se ne sono analizzate le cause; svalutando la classe contadina, noi femministe occidentali ci siamo identificate con il progresso nella sua versione ufficiale, patrimonialista, per la conquista del denaro e negli anni ’80 non si è accolto l’ecofemminsimo. &lt;br /&gt;La politica sistematica dell’uguaglianza è una trappola, è una forma di colonialismo machista che insulta le donne, ne disprezza le culture, le violenta, le rinchiude, con il potere patriarcale che si esercita nell’ambiente e nella casa. E’ tempo per le femministe di porre questioni fondamentali, di comprensione di altre culture, non di fare la politica delle ong per “salvare” le donne contadine. Inoltre, la politica dell’uguaglianza diventa competizione per il potere in stile maschile; non è per creare settarismo, ma le “patrimonialiste” hanno considerato le donne come appendici degli uomini mentre le ecofemministe hanno subito la propria rimozione e la dominanza di uomini nell’ecologia.&lt;br /&gt;Un altro tema è quello della violenza nella pubblicità e nei media con l’uso di immagini macho. L’abbiamo denunciata ma nel femminismo classico non si è fatta la connessione con il militarismo, tranne un preciso momento in cui le donne, ma anche gli uomini, si sono dichiarati per la pace, però quel pacifismo è di nuovo una trappola, si usano armi e bombe per risolvere i conflitti. &lt;br /&gt;Lo stato-nazione nasce sulla violenza, sulla colonizzazione, sulla globalizzazione; si è dimenticato di trattare del militarismo, del fascismo eppure sono un grosso problema per il femminismo, così come il patriarcato e il razzismo. […] Accenna al concetto di femminismo dei diritti in Italia e alle lotte contro le discriminazioni: sono trappole in cui cadiamo  nelle critiche ai nostri governi.&lt;br /&gt;C’è poi il problema della chiesa cattolica e dei principi dei diritti universali creati per gli uomini; se in Europa predomina la cristianità, come possiamo dare lezioni alle donne egiziane? Dobbiamo dare loro sostegno, non però “portando la verità” perché noi abbiamo i principi universali, bensì rispettando la loro autonomia. &lt;br /&gt;Siamo differenti, disarticoliamo lo spirito patriarcale del potere, produciamo rivendicazioni e pensieri femministi che non vedano soltanto il sessismo; ce lo insegnano le donne del Sud, donne dell’India, dell’africa, dell’America Latina: il patriarcato distrugge la terra, divide le culture, è capace di adattarsi e si appropria delle nostre rivendicazioni strumentalizzandole per invadere paesi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;C’è fretta di lasciare la sala al ws successivo, ci sono alcuni rapidi interventi di una donna della regione del Bolivar; una di Buenaventura; una della Ruta Pacifica (sul diritto alla salute e il programma del governo); una di Antiochia (sulla trappola del processo partecipativo, con gli attori paramilitari e i progetti fatti in loro nome); una seconda donna della regione del Bolivar  (sul linguaggio esclusivo del patriarcato e sulla violenza che rende violenti).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Prospettive di protezione delle donne attiviste della rete DiN e della Ruta Pacifica -Alejandra Miller, Cauca Colombia&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Alejandra fa una breve introduzione in cui spiega cos’è la protezione per la Ruta e come hanno lavorato su questo tema.&lt;br /&gt;La protezione “sororal” [non esiste un termine equivalente in italiano] è affidamento, riconoscimento dell’autorità e del sapere di altre donne, quindi protezione come autoprotezione di se stesse e tra donne. La proteccion esta en mi y en la otra: la protezione sta in me e nell’altra&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Gli elementi chiave per la resistenza nonviolenta e per proteggere noi stesse sono:&lt;br /&gt;. “autocuidado” = cura di sé, prendere misure di autoprotezione e cura, ascoltare il proprio corpo, seguire l’intuizione di fronte al pericolo;&lt;br /&gt;- analisi del contesto, prevedere rischi e pericoli;&lt;br /&gt;- alleanze con alter organizzazioni di donne e miste accomunate dal credere nella nonviolenza;&lt;br /&gt;- costruzione simbolica: i simboli ci proteggono; dobbiamo decostruire i simboli della guerra per spiazzare la logica delle armi e del patriarcato; parlare ai paramilitari li disarma;&lt;br /&gt;- creare fiducia tra noi: la responsabilità collettiva inizia dalla responsabilità personale di ciascuna di noi; in situazioni di pericolo ogni donna deve sapere cosa fare;&lt;br /&gt;- resistenza nonviolenta basata sul consenso&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I principi fondamentali sono:&lt;br /&gt;- il rispetto pr la vita e il rifiuto di ogni forma di violenza;&lt;br /&gt;- la partecipazione, le decisioni collettive, il pluralismo;&lt;br /&gt;- la concertazione;&lt;br /&gt;- la coscienza etica del nostro ruolo.&lt;br /&gt;Per la Ruta la protezione ha successo perché parte dalla consapevolezza di ognuna. In effetti nessun attore armato ha mai attaccato le carovane della Ruta. La Ruta vuole proteggere le attiviste e le donne che vivono in situazioni di conflitto. La presenza solidale, le denunce fanno diminuire le aggressioni.&lt;br /&gt;Differenza tra sicurezza (imposta, militare) e protezione. La sicurezza private spesso è composta dalle stesse persone della sicurezza militare. La buona comunicazione è la chiave della protezione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Alejandra pone quindi a tutte due domande:&lt;br /&gt;1. La Ruta, tra sicurezza e protezione, preferisce parlare di protezione. E’ lo stesso per le DiN parlare di sicurezza o di protezione?&lt;br /&gt;2. Che proposta di protezione e autoprotezione non armata fanno le DiN? Quali strategie di protezione adottano?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Sicurezza è qualcosa che sento dentro, mentre la protezione è quella che mi danno gli altri (Dareen, Palestina).&lt;br /&gt;- Parla della sua esperienza di relazione con donne che sono leader, difensore dei diritti umani e, nello stesso tempo, vittime; alla sua domanda su che misure prendevano per proteggersi, loro rispondevano che avevano fatto denunce alle autorità, ma senza risultati. Secondo lei ci sono 2 alternative. O tenere un profilo basso, rendersi invisibili, o pubblicizzare al massimo qule che si fa e le reazioni dei soggetti armati (Juliana, Colombia).&lt;br /&gt;- Proteggere significa creare legami, una rete che protegge, mentre la sicurezza a livello globale ha assunto un significato diverso, negativo (Sandra,Colombia).&lt;br /&gt;- Sicurezza è mantenere alta l’autostima.&lt;br /&gt;- Per 8 anni il presidente Uribe ha fatto una politica di “sicurezza democratica” che ha significato guerra, armi, violazioni dei diritti umani… I difensori della sicurezza uccidevano e violentavano. Sicurezza vuol dire guerra e conflitto (donna del Cauca).&lt;br /&gt;- Sentirmi sicura ogni giorno dove vivo, avere un lavoro, questo è sicurezza. Ma il governo parla di sicurezza in senso militare. Protezione invece vuol dire prendermi cura di me e delle mie compagne (Noris, Colombia).&lt;br /&gt;- Uno degli strumenti di protezione può essere il sistema di comunicazione che ci dà visibilità e forza (donna del Cauca, “comunicasora social”).&lt;br /&gt;- In inglese c’è un’altra parola “safety”, che significa tranquillità, esprime un significato femminile della sicurezza, benessere, star bene (Yvonne, Israele).&lt;br /&gt;- Bisogna costruire sicurezza nelle donne per essere più forti e quindi in grado di proteggersi.&lt;br /&gt;- Molte donne sono minacciate e subiscono violenze e spesso devono abbandonare i luoghi dove vivono; proteggerle significa anche creare un fondo a cui attingere per portarle in luoghi sicuri.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Come stiamo come donne mentre lottiamo contro il militarismo per i diritti sociali e per il cambiamento - Yvonne  Deutsch, Israele&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Yvonne: A parte quello che facciamo come DiN contro l'occupazione, sono interessata a come costruiamo le nostre relazioni, al processo di empowerment reciproco, a cosa stiamo facendo per noi stesse.&lt;br /&gt;Dopo undici anni di attivismo ero totalmente esaurita (burn out). Ho potuto studiare l'equilibrio/squilibrio tra corpo e mente, tra stress e benessere. È un privilegio poterlo fare, sarebbe un diritto di tutte anche se non a tutte è possibile farlo.&lt;br /&gt;Vorrei scambiare le nostre esperienze e proporvi una pratica semplice ed efficace per controllare o sbloccare diversi stati emotivi. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Corpo e mente sono connessi, stress, conflitti e traumi ci squilibrano. Dobbiamo ascoltare con attenzione i nostri sentimenti e individuare quelli che ci disturbano. Ogni stato emozionale corrisponde a un dito; per scioglierlo possiamo tener stretto con l'altra mano il dito corrispondente per tre minuti, respirando profondamente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Pollice: per sciogliere il pianto, il lutto, il dolore emotivo&lt;br /&gt;Indice: per sciogliere la paura e il panico&lt;br /&gt;Medio: per sciogliere la rabbia e il risentimento&lt;br /&gt;Anulare: per sciogliere l'ansia e  la preoccupazione&lt;br /&gt;Mignolo: per dissipare la mancanza di autostima.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questa pratica si può fare su noi stesse o su un'altra persona, ad es. un bambino; è una pratica semplice, che come molte altre mette in evidenza la saggezza del corpo di cui non siamo consapevoli.&lt;br /&gt;Di solito le donne occidentali pongono l'accento sulla mente, separandosi dalle loro emozioni. Abbiamo molto da imparare dalle donne colombiane e dal loro uso di fiori, canti, colori.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nonviolenza come un modo di rispondere ai conflitti - Dareen Khattab, Palestina&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dareen: non vuole fare lezione e spera che in aula ci sia Corinne, esperta di nonviolenza; si sente legata a Gandhi e a Martin Luther King. &lt;br /&gt;Nel conflitto israelo-palestinese la nonviolenza è stata utilizzata come modo diverso di contribuire alla lotta contro l’occupazione. La prima Intifada non è stata totalmente nonviolenta, ma è nota per l’uso delle pietre – non di armi – come forma di resistenza popolare, tutte/i erano in strada, bambini, anziani… le madri a difendere le case, donne e uomini erano tutte/i coinvolte/i e la situazione apparve chiara, nei media venne data un’immagine positiva. &lt;br /&gt;Invece, purtroppo, con gli attentatori suicidi si è perso l’appoggio del mondo e soltanto di recente hanno recuperato consenso e credibilità, con una lotta nonviolenta per scopi precisi: manifestazioni di palestinesi, israeliani, internazionali ogni venerdì davanti al muro, seguite dai media internazionali e ci sono stati villaggi che hanno avuto successo per ottenere di spostare il tracciato; allo stesso modo contro l’evacuazione dalle case. C’è persistenza e l’esercito e la polizia di Israele cercano di opporsi creando nuove misure, ad esempio l’ordine di non partecipare a manifestazioni per sei settimane. (Si inserisce Tamar: non è una misura di polizia, è decisa dai giudici, dopo aver portato il caso in tribunale). &lt;br /&gt;Oggi è difficile fare manifestazioni di massa come nella prima Intifada, ci sono tanti check-points e tanta attività dei coloni, perciò si cerca di superare la difficoltà mandando messaggi in internet, come per le iniziative nella Città vecchia di Gerusalemme. E’ un modo di utilizzare mezzi di comunicazione alternativi per azioni nonviolente, è una forma di resistenza per cui si fanno campagne nei negozi per prodotti alternativi a quelli israeliani.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Elisabetta Donini: ricorda le esperienze fatte alla fine degli anni ’80 come donne italiane, palestinesi e israeliane e chiede a Dareen un commento sugli aspetti di genere della nonviolenza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dareen: non ha citato le Donne in nero, ci sono altri esempi di resistenza nonviolenta, come la catena umana attorno alle mura di Gerusalemme all’inizio del 1990, lei se ne ricorda anche se era una bambina, però è mancata la persistenza, se ne è perso il ricordo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dalla sala vengono chiesti altri esempi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dareen: non ne sa abbastanza sul lato israeliano; lei è palestinese e chiede alle donne israeliane presenti [Dafna Kaminer e Tamar] se vogliono intervenire. Ogni 15 del mese, per tre mesi, c’è stata una dimostrazione per chiedere un accordo politico [tra Fatah e Hamas], fino agli accordi del Cairo, che però non hanno risolto il problema e ancora adesso ci sono piccole manifestazioni per la riconciliazione. Dalla prima Intifada fino al 2005-2006 non c’è stato in Palestina un buon attivismo nonviolento.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Judith Berlowitz: domanda qual è la reazione palestinese a ciò che sta succedendo in Israele con le manifestazioni di protesta sociale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dareen: non può dare una risposta ufficiale, c’è stata informazione e attenzione, le questioni socio-economiche e l’occupazione sono connesse, però lei vorrebbe che nelle manifestazioni questa coesione non venisse fatta, perché così la pressione in Israele è maggiore.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una donna che parla spagnolo: parla del legame tra nonviolenza e il simbolico e si rifà al workshop di Mireya: pacifismo e femminismo non sono la stessa cosa. Contro il popolo palestinese c’è molta violenza e in queste condizioni non c’è uguaglianza; si chiede se sia possibile una nonviolenza puramente simbolica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dareen: non pensa che si tratti di nonviolenza simbolica, perciò parlava di resistenza popolare. Ognuna/o può partecipare, attorno c’è il sostegno della gente, sono manifestazioni aperte e la partecipazione cresce, cresce la diversità. Non ha toccato il punto del’uguaglianza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Donna del Cauca: in Colombia si fa resistenza nonviolenta attraverso il cibo, non comprando prodotti di marca e spingendo le donne a consumare ciò che è prodotto da contadini e contadine. Si vogliono indurre le donne ad appoggiare l’economia contadina attraverso l’educazione ambientale nelle scuole sul cibo, sulla produzione biologica; è iniziata una campagna perché la zona  del massiccio diventi “sugar free”, perché gli abitanti consumino ciò che loro stessi producono; si spiega anche il legame con la salute. Soltanto il mercato è “certificato” e loro fanno resistenza promuovendo una campagna per diventare il proprio stesso mercato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Altra donna che parla spagnolo: è interessante l’intersezionalità di cui ha parlato ieri Dareen, permette di analizzare le differenze che ci sono tra di noi come donne. C’è discussione politica sui metodi violenti e non; immagina che in Palestina ci siano dibattiti importanti e vorrebbe sapere quale discussione ci sia tra le donne per lottare contro Golia con metodi nonviolenti oppure no.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dareen: tra le donne ci sono differenze su violenza o no. Sappiamo che nell’agenda politica di Hamas c’è strategia violenta, di lotta armata; le donne di Hamas non accettano lo stigma di generare figli perché siamo martiri, ma ci sono donne che per la loro affiliazione adottano del tutto l’agenda politica, non dicono se sono d’accordo sul lancio di missili o sugli attentati suicidi, non specificano quale violenza sostengono. Se sei madre di un figlio che fa atti violenti è facile cadere nella trappola e dare appoggio alla violenza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una donna colombiana: in Colombia  molte donne sono contro la violenza e il militarismo, ma vengono trattate come se fossero ai margini della legge, a favore della guerriglia. Che cosa succede in Palestina? Come viene accolta una donna che sostiene la nonviolenza?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dareen: in Palestina è diverso, non c’è esercito, ci sono forze&lt;armate come quelle di Hamas, dal 2006 non ci sono grossi attentati, al di là del lancio di missili e nelle famiglie non ci sono armi. Non è quindi un discorso molto diffuso, ma in una casa ci può essere chi è favore di Hamas, chi di Fatah e si discute di quello.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mireya: non è che organizzare una resistenza nonviolenta implichi che non ci possa essere violenza. Come ci possiamo preparare a iniziative nonviolente? Sono forme di resistenza importanti a livello sociale ed economico ma anche per disintossicare l’informazione; a questo proposito ricorda ciò che ha detto Piedad Cordoba sull’informazione. Un esempio è quello di una campagna simbolica che denunci le implicazioni delle banche con la guerra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Jimena, Ruta Pacifica del Cauca: il Cauca, in sintesi, è fatto di belle montagne, dei maggiori fiumi della Colombia – il Rio Magdalena e il Rio Cauca – di ricchezza di miniere, di flora e di fauna; ma nonostante la bellezza e la diversità è uno dei dipartimenti con il maggior tasso di violenza di tutti gli attori armati e del governo. Ha una storia segnata dal conflitto armato, le azioni nonviolente non sono bastate a fermarlo, ci si confronta sempre con la violenza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dareen: è una domanda difficile, vorrebbe saperne di più, lei intendeva limitarsi a segnalare problemi, si potrà parlarne con altre donne del Cauca.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Jimena: risponde che c’è soltanto lei.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Amity, Ruta Pacifica:  le Donne in nero in Palestina sono un esempio cui rifarsi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dareen: non c’è un ramo palestinese delle Donne in nero, ci sono donne palestinesi di Israele che partecipano alle Donne in nero. Devono parlarne le israeliane [dà il microfono a Tamar e Dafna].&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tamar: la loro questione centrale, quando stanno in strada per un’ora, ogni venerdì, è “Basta con l’occupazione”: non ci sono altre scritte, a parte “Fermare l’assedio a Gaza”. Non è un’ingenuità, sanno che l’occupazione è alla base di molto di ciò che succede, che essere occupanti distrugge le loro radici, oltre agli aspetti socio-economici, ma molte/i in Israele hanno paura, sono convinte/i che è per la sicurezza di Israele che si occupano i Territori e con chi pensa alla sicurezza non c’è spazio per discutere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Riflessione sulla militarizzazione della vita in Colombia – Dunia Leòn, Cartagena, Colombia&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Introduzione&lt;br /&gt;La militarizzazione coinvolge molte persone e molti aspetti della vita civile con effetti sulla vita sociale collettiva. In Colombia sono presenti molti soggetti armati che hanno sconvolto la vita civile.&lt;br /&gt;Il governo precedente negava l’esistenza del conflitto armato che, invece,  si è degradato colpendo sempre più la popolazione civile (sequestri di persona, violazione dei diritti umani, reclutamento forzato, deportazioni, stupri, schiavitù sessuale). Qualche cifra: 70.000 morti negli ultimi 20 anni, 4 milioni di desplazados, molti carcerati, molti desaparecidos.&lt;br /&gt;I militari inoltre invadono aree civili, costruiscono scuole, strade ecc. con il concorso delle comunità locali. In questo modo il militarismo passa dai militari ai civili che li sostengono.&lt;br /&gt;Siamo consapevoli che il militarismo è frutto del sistema patriarcale ed oggi la violenza contro le donne aumenta: la militarizzazione costituisce uno dei maggiori pericoli nella vita delle donne (uccisioni e proliferazione di molte altre forme di violenza.&lt;br /&gt;Molte donne denunciano, raccolgono informazioni, rendono visibile con il linguaggio simbolico la realtà.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Come possiamo contribuire alla smilitarizzazione della società?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La militarizzazione è imposta alla popolazione civile (donna di Bolivar, Colombia).&lt;br /&gt;Qui comandano le forze armate, ma la situazione viene considerata normale. L’esercito e i paramilitari sono la stessa cosa (donna di Tolima, Colombia).&lt;br /&gt;Come coinvolgere gli uomini? C’è prostituzione infantile, gravidanze imposte: perché gli uomini s’impegnano per la difesa dell’ambiente, per le risorse e non per i diritti delle donne?&lt;br /&gt;Non c’è protezione per la popolazione del Putumayo: le fumigazioni hanno creato un deserto, non ci sono scuole superiori, i nostri figli sono costretti ad entrare nell’esercito; i contadini sono in povertà e si spende tutto per le armi; crescono i soggetti armati e cresce la violenza (donna della Ruta del Putumayo, Colombia).&lt;br /&gt;Si sta normalizzando la militarizzazione, che fare? Bisogna comunicare, coinvolgere la popolazione, recuperare la coscienza di cos’è civile, di cosa spetta alle forze armate e cosa spetta alla società civile; fare dei “plantones” per ribadire questo.&lt;br /&gt;Bisogna coscientizzare le donne perché educhino diversamente i figli fin da piccoli, dobbiamo cambiare il ruolo delle donne nella famiglia. Come DiN dobbiamo essere più visibili (Donna di Santander, Colombia, rappresentante delle famiglie dei detenuti).&lt;br /&gt;I contadini si stanno sempre più impoverendo: come lottare contro i latifondisti e il governo? (donna di Boliva, Colombia).&lt;br /&gt;C’è molta presenza armata, i latifondisti si stanno impadronendo di tutta la terra come caimani che stanno divorando tutto. I militari vengono e dicono che si curano della popolazione. Ma di chi? Dobbiamo far sapere a tutti quel che facciamo, manifestare di più (donna della Ruta, Colombia).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In sintesi:&lt;br /&gt;Bisogna puntare sui media utilizzandoli per disattivare il militarismo: vogliamo una sicurezza non militarizzata. &lt;br /&gt;Non possiamo agire anche per gli uomini: che si muovano e si diano da fare anche loro, noi stiamo costruendo il nostro cammino, costruiscano anch’essi il loro.&lt;br /&gt;Bisogna puntare sull’educazione dei figli, sulla formazione delle donne, sulla costruzione di simboli.&lt;br /&gt;(Gli uomini spesso ricorrono alla violenza perché non hanno altri argomenti).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Confini, narcotraffico e salute ambientale - Amanda Camino, Colombia&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La relazione è stata svolta da Amanda e da ragazze del Putumayo, che ci hanno illustrato come a causa  della presenza di multinazionali del petrolio e minerarie la popolazione sia costretta ad andarsene emigrando in Ecuador legalmente o illegalmente. Le condizioni di vita di questi emigrati sono disumane. Il  territorio  del Putumayo è ricco e presenta una notevole biodiversità che  gli interessi  di sfruttamento tendono a ridurre,  impoverendo di fatto la popolazione. E' presente anche il narcotraffico che ha l'obiettivo, per la gestione dei suoi affari, di controllare il territorio,  appoggiando le multinazionali  e attuando così una convergenza di interessi a danno delle popolazioni native.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Resistenza nonviolenta e strumenti per affrontare i conflitti armati - Tamara Traubmann, Israele&lt;br /&gt; [http://www.coalitionofwomen.org] &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Introduzione di Tamara, che conduce insieme con Orly Nathan delle Din di Haifa&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E’ un ws per imparare a vicenda come creare strumenti alternativi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La Coallition of Women for Peace è una organizzazione radicale che comprende diverse associazioni; il nostro obiettivo è di trasmettere il nostro messaggio a un pubblico più ampio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Di solito i media ci ignorano – vogliono occuparsi delle nostre storie solo quando c’è violenza/sesso (per es. le campagne contro la pubblicità sessista ottiene copertura, perché in quel contesto noi donne siamo nel nostro ruolo tradizionale di vittime; la demolizione delle case invece non ha alcuna copertura). Molti giornali stanno chiudendo, o licenziano giornalisti esperti, sostituendoli con nuovi a basso salario. I giornali ora sono la voce delle persone con soldi e si rivolgono a giovani in carriera che hanno potere d’acquisto. Così abbiamo deciso di costituire i nostri mezzi di comunicazione alternativi, media indipendenti e giornalismo civile. Pensiamo che le persone più adatte a parlare di una lotta siano quelle che vi sono coinvolte. La legge della giungla della comunicazione è ‘definisci o sarai definito’ (ad esempio un gruppo di donne in Chiapas, Messico, ha preso il controllo di una stazione radio e ha invitato le donne a raccontare le loro storie… alla fine questo ha prodotto la sostituzione del Governatore Federale con una delle donne).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Alcuni esempi delle nostre attività:&lt;br /&gt;1- Quest’anno è stata approvata una nuova legge alla Knesset – la Legge Anti-Boycott. Le donne israeliane hanno sempre sostenuto la lotta contro l’occupazione, ma oggi possono essere accusate per questo. Ora è proibito fare appelli per il boicottaggio contro l’occupazione, e si limita l'azione politica, criminalizzando le informazioni sull’occupazione. Abbiamo quindi iniziato una campagna contro la legge con lo slogan ‘continueremo a resistere’, abbiamo il diritto di resistere. E’ stata una campagna sul diritto di resistere – perché la gente si rendesse conto di avere questo diritto – e sul deterioramento della democrazia e la fascistizzazione di Israele. Però ci siamo rese conto che la gente aveva paura e che occorreva un messaggio di empowerment, di resistenza civile: qualsiasi legge fosse passata, noi avremmo continuato a resistere all’occupazione. La legge è passata, ma in forma più leggera; la nostra vittoria è stata la trasformazione dell’opinione pubblica. Prima della campagna, il boicottaggio era un argomento tabù. Ora il boicottaggio è percepito come una forma legittima di protesta – e un diritto fondamentale. Anche professori di diritto ed ex giudici si sono espressi contro la legge, e alcuni hanno fatto una dichiarazione per dire che se la legge fosse passata si sarebbero uniti al boicottaggio degli insediamenti.&lt;br /&gt;Abbiamo diffuso il messaggio con video e cortometraggi, usando tutti i social network; via Face Book la nostra ambizione era di avere 1000 click su You Tube – ne abbiamo avuti 3000 nel primo giorno e ora sono 15.000, moltissimi per Israele. Il messaggio era potente, con attivisti maschi e femmine, tutte/i di sinistra, anche persone famose – ma, cosa più importante di tutte, abbiamo usato l’umorismo. Molti/e israeliani/e hanno timore della ‘sinistra’, perché, commenta Orly, gli/le ebrei/e si sentono vittime, sentono gli/le attivisti/e di sinistra come nemici, hanno paura che i/le palestinesi entrino in massa in Israele  e invece, quando ridono, non possono avere paura. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;2- Interviene Orly, commentando che di grande importanza è stato anche il “passaparola” via e-mail tra conoscenti, proprio perché il video era diverso dal solito; potete vederlo sul sito web della Coalition.&lt;br /&gt;Le nostre vigil, in nero e in silenzio, di solito non sono attraenti per i mezzi di comunicazione. Inoltre per anni le reazioni dei passanti sono state negative e dopo l'attacco a Gaza anche aggressive; in particolare fa l‘esempio di Haifa, dove ci sono stati gesti aggressivi anche da autisti dei mezzi pubblici, cui però non è permesso di fare atti politici durante il lavoro, allora – dice – abbiamo filmato tutte queste reazioni e abbiamo messo video e foto sul web: la nostra visibilità è aumentata, e gli insulti diminuiti dopo che abbiamo consegnato le registrazioni anche alla polizia e abbiamo mandato il video alla compagnia dei trasporti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Gli interventi di alcune donne presenti hanno sottolineato i seguenti punti:&lt;br /&gt;Non tutte le persone usano o hanno accesso a internet; è importante sapere quali strumenti usare in ogni contesto per non escludere dall'informazione.&lt;br /&gt;Importante anche la formazione, fatta prima di tutto a noi stesse, sull'uso di strumenti e mezzi alternativi; ma anche sul simbolico e sull'uso dei gesti: il corpo parla, così come possono parlare i muri, dice una donna dell'Honduras, che accenna ai graffiti con cui donne e uomini del Fronte popolare di resistenza hanno reagito al blocco dei media, costringendo giovani dell'oligarchia a ridipingere in continuazione le pareti che loro dipingono.&lt;br /&gt;Le azioni fatte in luoghi affollati, come stazioni, discoteche, centri commerciali, hanno maggiore visibilità; vanno registrate e diffuse; a Cali, per esempio, hanno fatto una maratona di baci, dopo che in una discoteca due lesbiche sono state buttate fuori perché si baciavano.&lt;br /&gt;Nel Cauca la Ruta Pacifica ha un riconoscimento che è il risultato del lavoro di collegamento con amiche/i alleate/i tra i giornalisti.&lt;br /&gt;Anche se poche donne lo sanno, esiste un sito web internazionale delle DiN; ci sono anche liste email (in spagnolo, italiano, francese, inglese, olandese). Il sito web (www.womeninblack.org) è stato messo in funzione dopo l’ultimo incontro internazionale, con fondi provenienti dalle DiN di Belgio, Inghilterra e Olanda – ma i fondi finiranno entro la fine dell’anno. Come potremo finanziarlo in futuro? Del sito web e delle liste si è fatto carico finora un piccolo gruppo (in realtà 3 donne), alcune delle quali ora sono molto stanche. Dovrebbe esserci una rappresentante per la comunicazione di ogni paese? Come andare avanti?&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Pratiche di trasformazione delle donne vittime di violenza sessuale o politica, di fronte alle azioni del governo Fujimori in Perù - Gladis Canales Martinez,  Coordinatrice di CONAMUCAI (Coordinamento Nacional de Mujeres Afectadas por el Conflicto Armado Interno), Lima - Perù&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il 20 ottobre 1983 sono stata arrestata con l'accusa di essere una terrorista di Sendero Luminoso, ero sposata e avevo 2 bambine. Nel carcere del Callao, per una settimana, mi hanno denudata, bendata, con le mani legate  e torturata. Mi volevano violentare, ho detto di essere malata ma lo hanno fatto lo stesso con vari strumenti. Se avessi confessato mi avrebbereo rilasciata e mandata in un altro paese.  &lt;br /&gt;Mi hanno portata in un carcere di massima sicurezza, il penale di Puno, in cui ero rinchiusa per 23 ore al giorno, ero coperta di funghi sulla pelle, non potevo leggere.... la polizia entrava il mattino presto per cercare documenti nella vagina. Vivevamo in condizioni subumane, cercavo solo  di sopravvivere. Quando venivano a trovarmi i bambini non li potevo toccare, non potevamo avere contatti fisici, volevano che le famiglie ci dimenticassero. Avevamo sempre fame e solo dopo la visita delle famiglie che ci portavano del cibo, potevamo sfamarci. &lt;br /&gt;Io ho resistito per raccontare al mondo quello che è successo a me e a tante persone innocenti. Molte donne si prostituivano per avere un po’ di libertà. Ci mettevano in fila per cinque, nude per una settimana, anziane e giovani e ci torturavano con una barra elettrica nella vagina. &lt;br /&gt;Avrei dovuto rimanere in carcere per 20 anni ma sono stata indultata e sono uscita dopo otto anni, nel 2001. Essere indultata ha voluto dire non poter entrare in alcuni paesi come il Canada, perché considerata ancora terrorista.&lt;br /&gt;La cosa più importante per me è stata recuperare la mia famiglia, le mie figlie, con un aiuto psicologico. Abbiamo, insieme ad altre donne, fondato una Casa di Accoglienza per aiutare le donne violate, gli orfani di desaparecidas, ex prigioniere per difendere i loro diritti. Abbiamo avanzato delle proposte di riparazione per  le donne perché il Governo riconosca non solo chi ha subito ingiustamente il carcere   per terrorismo, ma anche chi ha subito violenza (più di 1000 donne) da parte di agenti di Stato. &lt;br /&gt;Noi dobbiamo lottare ogni giorno per la Giustizia. Ho deciso di venire qui a portare la mia testimonianza perché è necessario che le Donne in Nero contro la guerra ci siano anche in Perù .&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Alla fine di questa emozionante e dura testimonianza di Gladis noi donne ci siamo alzate e ci siamo strette intorno a lei in un lungo, commovente abbraccio per testimoniare la nostra solidarietà e il nostro affetto. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Laboratorio di letteratura e poesia come azione di trasformazione delle donne di fronte ai conflitti armati - Lola Robles, Spagna                                                                 &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lola Robles parla dei suoi laboratori di letteratura fantastica illustrando le fasi:&lt;br /&gt;selezione dei testi, sempre scritti da donne o da uomini che analizzano come si costruisce il maschilismo; &lt;br /&gt;lettura individuale a casa; &lt;br /&gt;piccola presentazione dell’autrice/ore e/o del testo scelto;&lt;br /&gt;commenti: le donne si esprimono in libertà perché nessuna deve imporre le proprie opinioni alle altre, essendo valide tutte le opinioni che si integrano fra loro.&lt;br /&gt;Questi laboratori sono uno spazio di educazione femminista, pacifista, antimilitarista, contro il razzismo e l’omofobia attraverso la scelta dei testi. Difatti la letteratura fantastica, scritta nell’ultimo secolo da molte donne perché veniva considerata meno pericolosa, attraverso la finzione consente di parlare di un mondo senza guerra, senza violenza, di affrontare la comunicazione con il diverso, di conoscere la situazione delle donne nei vari paesi, di trasmettere i nostri pensieri e i nostri valori.&lt;br /&gt;Lola indica poi i nomi di alcune autrici: Ursula K Le Guin, Angela Carter, Pilar Pedraza, Ana Maria Matute, Octavia Butler, Margaret Elphinstone, Angelica Gorodice, Gloria Fuertes.&lt;br /&gt;Vengono lette alcune poesie di Gloria Fuertes, poetessa spagnola, nota per le sue opere rivolte ai bambini, ma il cui valore emerge sempre più; ella si è sempre espressa molto chiaramente contro la guerra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Seguono vari interventi dai quali si desume la forza della poesia per denunciare e per plasmare il proprio dolore.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La tragedia degli scomparsi&lt;br /&gt;Questo workshop non è riportato nel programma perché è stato aggiunto all’ultimo momento. Non ha un titolo esatto ma il tema riguarda la tragedia degli scomparsi.&lt;br /&gt;Al workshop erano presenti soprattutto donne colombiane da ogni regione ed è stata una esperienza molto intensa in quanto sono state proposte molte testimonianze dirette (scomparse di figlie, figli, mariti, sorelle ecc.); poi è stato proiettato un video sui riti eseguiti nei pueblos per affrontare la scomparsa di un caro, e alla fine ci siamo unite in un abbraccio collettivo per unire le energie.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Il primo intervento ha fatto una veloce analisi della situazione:&lt;br /&gt;La militarizzazione è un processo che controlla la vita civile e quotidiana delle persone e produce innumerevoli effetti sui cittadini.&lt;br /&gt;Molti sono gli “Attori armati” che agiscono indisturbati in Colombia incidendo negativamente nella vita dei Colombiani. Attraverso il controllo del territorio, delle attività economiche (private e pubbliche), e interferendo nella cultura dei popoli,  cambiano la vita e la cultura dei popoli. Anche la stampa è sottoposta al controllo, infatti con l’uso della propaganda si fanno passare azioni ignobili e criminali come “normali”.&lt;br /&gt;Questi sono i metodi usati dagli “Attori Armati” per creare uno stato di paura e di incertezza nella popolazione, e quindi di ricattabilità e di facile sfruttamento:&lt;br /&gt;violazione dei Diritti Umani dei bambini, delle donne, degli uomini giovani e vecchi,  &lt;br /&gt;abusi sessuali nei confronti dei bambini/e, delle donne giovani e meno giovani,&lt;br /&gt;intimidazioni e aggressioni, contro chiunque esprima un minimo dissenso e contro la sua famiglia,&lt;br /&gt;sparizioni,&lt;br /&gt;morti fuori combattimento accade spesso che nei conflitti armati qualche civile sia coinvolto casualmente,&lt;br /&gt;lavoro sotto pagato o addirittura licenziamenti.&lt;br /&gt;L’indifferenza dello Stato favorisce questo stato di cose.&lt;br /&gt;A Medellin nel 2011  sono scomparse 341 persone, a Cartagena spariscono 7 persone al giorno.&lt;br /&gt;Le comunità invece si organizzano per affrontare  queste situazioni.&lt;br /&gt;Nel caso specifico delle sparizioni sono nati molti gruppi che nei “Pueblos” si incontrano e lottano per fare riconoscere lo “Stato di vittima” e che sia riconosciuta anche una forma di indennizzo ai familiari. Ogni volta che sparisce un componente della famiglia viene organizzato un rito per condividere il dolore ma soprattutto per riconoscere la responsabilità collettiva della violenza subita. Si riuniscono di sera attorno ad un fuoco e ogni componente legge una lettera di addio allo scomparso. Questa lettera viene accesa con il fuoco e buttata dentro una pentola vuota, una sorta di saluto collettivo per aiutare tutti a saper affrontare la quotidianità. Durante il rito sono usati molti simboli di fratellanza, (fiori, farfalle, nastri colorati) le persone si abbracciano e piangono insieme con le foto degli scomparsi, in questo modo si “proteggono” dal dolore e dalla violenza.&lt;br /&gt;Le testimonianze sono state terribili, potete immaginare la difficoltà di raccontare che un giorno improvvisamente un appartenente alla famiglia non torna più e non saprete mai che fine ha fatto, anche se vi recate dalla Polizia e fate numerose ricerche non saprete mai la verità. Questo è un altro punto che le amiche Colombiane hanno affrontato, “la verità” è un valore immenso che non viene garantito. I gruppi chiedono “la verità” sui propri scomparsi.  &lt;br /&gt;Poi hanno presentato il lavoro che fa l’Associazione CONTRAVIA (ONG). I parenti dei “desaparecidos”producono delle bamboline che riproducono lo scomparso, e attraverso la ONG le vendono. In questo modo coinvolgono gli acquirenti nella tragedia ed estendono l’informazione creando un nuovo veicolo informativo per dare risonanza alle scomparse. Il progetto sta avendo molto successo. www.contravia.tv – face book.com/contravia.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7857606800177210418-4127849902661458258?l=controlaguerra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://controlaguerra.blogspot.com/feeds/4127849902661458258/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/09/ancora-dalla-colombia-provocazioni-e.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/4127849902661458258'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/4127849902661458258'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/09/ancora-dalla-colombia-provocazioni-e.html' title='Ancora dalla Colombia: provocazioni e workshop'/><author><name>Donne in nero Padova  donneinnero.padova@gmail.com</name><uri>http://www.blogger.com/profile/08395108538400298838</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='21' src='http://3.bp.blogspot.com/_0-6Ar37J2Bc/S6T6miTqAQI/AAAAAAAAABk/dh-4RJWJ3Ns/S220/IM000137.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7857606800177210418.post-2332541141552103903</id><published>2011-09-21T23:16:00.001+02:00</published><updated>2011-10-09T15:53:49.144+02:00</updated><title type='text'>Dalla Colombia : Provocazioni e workshop</title><content type='html'>&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;PROVOCAZIONI&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Mercoledì 17 agosto 2011&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Prospettive femministe su conflitti e guerre attuali - Mireya Forel, Spagna&lt;br /&gt;Ci sono guerre segrete, interventi sotterranei, guerre economiche, ecologiche, mediatiche – non solo con fucili e missili. Condividiamo il sentimento di impotenza sul fatto che anche la sinistra sa molto poco di ciò, come sulla Libia, Costa d’Avorio, ecc. Poi è arrivata la Primavera in Tunisia, seguita dall’Egitto… avevamo questa immagine che le donne nei paesi musulmani erano sottomesse, poi abbiamo capito che sia le donne sia gli uomini erano capaci di organizzare democrazia diretta, qualcosa che noi stesse non siamo state capaci di fare. Le donne col velo avevano la voce.&lt;br /&gt;I governi dell’occidente sono implicati nel mantenimento delle dittature. C’è maggiore fiducia nel sud che nel nord, ci sono movimenti per una “democrazia reale subito” in Portogallo, Spagna, Grecia, mentre l’Italia ancora non si è mossa.  La Grecia è un esempio interessante di resistenza, c’è un forte movimento contro il debito esterno, mentre l’Europa si sta costruendo creando zone nord/sud: se prima la contrapposizione era est/ovest, adesso c’è un sud dell’est e dell’ovest; in Grecia c’è un linguaggio da terzomondisti, hanno raccolto l’esempio della resistenza dell’Ecuador contro il pagamento del debito, non hanno trovato esempi in Europa. Invece l’occidente biasima i greci per il debito, dice loro di smetterla di essere pigri. Il paradigma patriarcale – indebolire per creare dipendenza è una trappola e il capitalismo l’ha sfruttata con il colonialismo. &lt;br /&gt;Dobbiamo decolonizzare le nostre stesse menti tenendo presente la capacità che ha il sistema di assimilare le rivendicazioni.&lt;br /&gt;Siamo Donne in nero e di sinistra, va spazzato via il modo di vedere la storia, va rivendicata l’opportunità di parlare del sud; i movimenti femministi in Europa e negli Stati Uniti o il movimento ecologista hanno avuto lo slancio per farlo soltanto con le lotte di liberazione dal colonialismo in passato e ora con la mobilitazione della Tunisia o del Marocco. La Francia nelle colonie ha fatto massacri peggiori del nazismo e soltanto negli ultimi dieci anni c’è stato finalmente anticolonialismo nella sinistra, io però sono della generazione del radicalismo. Nel workshop del pomeriggio parleremo anche delle trappole legate all’Occidente e all‘uso della dichiarazione universale dei diritti umani.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Opporsi alla militarizzazione delle agende della sicurezza nazionale e internazionale; gli effetti dell’arruolamento nelle forze armate sull’identità delle giovani donne - Yvonne Deutsch, Israele&lt;br /&gt;Nell’esperienza collettiva del benvenuto abbiamo sentito nostalgia per la voglia di interconnetterci in solidarietà e amore e in molte avevamo le lacrime agli occhi per l’accoglienza fattaci dalla Ruta Pacifica. &lt;br /&gt;Ringrazio le Donne in nero colombiane e le svizzere che mi hanno permesso di venire qui. Da Israele siamo in cinque ebree, io e Tamara Traubmann siamo della Coalition of Women for Peace ma io mi considero Donna in Nero, sono stata tra le fondatrici, come Dafna, che è qui con Tamar; vado alle vigil con le altre a Haifa e Gerusalemme contro l’occupazione. Ci andiamo non come madri ma come cittadine.&lt;br /&gt;Nella società israeliana l’esercito (l’IDF) ha un ruolo centrale per la costruzione di un modello maschile contrapposto all’immagine di impotenza degli ebrei nell’olocausto: molti si sentono vittime ma nel comportamento personale e nazionale sono oppressori.&lt;br /&gt;Israele è diventato un paese fornitore di armi a tutto il mondo; fare il servizio militare per tre anni dà diritto di cittadinanza e accesso al lavoro; l’élite economica e politica maschile proviene in gran parte dall’esercito.&lt;br /&gt;Si pensa che le donne capiscano poco le questioni di pace e guerra; quando è stata formata Peace Now (era un movimento sionista per la pace con l’Egitto, di ex ufficiali) c’era solo una donna, che faceva parte del Parlamento e cui fu impedito di firmare la lettera di fondazione, benché avesse fatto il servizio militare, perché non aveva preso parte ai combattimenti. Le DiN reclamano uno spazio pubblico antimilitare, fanno proteste contro l’occupazione e hanno aperto spazi in Italia e in Europa, come in Israele, per l’attivismo delle donne in solidarietà con le/i palestinesi e contro il militarismo. Le donne nell’IDF svolgevano per lo più ruoli di servizio (fare il tè,…). Poi alcune, le femministe liberali, hanno chiesto che venissero dati loro impegni e responsabilità uguali agli uomini: e questo non lo capisco, non capisco come si possa rivendicare il diritto di intervenire a Gaza o di esercitare un ruolo da oppressori. Dal 1995 le donne sono integrate in tutte le attività dell’esercito, nel ruolo di pilota,  come operatrici di missili: ragazze di diciotto anni sono addestrate all’uso delle armi, combattono,  ma sono ancora escluse dalle posizioni elevate nell’IDF.&lt;br /&gt;Negli scambi di cooperazione con donne italiane e palestinesi si è detto a lungo che la ragion d’essere degli eserciti è proteggere donne, bambini, la popolazione, ma che questa è una scusa per il potere. Sono interessata a discutere come l’esercito incide sull’identità delle giovani donne, perché, sebbene io sia un’attivista per la pace femminista e antimilitarista e mio figlio abbia deciso di non andare nell’esercito (come fanno molti, sia facendosi riconoscere una malattia mentale sia come obiettori di coscienza), mia figlia ha deciso di andare per cercare di diventare paramedica, per curare, non per uccidere. Dopo un anno nell’esercito, sta avendo una vera crisi, vedremo come evolve.&lt;br /&gt;Come l’esercito influenza l’identità delle donne giovani? Da un lato dà loro un’alta immagine di se stesse, si sentono forti, competenti, ma dall’altro si trovano di fronte alla mancanza di rispetto per le donne e la interiorizzano. Vedono la mascolinità dominante come preferibile, si addestrano a parlare a voce bassa, emozionate per il lavoro con le armi e trascurano la loro funzione. L’esercito è basato su una cultura di molestia sessuale, le giovani donne la banalizzano e la negano. In realtà la presenza delle donne contribuisce alla “normalizzazione” dell’esercito, mentre la militarizzazione ha un grave impatto sulla vita personale. &lt;br /&gt;Come ha toccato la nostra vita il militarismo? Come DiN siamo uscite per protestare contro l’occupazione, ma qual è il rapporto con l’antimilitarismo? Io faccio parte di un piccolo gruppo di donne che discutono come madri di soldati e quando mia figlia si è arruolata, ho voluto che andasse in un luogo dove poteva sperimentare quello che provava e ora voglio trasformare il mio rapporto con lei perché non abbia paura che le dica: ‘Vedi, te l’avevo detto’. Come madri antimilitariste ci siamo riunite in un rifugio contro i bombardamenti, andando sottoterra per parlare di questa pena; era un approccio artistico, molto radicale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il lavoro delle donne israeliane con i mezzi di comunicazione e le campagne nei media contro le persecuzioni politiche - Tamara Traubmann, Israele&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sono entusiasta di essere a Bogotà e ringrazio le donne della Ruta per l’invito e le donne italiane per avere reso possibile il viaggio. In questi giorni ho imparato molto. Sono nata in Cile, rifugiata in Israele a tre anni, all’inizio della dittatura di Pinochet; sono una giornalista. Ho fatto obiezione di coscienza al servizio militare; faccio parte della Coalition of Women for Peace (www.coalitionofwomen.org) che raccoglie diverse organizzazioni di donne antimilitariste come DiN, New Profile, Checkpoint watch, Tandy (donne comuniste) e altre organizzazioni; tutte queste organizzazioni lottano contro il razzismo, il militarismo, il capitalismo e condividono una visione comune di una società giusta senza discriminazioni sul piano etnico, dell’orientamento sessuale, ecc. Dalla seconda guerra del Libano e dagli attacchi a Gaza la coalizione lotta perché Israele sia processato per offese sessuali e ora è stato fatto un ricorso alla Corte suprema ma il caso verrà perso. Lottiamo contro l’occupazione e la demolizione delle case, ad esempio in un piccolo centro beduino nel sud del paese; chiediamo la punizione dei responsabili di crimini di guerra.&lt;br /&gt;Israele è una società in guerra dal 1948, e da quarant’anni non c’è cambiamento della situazione se non in peggio. Cerchiamo mezzi alternativi per lottare contro il militarismo nella nostra stessa società. &lt;br /&gt;Nel workshop si parlerà di attivismo economico. Le organizzazioni palestinesi hanno emesso un appello congiunto per il boicottaggio. Noi abbiamo iniziato il nostro progetto Who profits from the Occupation? (www.whoprofits.org) che è una voce dall’interno, una inchiesta che individua i privilegi che abbiamo come israeliani. Nella nostra base dati ci sono ormai 14.000 aziende, israeliane e internazionali, che guadagnano dall’occupazione e abbiamo messo 500 di queste nel nostro sito web. L’occupazione è stata ed è un peso per l’economia israeliana, il budget per la sicurezza è uno dei più alti del mondo, 9 miliardi di dollari USA, le spese sono enormi rispetto al PIL, e ne approfittano solo coloro che sono vicini al potere; molte ditte approfittano del muro, ditte che producono cemento o apparati elettronici. I motivi economici per mantenere l’occupazione sono molto forti, non ci sono solo motivi economici o di sicurezza.&lt;br /&gt;C’è un processo di riforma neoliberale, aumentano le differenze sociali, aumentano le privatizzazioni (ad es. anche i checkpoint sono privatizzati); così ci sono più interessi che motivano il governo, più ditte interessate all’occupazione ed è difficile distinguere tra economia israeliana ed economia degli insediamenti, che pure rappresentano soltanto il 10% dei territori di Israele e meno del 10% della popolazione. L’economia israeliana è fortemente centralizzata: 20 gruppi d’affari appartenenti a famiglie controllano oltre il 50% del mercato azionario israeliano, i 10 più grandi controllano il 30%. Il governo israeliano dà molti incentivi: riduzione delle tasse, terreno a basso prezzo, regole permissive sul lavoro e sull’ambiente, nessun obbligo. Vi sono tre principali aree di interesse:&lt;br /&gt;Controllo della popolazione: ditte per la sicurezza, gas lacrimogeni, bastoni elettrici ecc., venduti sul mercato internazionale, nelle fiere sulla sicurezza di tutto il mondo: gli agenti delle ditte li presentano come prodotti sperimentati sui palestinesi e questo aiuta a vendere; Group 4 Security (G4S), uno dei maggiori fornitori al mondo per la sicurezza privata, offre strutture di imprigionamento ricavate dal controllo sui palestinesi.&lt;br /&gt;Industrie delle colonie: cemento, costruzioni, fabbriche come Soda Stream che vende in 30.000 negozi in 39 paesi prodotti provenienti da una fabbrica in una colonia illegale, con un’etichetta che rinvia all’aeroporto di Tel Aviv, ma lì ci sono i negozi, non la fabbrica (lo fanno molte ditte attraverso l’immagazzinamento in Israele). La scorsa settimana la Coalition ha dato informazioni su questi prodotti, che sono molto venduti, in particolare in Svezia; in passato dopo che era stata fatta una campagna la ditta produttrice ha costruito un’altra fabbrica in Israele.&lt;br /&gt;Sfruttamento economico di forza lavoro e risorse palestinesi, come ad es. Veolia, una ditta francese contro cui c’è stata una campagna enorme in Europa e la ditta ha perso più di 5 milioni di euro, per cui Veolia ha comunicato che si ritira dal progetto di una linea ferroviaria che passa su territorio palestinese. Nel contratto questo non appariva e la ditta non si è preoccupata di verificare quali fossero i territori coinvolti: rendere invisibile l’occupazione cancellando la Linea Verde facilita le omissioni in Israele. &lt;br /&gt;Israele è protetto dal veto USA alle Nazioni Unite, ma le aziende commerciali sono esposte: la Coalition lancia e partecipa a campagne di boicottaggio internazionali per far pressioni su queste aziende.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;WORKSHOPS 17 agosto 2011&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Prospettive femministe su conflitti e guerre attuali - Mireya Forel, Spagna/Siviglia&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mireya: richiama alcuni punti che ha proposto nella sua “pro-vocazione” in plenaria; in Europa e in Occidente le donne riproducono inconsciamente, anche come femministe, valori patriarcali; le Donne in nero cercano di disintossicare, però è un mondo molto neocolonialista. Invita a dire perché siamo in questo ws ma vorrebbe anche parlare del perché si è sviluppata questa cultura.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Donna dall’Uruguay: le interessano strategie pratiche e di successo perché contano i risultati, grandi o piccoli. Occorre sganciarsi dal machismo, nel suo paese c’è un grande problema di violenza domestica e di genere ma ora le donne denunciano e c’è sforzo per arrivare a una legge.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un’economista: il patriarcato si rinnova continuamente; c’è un legame tra povertà, vita delle donne, violenza domestica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Elisa (italiana di Udine che lavora a Bogotà): in Italia c‘è una grande trappola, a livello di legge c’è molto di buono, divorzio, aborto ma c’è una dittatura totale, non c’è democrazia, Berlusconi fa una politica di merito estetico, le donne debbono essere belle, si vendono agli uomini per avere successo economico o politico.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sonia (Ruta Pacifica): gli impegni delle conferenze mondiali, parallele a quelle istituzionali, sono diventati trappole; la Colombia li ha firmati ma non li ha applicati.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Donna da Santander: è qui per dire alle donne che non sono potute venire di che cosa si è parlato. C’è molto machismo, in politica ci sono più uomini che donne, adesso c’è un’iniziativa per una quota del 30% di donne ma non è una richiesta delle donne.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Donna da Antiochia: circa la relazione tra donne e patriarcato, nelle organizzazioni di donne c’è la trappola sia di chi è più femminista sia delle giovani che credono di avere tutti i diritti e che non sia necessario lottare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Donna da Bogotà (Ruta Pacifica): diritti umani, azioni positive, responsabilità del governo precedente, necessità che ci siano più giovani.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mireya: vorrebbe trasmettere una riflessione sulle trappole del machismo. In plenaria ha parlato della lotta anticoloniale, del diritto all’autodeterminazione per il riconoscimento di un popolo, dell’impatto che c’è stato sulla società civile occidentale, quella dei colonizzatori. Gli stati-nazione moderni si sono sempre costituiti sulla dualità tra valori universali  e politica coloniale o imperialista, usando i grandi principi, come quelli della rivoluzione francese, per cui tutti erano cittadini, al di là della religione, ma erano eliminate – già in linea di principio – le donne, i poveri, i popoli su cui l’Occidente ha costruito la sua ricchezza. Con la fine del colonialismo si sono costruite nuove frontiere, non rispettando i valori dei popoli indigeni ed escludendoli, come gli afroamericani. In Francia, stato centralista, sono state negate tutte le differenze; così in Spagna, si è negata la differenza Andalusa. &lt;br /&gt;La modernità si è presentata come capacità di adattarsi alle politiche di accumulazione di ricchezza; negli anni ’60 ci sono stati i movimenti anticoloniali e gli impulsi del nazionalismo, poi si è cominciato a scoprire che il mondo occidentale – che dieci anni prima giustificava il colonialismo – non riconosceva le donne. In Svizzera non hanno avuto il diritto di voto fino agli anni ’70, del resto a inizio ‘900 il patriarcato e il colonialismo reprimevano le donne che chiedevano il diritto di voto e c’è voluta la II guerra mondiale perché esse lo ottenessero in vari paesi. E’ una questione di doppia morale. &lt;br /&gt;Negli anni ’70 sono state dedicate molte energie a confrontarsi e a lottare per la differenza, l’affermazione del diritto sul proprio corpo viene dalla lotta anticoloniale, in Italia ci sono state lotte straordinarie. La ministra della Difesa in Spagna giustifica la guerra in Afghanistan in nome dei diritti delle donne: è anche questa una trappola, così come nel caso delle politiche verso Hamas. Viene denunciata la mancanza del rispetto dei diritti di uguaglianza, però viene fatto il discorso delle donne come natura, sin dai filosofi greci e dalle teorie sull’inferiorità delle donne. &lt;br /&gt;Le femministe cercano di decostruire questo discorso e la politica che se ne serve. Primo, siamo donne non biologicamente ma culturalmente. Secondo, si è creata una dualità tra donne e uomini e tra natura e ragione ma non se ne sono analizzate le cause; svalutando la classe contadina, noi femministe occidentali ci siamo identificate con il progresso nella sua versione ufficiale, patrimonialista, per la conquista del denaro e negli anni ’80 non si è accolto l’ecofemminsimo. &lt;br /&gt;La politica sistematica dell’uguaglianza è una trappola, è una forma di colonialismo machista che insulta le donne, ne disprezza le culture, le violenta, le rinchiude, con il potere patriarcale che si esercita nell’ambiente e nella casa. E’ tempo per le femministe di porre questioni fondamentali, di comprensione di altre culture, non di fare la politica delle ong per “salvare” le donne contadine. Inoltre, la politica dell’uguaglianza diventa competizione per il potere in stile maschile; non è per creare settarismo, ma le “patrimonialiste” hanno considerato le donne come appendici degli uomini mentre le ecofemministe hanno subito la propria rimozione e la dominanza di uomini nell’ecologia.&lt;br /&gt;Un altro tema è quello della violenza nella pubblicità e nei media con l’uso di immagini macho. L’abbiamo denunciata ma nel femminismo classico non si è fatta la connessione con il militarismo, tranne un preciso momento in cui le donne, ma anche gli uomini, si sono dichiarati per la pace, però quel pacifismo è di nuovo una trappola, si usano armi e bombe per risolvere i conflitti. &lt;br /&gt;Lo stato-nazione nasce sulla violenza, sulla colonizzazione, sulla globalizzazione; si è dimenticato di trattare del militarismo, del fascismo eppure sono un grosso problema per il femminismo, così come il patriarcato e il razzismo. […] Accenna al concetto di femminismo dei diritti in Italia e alle lotte contro le discriminazioni: sono trappole in cui cadiamo  nelle critiche ai nostri governi.&lt;br /&gt;C’è poi il problema della chiesa cattolica e dei principi dei diritti universali creati per gli uomini; se in Europa predomina la cristianità, come possiamo dare lezioni alle donne egiziane? Dobbiamo dare loro sostegno, non però “portando la verità” perché noi abbiamo i principi universali, bensì rispettando la loro autonomia. &lt;br /&gt;Siamo differenti, disarticoliamo lo spirito patriarcale del potere, produciamo rivendicazioni e pensieri femministi che non vedano soltanto il sessismo; ce lo insegnano le donne del Sud, donne dell’India, dell’africa, dell’America Latina: il patriarcato distrugge la terra, divide le culture, è capace di adattarsi e si appropria delle nostre rivendicazioni strumentalizzandole per invadere paesi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;C’è fretta di lasciare la sala al ws successivo, ci sono alcuni rapidi interventi di una donna della regione del Bolivar; una di Buenaventura; una della Ruta Pacifica (sul diritto alla salute e il programma del governo); una di Antiochia (sulla trappola del processo partecipativo, con gli attori paramilitari e i progetti fatti in loro nome); una seconda donna della regione del Bolivar  (sul linguaggio esclusivo del patriarcato e sulla violenza che rende violenti).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Prospettive di protezione delle donne attiviste della rete DiN e della Ruta Pacifica -Alejandra Miller, Cauca Colombia&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Alejandra fa una breve introduzione in cui spiega cos’è la protezione per la Ruta e come hanno lavorato su questo tema.&lt;br /&gt;La protezione “sororal” [non esiste un termine equivalente in italiano] è affidamento, riconoscimento dell’autorità e del sapere di altre donne, quindi protezione come autoprotezione di se stesse e tra donne. La proteccion esta en mi y en la otra: la protezione sta in me e nell’altra&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Gli elementi chiave per la resistenza nonviolenta e per proteggere noi stesse sono:&lt;br /&gt;. “autocuidado” = cura di sé, prendere misure di autoprotezione e cura, ascoltare il proprio corpo, seguire l’intuizione di fronte al pericolo;&lt;br /&gt;- analisi del contesto, prevedere rischi e pericoli;&lt;br /&gt;- alleanze con alter organizzazioni di donne e miste accomunate dal credere nella nonviolenza;&lt;br /&gt;- costruzione simbolica: i simboli ci proteggono; dobbiamo decostruire i simboli della guerra per spiazzare la logica delle armi e del patriarcato; parlare ai paramilitari li disarma;&lt;br /&gt;- creare fiducia tra noi: la responsabilità collettiva inizia dalla responsabilità personale di ciascuna di noi; in situazioni di pericolo ogni donna deve sapere cosa fare;&lt;br /&gt;- resistenza nonviolenta basata sul consenso&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I principi fondamentali sono:&lt;br /&gt;- il rispetto pr la vita e il rifiuto di ogni forma di violenza;&lt;br /&gt;- la partecipazione, le decisioni collettive, il pluralismo;&lt;br /&gt;- la concertazione;&lt;br /&gt;- la coscienza etica del nostro ruolo.&lt;br /&gt;Per la Ruta la protezione ha successo perché parte dalla consapevolezza di ognuna. In effetti nessun attore armato ha mai attaccato le carovane della Ruta. La Ruta vuole proteggere le attiviste e le donne che vivono in situazioni di conflitto. La presenza solidale, le denunce fanno diminuire le aggressioni.&lt;br /&gt;Differenza tra sicurezza (imposta, militare) e protezione. La sicurezza private spesso è composta dalle stesse persone della sicurezza militare. La buona comunicazione è la chiave della protezione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Alejandra pone quindi a tutte due domande:&lt;br /&gt;1. La Ruta, tra sicurezza e protezione, preferisce parlare di protezione. E’ lo stesso per le DiN parlare di sicurezza o di protezione?&lt;br /&gt;2. Che proposta di protezione e autoprotezione non armata fanno le DiN? Quali strategie di protezione adottano?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Sicurezza è qualcosa che sento dentro, mentre la protezione è quella che mi danno gli altri (Dareen, Palestina).&lt;br /&gt;- Parla della sua esperienza di relazione con donne che sono leader, difensore dei diritti umani e, nello stesso tempo, vittime; alla sua domanda su che misure prendevano per proteggersi, loro rispondevano che avevano fatto denunce alle autorità, ma senza risultati. Secondo lei ci sono 2 alternative. O tenere un profilo basso, rendersi invisibili, o pubblicizzare al massimo qule che si fa e le reazioni dei soggetti armati (Juliana, Colombia).&lt;br /&gt;- Proteggere significa creare legami, una rete che protegge, mentre la sicurezza a livello globale ha assunto un significato diverso, negativo (Sandra,Colombia).&lt;br /&gt;- Sicurezza è mantenere alta l’autostima.&lt;br /&gt;- Per 8 anni il presidente Uribe ha fatto una politica di “sicurezza democratica” che ha significato guerra, armi, violazioni dei diritti umani… I difensori della sicurezza uccidevano e violentavano. Sicurezza vuol dire guerra e conflitto (donna del Cauca).&lt;br /&gt;- Sentirmi sicura ogni giorno dove vivo, avere un lavoro, questo è sicurezza. Ma il governo parla di sicurezza in senso militare. Protezione invece vuol dire prendermi cura di me e delle mie compagne (Noris, Colombia).&lt;br /&gt;- Uno degli strumenti di protezione può essere il sistema di comunicazione che ci dà visibilità e forza (donna del Cauca, “comunicasora social”).&lt;br /&gt;- In inglese c’è un’altra parola “safety”, che significa tranquillità, esprime un significato femminile della sicurezza, benessere, star bene (Yvonne, Israele).&lt;br /&gt;- Bisogna costruire sicurezza nelle donne per essere più forti e quindi in grado di proteggersi.&lt;br /&gt;- Molte donne sono minacciate e subiscono violenze e spesso devono abbandonare i luoghi dove vivono; proteggerle significa anche creare un fondo a cui attingere per portarle in luoghi sicuri.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Come stiamo come donne mentre lottiamo contro il militarismo per i diritti sociali e per il cambiamento - Yvonne  Deutsch, Israele&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Yvonne: A parte quello che facciamo come DiN contro l'occupazione, sono interessata a come costruiamo le nostre relazioni, al processo di empowerment reciproco, a cosa stiamo facendo per noi stesse.&lt;br /&gt;Dopo undici anni di attivismo ero totalmente esaurita (burn out). Ho potuto studiare l'equilibrio/squilibrio tra corpo e mente, tra stress e benessere. È un privilegio poterlo fare, sarebbe un diritto di tutte anche se non a tutte è possibile farlo.&lt;br /&gt;Vorrei scambiare le nostre esperienze e proporvi una pratica semplice ed efficace per controllare o sbloccare diversi stati emotivi. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Corpo e mente sono connessi, stress, conflitti e traumi ci squilibrano. Dobbiamo ascoltare con attenzione i nostri sentimenti e individuare quelli che ci disturbano. Ogni stato emozionale corrisponde a un dito; per scioglierlo possiamo tener stretto con l'altra mano il dito corrispondente per tre minuti, respirando profondamente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Pollice: per sciogliere il pianto, il lutto, il dolore emotivo&lt;br /&gt;Indice: per sciogliere la paura e il panico&lt;br /&gt;Medio: per sciogliere la rabbia e il risentimento&lt;br /&gt;Anulare: per sciogliere l'ansia e  la preoccupazione&lt;br /&gt;Mignolo: per dissipare la mancanza di autostima.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questa pratica si può fare su noi stesse o su un'altra persona, ad es. un bambino; è una pratica semplice, che come molte altre mette in evidenza la saggezza del corpo di cui non siamo consapevoli.&lt;br /&gt;Di solito le donne occidentali pongono l'accento sulla mente, separandosi dalle loro emozioni. Abbiamo molto da imparare dalle donne colombiane e dal loro uso di fiori, canti, colori.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nonviolenza come un modo di rispondere ai conflitti - Dareen Khattab, Palestina&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dareen: non vuole fare lezione e spera che in aula ci sia Corinne, esperta di nonviolenza; si sente legata a Gandhi e a Martin Luther King. &lt;br /&gt;Nel conflitto israelo-palestinese la nonviolenza è stata utilizzata come modo diverso di contribuire alla lotta contro l’occupazione. La prima Intifada non è stata totalmente nonviolenta, ma è nota per l’uso delle pietre – non di armi – come forma di resistenza popolare, tutte/i erano in strada, bambini, anziani… le madri a difendere le case, donne e uomini erano tutte/i coinvolte/i e la situazione apparve chiara, nei media venne data un’immagine positiva. &lt;br /&gt;Invece, purtroppo, con gli attentatori suicidi si è perso l’appoggio del mondo e soltanto di recente hanno recuperato consenso e credibilità, con una lotta nonviolenta per scopi precisi: manifestazioni di palestinesi, israeliani, internazionali ogni venerdì davanti al muro, seguite dai media internazionali e ci sono stati villaggi che hanno avuto successo per ottenere di spostare il tracciato; allo stesso modo contro l’evacuazione dalle case. C’è persistenza e l’esercito e la polizia di Israele cercano di opporsi creando nuove misure, ad esempio l’ordine di non partecipare a manifestazioni per sei settimane. (Si inserisce Tamar: non è una misura di polizia, è decisa dai giudici, dopo aver portato il caso in tribunale). &lt;br /&gt;Oggi è difficile fare manifestazioni di massa come nella prima Intifada, ci sono tanti check-points e tanta attività dei coloni, perciò si cerca di superare la difficoltà mandando messaggi in internet, come per le iniziative nella Città vecchia di Gerusalemme. E’ un modo di utilizzare mezzi di comunicazione alternativi per azioni nonviolente, è una forma di resistenza per cui si fanno campagne nei negozi per prodotti alternativi a quelli israeliani.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Elisabetta Donini: ricorda le esperienze fatte alla fine degli anni ’80 come donne italiane, palestinesi e israeliane e chiede a Dareen un commento sugli aspetti di genere della nonviolenza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dareen: non ha citato le Donne in nero, ci sono altri esempi di resistenza nonviolenta, come la catena umana attorno alle mura di Gerusalemme all’inizio del 1990, lei se ne ricorda anche se era una bambina, però è mancata la persistenza, se ne è perso il ricordo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dalla sala vengono chiesti altri esempi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dareen: non ne sa abbastanza sul lato israeliano; lei è palestinese e chiede alle donne israeliane presenti [Dafna Kaminer e Tamar] se vogliono intervenire. Ogni 15 del mese, per tre mesi, c’è stata una dimostrazione per chiedere un accordo politico [tra Fatah e Hamas], fino agli accordi del Cairo, che però non hanno risolto il problema e ancora adesso ci sono piccole manifestazioni per la riconciliazione. Dalla prima Intifada fino al 2005-2006 non c’è stato in Palestina un buon attivismo nonviolento.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Judith Berlowitz: domanda qual è la reazione palestinese a ciò che sta succedendo in Israele con le manifestazioni di protesta sociale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dareen: non può dare una risposta ufficiale, c’è stata informazione e attenzione, le questioni socio-economiche e l’occupazione sono connesse, però lei vorrebbe che nelle manifestazioni questa coesione non venisse fatta, perché così la pressione in Israele è maggiore.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una donna che parla spagnolo: parla del legame tra nonviolenza e il simbolico e si rifà al workshop di Mireya: pacifismo e femminismo non sono la stessa cosa. Contro il popolo palestinese c’è molta violenza e in queste condizioni non c’è uguaglianza; si chiede se sia possibile una nonviolenza puramente simbolica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dareen: non pensa che si tratti di nonviolenza simbolica, perciò parlava di resistenza popolare. Ognuna/o può partecipare, attorno c’è il sostegno della gente, sono manifestazioni aperte e la partecipazione cresce, cresce la diversità. Non ha toccato il punto del’uguaglianza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Donna del Cauca: in Colombia si fa resistenza nonviolenta attraverso il cibo, non comprando prodotti di marca e spingendo le donne a consumare ciò che è prodotto da contadini e contadine. Si vogliono indurre le donne ad appoggiare l’economia contadina attraverso l’educazione ambientale nelle scuole sul cibo, sulla produzione biologica; è iniziata una campagna perché la zona  del massiccio diventi “sugar free”, perché gli abitanti consumino ciò che loro stessi producono; si spiega anche il legame con la salute. Soltanto il mercato è “certificato” e loro fanno resistenza promuovendo una campagna per diventare il proprio stesso mercato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Altra donna che parla spagnolo: è interessante l’intersezionalità di cui ha parlato ieri Dareen, permette di analizzare le differenze che ci sono tra di noi come donne. C’è discussione politica sui metodi violenti e non; immagina che in Palestina ci siano dibattiti importanti e vorrebbe sapere quale discussione ci sia tra le donne per lottare contro Golia con metodi nonviolenti oppure no.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dareen: tra le donne ci sono differenze su violenza o no. Sappiamo che nell’agenda politica di Hamas c’è strategia violenta, di lotta armata; le donne di Hamas non accettano lo stigma di generare figli perché siamo martiri, ma ci sono donne che per la loro affiliazione adottano del tutto l’agenda politica, non dicono se sono d’accordo sul lancio di missili o sugli attentati suicidi, non specificano quale violenza sostengono. Se sei madre di un figlio che fa atti violenti è facile cadere nella trappola e dare appoggio alla violenza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una donna colombiana: in Colombia  molte donne sono contro la violenza e il militarismo, ma vengono trattate come se fossero ai margini della legge, a favore della guerriglia. Che cosa succede in Palestina? Come viene accolta una donna che sostiene la nonviolenza?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dareen: in Palestina è diverso, non c’è esercito, ci sono forze&lt;armate come quelle di Hamas, dal 2006 non ci sono grossi attentati, al di là del lancio di missili e nelle famiglie non ci sono armi. Non è quindi un discorso molto diffuso, ma in una casa ci può essere chi è favore di Hamas, chi di Fatah e si discute di quello.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mireya: non è che organizzare una resistenza nonviolenta implichi che non ci possa essere violenza. Come ci possiamo preparare a iniziative nonviolente? Sono forme di resistenza importanti a livello sociale ed economico ma anche per disintossicare l’informazione; a questo proposito ricorda ciò che ha detto Piedad Cordoba sull’informazione. Un esempio è quello di una campagna simbolica che denunci le implicazioni delle banche con la guerra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Jimena, Ruta Pacifica del Cauca: il Cauca, in sintesi, è fatto di belle montagne, dei maggiori fiumi della Colombia – il Rio Magdalena e il Rio Cauca – di ricchezza di miniere, di flora e di fauna; ma nonostante la bellezza e la diversità è uno dei dipartimenti con il maggior tasso di violenza di tutti gli attori armati e del governo. Ha una storia segnata dal conflitto armato, le azioni nonviolente non sono bastate a fermarlo, ci si confronta sempre con la violenza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dareen: è una domanda difficile, vorrebbe saperne di più, lei intendeva limitarsi a segnalare problemi, si potrà parlarne con altre donne del Cauca.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Jimena: risponde che c’è soltanto lei.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Amity, Ruta Pacifica:  le Donne in nero in Palestina sono un esempio cui rifarsi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dareen: non c’è un ramo palestinese delle Donne in nero, ci sono donne palestinesi di Israele che partecipano alle Donne in nero. Devono parlarne le israeliane [dà il microfono a Tamar e Dafna].&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tamar: la loro questione centrale, quando stanno in strada per un’ora, ogni venerdì, è “Basta con l’occupazione”: non ci sono altre scritte, a parte “Fermare l’assedio a Gaza”. Non è un’ingenuità, sanno che l’occupazione è alla base di molto di ciò che succede, che essere occupanti distrugge le loro radici, oltre agli aspetti socio-economici, ma molte/i in Israele hanno paura, sono convinte/i che è per la sicurezza di Israele che si occupano i Territori e con chi pensa alla sicurezza non c’è spazio per discutere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Riflessione sulla militarizzazione della vita in Colombia – Dunia Leòn, Cartagena, Colombia&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Introduzione&lt;br /&gt;La militarizzazione coinvolge molte persone e molti aspetti della vita civile con effetti sulla vita sociale collettiva. In Colombia sono presenti molti soggetti armati che hanno sconvolto la vita civile.&lt;br /&gt;Il governo precedente negava l’esistenza del conflitto armato che, invece,  si è degradato colpendo sempre più la popolazione civile (sequestri di persona, violazione dei diritti umani, reclutamento forzato, deportazioni, stupri, schiavitù sessuale). Qualche cifra: 70.000 morti negli ultimi 20 anni, 4 milioni di desplazados, molti carcerati, molti desaparecidos.&lt;br /&gt;I militari inoltre invadono aree civili, costruiscono scuole, strade ecc. con il concorso delle comunità locali. In questo modo il militarismo passa dai militari ai civili che li sostengono.&lt;br /&gt;Siamo consapevoli che il militarismo è frutto del sistema patriarcale ed oggi la violenza contro le donne aumenta: la militarizzazione costituisce uno dei maggiori pericoli nella vita delle donne (uccisioni e proliferazione di molte altre forme di violenza.&lt;br /&gt;Molte donne denunciano, raccolgono informazioni, rendono visibile con il linguaggio simbolico la realtà.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Come possiamo contribuire alla smilitarizzazione della società?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La militarizzazione è imposta alla popolazione civile (donna di Bolivar, Colombia).&lt;br /&gt;Qui comandano le forze armate, ma la situazione viene considerata normale. L’esercito e i paramilitari sono la stessa cosa (donna di Tolima, Colombia).&lt;br /&gt;Come coinvolgere gli uomini? C’è prostituzione infantile, gravidanze imposte: perché gli uomini s’impegnano per la difesa dell’ambiente, per le risorse e non per i diritti delle donne?&lt;br /&gt;Non c’è protezione per la popolazione del Putumayo: le fumigazioni hanno creato un deserto, non ci sono scuole superiori, i nostri figli sono costretti ad entrare nell’esercito; i contadini sono in povertà e si spende tutto per le armi; crescono i soggetti armati e cresce la violenza (donna della Ruta del Putumayo, Colombia).&lt;br /&gt;Si sta normalizzando la militarizzazione, che fare? Bisogna comunicare, coinvolgere la popolazione, recuperare la coscienza di cos’è civile, di cosa spetta alle forze armate e cosa spetta alla società civile; fare dei “plantones” per ribadire questo.&lt;br /&gt;Bisogna coscientizzare le donne perché educhino diversamente i figli fin da piccoli, dobbiamo cambiare il ruolo delle donne nella famiglia. Come DiN dobbiamo essere più visibili (Donna di Santander, Colombia, rappresentante delle famiglie dei detenuti).&lt;br /&gt;I contadini si stanno sempre più impoverendo: come lottare contro i latifondisti e il governo? (donna di Boliva, Colombia).&lt;br /&gt;C’è molta presenza armata, i latifondisti si stanno impadronendo di tutta la terra come caimani che stanno divorando tutto. I militari vengono e dicono che si curano della popolazione. Ma di chi? Dobbiamo far sapere a tutti quel che facciamo, manifestare di più (donna della Ruta, Colombia).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In sintesi:&lt;br /&gt;Bisogna puntare sui media utilizzandoli per disattivare il militarismo: vogliamo una sicurezza non militarizzata. &lt;br /&gt;Non possiamo agire anche per gli uomini: che si muovano e si diano da fare anche loro, noi stiamo costruendo il nostro cammino, costruiscano anch’essi il loro.&lt;br /&gt;Bisogna puntare sull’educazione dei figli, sulla formazione delle donne, sulla costruzione di simboli.&lt;br /&gt;(Gli uomini spesso ricorrono alla violenza perché non hanno altri argomenti).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Confini, narcotraffico e salute ambientale - Amanda Camino, Colombia&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La relazione è stata svolta da Amanda e da ragazze del Putumayo, che ci hanno illustrato come a causa  della presenza di multinazionali del petrolio e minerarie la popolazione sia costretta ad andarsene emigrando in Ecuador legalmente o illegalmente. Le condizioni di vita di questi emigrati sono disumane. Il  territorio  del Putumayo è ricco e presenta una notevole biodiversità che  gli interessi  di sfruttamento tendono a ridurre,  impoverendo di fatto la popolazione. E' presente anche il narcotraffico che ha l'obiettivo, per la gestione dei suoi affari, di controllare il territorio,  appoggiando le multinazionali  e attuando così una convergenza di interessi a danno delle popolazioni native.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Resistenza nonviolenta e strumenti per affrontare i conflitti armati - Tamara Traubmann, Israele&lt;br /&gt; [http://www.coalitionofwomen.org] &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Introduzione di Tamara, che conduce insieme con Orly Nathan delle Din di Haifa&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E’ un ws per imparare a vicenda come creare strumenti alternativi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La Coallition of Women for Peace è una organizzazione radicale che comprende diverse associazioni; il nostro obiettivo è di trasmettere il nostro messaggio a un pubblico più ampio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Di solito i media ci ignorano – vogliono occuparsi delle nostre storie solo quando c’è violenza/sesso (per es. le campagne contro la pubblicità sessista ottiene copertura, perché in quel contesto noi donne siamo nel nostro ruolo tradizionale di vittime; la demolizione delle case invece non ha alcuna copertura). Molti giornali stanno chiudendo, o licenziano giornalisti esperti, sostituendoli con nuovi a basso salario. I giornali ora sono la voce delle persone con soldi e si rivolgono a giovani in carriera che hanno potere d’acquisto. Così abbiamo deciso di costituire i nostri mezzi di comunicazione alternativi, media indipendenti e giornalismo civile. Pensiamo che le persone più adatte a parlare di una lotta siano quelle che vi sono coinvolte. La legge della giungla della comunicazione è ‘definisci o sarai definito’ (ad esempio un gruppo di donne in Chiapas, Messico, ha preso il controllo di una stazione radio e ha invitato le donne a raccontare le loro storie… alla fine questo ha prodotto la sostituzione del Governatore Federale con una delle donne).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Alcuni esempi delle nostre attività:&lt;br /&gt;1- Quest’anno è stata approvata una nuova legge alla Knesset – la Legge Anti-Boycott. Le donne israeliane hanno sempre sostenuto la lotta contro l’occupazione, ma oggi possono essere accusate per questo. Ora è proibito fare appelli per il boicottaggio contro l’occupazione, e si limita l'azione politica, criminalizzando le informazioni sull’occupazione. Abbiamo quindi iniziato una campagna contro la legge con lo slogan ‘continueremo a resistere’, abbiamo il diritto di resistere. E’ stata una campagna sul diritto di resistere – perché la gente si rendesse conto di avere questo diritto – e sul deterioramento della democrazia e la fascistizzazione di Israele. Però ci siamo rese conto che la gente aveva paura e che occorreva un messaggio di empowerment, di resistenza civile: qualsiasi legge fosse passata, noi avremmo continuato a resistere all’occupazione. La legge è passata, ma in forma più leggera; la nostra vittoria è stata la trasformazione dell’opinione pubblica. Prima della campagna, il boicottaggio era un argomento tabù. Ora il boicottaggio è percepito come una forma legittima di protesta – e un diritto fondamentale. Anche professori di diritto ed ex giudici si sono espressi contro la legge, e alcuni hanno fatto una dichiarazione per dire che se la legge fosse passata si sarebbero uniti al boicottaggio degli insediamenti.&lt;br /&gt;Abbiamo diffuso il messaggio con video e cortometraggi, usando tutti i social network; via Face Book la nostra ambizione era di avere 1000 click su You Tube – ne abbiamo avuti 3000 nel primo giorno e ora sono 15.000, moltissimi per Israele. Il messaggio era potente, con attivisti maschi e femmine, tutte/i di sinistra, anche persone famose – ma, cosa più importante di tutte, abbiamo usato l’umorismo. Molti/e israeliani/e hanno timore della ‘sinistra’, perché, commenta Orly, gli/le ebrei/e si sentono vittime, sentono gli/le attivisti/e di sinistra come nemici, hanno paura che i/le palestinesi entrino in massa in Israele  e invece, quando ridono, non possono avere paura. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;2- Interviene Orly, commentando che di grande importanza è stato anche il “passaparola” via e-mail tra conoscenti, proprio perché il video era diverso dal solito; potete vederlo sul sito web della Coalition.&lt;br /&gt;Le nostre vigil, in nero e in silenzio, di solito non sono attraenti per i mezzi di comunicazione. Inoltre per anni le reazioni dei passanti sono state negative e dopo l'attacco a Gaza anche aggressive; in particolare fa l‘esempio di Haifa, dove ci sono stati gesti aggressivi anche da autisti dei mezzi pubblici, cui però non è permesso di fare atti politici durante il lavoro, allora – dice – abbiamo filmato tutte queste reazioni e abbiamo messo video e foto sul web: la nostra visibilità è aumentata, e gli insulti diminuiti dopo che abbiamo consegnato le registrazioni anche alla polizia e abbiamo mandato il video alla compagnia dei trasporti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Gli interventi di alcune donne presenti hanno sottolineato i seguenti punti:&lt;br /&gt;Non tutte le persone usano o hanno accesso a internet; è importante sapere quali strumenti usare in ogni contesto per non escludere dall'informazione.&lt;br /&gt;Importante anche la formazione, fatta prima di tutto a noi stesse, sull'uso di strumenti e mezzi alternativi; ma anche sul simbolico e sull'uso dei gesti: il corpo parla, così come possono parlare i muri, dice una donna dell'Honduras, che accenna ai graffiti con cui donne e uomini del Fronte popolare di resistenza hanno reagito al blocco dei media, costringendo giovani dell'oligarchia a ridipingere in continuazione le pareti che loro dipingono.&lt;br /&gt;Le azioni fatte in luoghi affollati, come stazioni, discoteche, centri commerciali, hanno maggiore visibilità; vanno registrate e diffuse; a Cali, per esempio, hanno fatto una maratona di baci, dopo che in una discoteca due lesbiche sono state buttate fuori perché si baciavano.&lt;br /&gt;Nel Cauca la Ruta Pacifica ha un riconoscimento che è il risultato del lavoro di collegamento con amiche/i alleate/i tra i giornalisti.&lt;br /&gt;Anche se poche donne lo sanno, esiste un sito web internazionale delle DiN; ci sono anche liste email (in spagnolo, italiano, francese, inglese, olandese). Il sito web (www.womeninblack.org) è stato messo in funzione dopo l’ultimo incontro internazionale, con fondi provenienti dalle DiN di Belgio, Inghilterra e Olanda – ma i fondi finiranno entro la fine dell’anno. Come potremo finanziarlo in futuro? Del sito web e delle liste si è fatto carico finora un piccolo gruppo (in realtà 3 donne), alcune delle quali ora sono molto stanche. Dovrebbe esserci una rappresentante per la comunicazione di ogni paese? Come andare avanti?&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Pratiche di trasformazione delle donne vittime di violenza sessuale o politica, di fronte alle azioni del governo Fujimori in Perù - Gladis Canales Martinez,  Coordinatrice di CONAMUCAI (Coordinamento Nacional de Mujeres Afectadas por el Conflicto Armado Interno), Lima - Perù&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il 20 ottobre 1983 sono stata arrestata con l'accusa di essere una terrorista di Sendero Luminoso, ero sposata e avevo 2 bambine. Nel carcere del Callao, per una settimana, mi hanno denudata, bendata, con le mani legate  e torturata. Mi volevano violentare, ho detto di essere malata ma lo hanno fatto lo stesso con vari strumenti. Se avessi confessato mi avrebbereo rilasciata e mandata in un altro paese.  &lt;br /&gt;Mi hanno portata in un carcere di massima sicurezza, il penale di Puno, in cui ero rinchiusa per 23 ore al giorno, ero coperta di funghi sulla pelle, non potevo leggere.... la polizia entrava il mattino presto per cercare documenti nella vagina. Vivevamo in condizioni subumane, cercavo solo  di sopravvivere. Quando venivano a trovarmi i bambini non li potevo toccare, non potevamo avere contatti fisici, volevano che le famiglie ci dimenticassero. Avevamo sempre fame e solo dopo la visita delle famiglie che ci portavano del cibo, potevamo sfamarci. &lt;br /&gt;Io ho resistito per raccontare al mondo quello che è successo a me e a tante persone innocenti. Molte donne si prostituivano per avere un po’ di libertà. Ci mettevano in fila per cinque, nude per una settimana, anziane e giovani e ci torturavano con una barra elettrica nella vagina. &lt;br /&gt;Avrei dovuto rimanere in carcere per 20 anni ma sono stata indultata e sono uscita dopo otto anni, nel 2001. Essere indultata ha voluto dire non poter entrare in alcuni paesi come il Canada, perché considerata ancora terrorista.&lt;br /&gt;La cosa più importante per me è stata recuperare la mia famiglia, le mie figlie, con un aiuto psicologico. Abbiamo, insieme ad altre donne, fondato una Casa di Accoglienza per aiutare le donne violate, gli orfani di desaparecidas, ex prigioniere per difendere i loro diritti. Abbiamo avanzato delle proposte di riparazione per  le donne perché il Governo riconosca non solo chi ha subito ingiustamente il carcere   per terrorismo, ma anche chi ha subito violenza (più di 1000 donne) da parte di agenti di Stato. &lt;br /&gt;Noi dobbiamo lottare ogni giorno per la Giustizia. Ho deciso di venire qui a portare la mia testimonianza perché è necessario che le Donne in Nero contro la guerra ci siano anche in Perù .&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Alla fine di questa emozionante e dura testimonianza di Gladis noi donne ci siamo alzate e ci siamo strette intorno a lei in un lungo, commovente abbraccio per testimoniare la nostra solidarietà e il nostro affetto. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Laboratorio di letteratura e poesia come azione di trasformazione delle donne di fronte ai conflitti armati - Lola Robles, Spagna                                                                 &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lola Robles parla dei suoi laboratori di letteratura fantastica illustrando le fasi:&lt;br /&gt;selezione dei testi, sempre scritti da donne o da uomini che analizzano come si costruisce il maschilismo; &lt;br /&gt;lettura individuale a casa; &lt;br /&gt;piccola presentazione dell’autrice/ore e/o del testo scelto;&lt;br /&gt;commenti: le donne si esprimono in libertà perché nessuna deve imporre le proprie opinioni alle altre, essendo valide tutte le opinioni che si integrano fra loro.&lt;br /&gt;Questi laboratori sono uno spazio di educazione femminista, pacifista, antimilitarista, contro il razzismo e l’omofobia attraverso la scelta dei testi. Difatti la letteratura fantastica, scritta nell’ultimo secolo da molte donne perché veniva considerata meno pericolosa, attraverso la finzione consente di parlare di un mondo senza guerra, senza violenza, di affrontare la comunicazione con il diverso, di conoscere la situazione delle donne nei vari paesi, di trasmettere i nostri pensieri e i nostri valori.&lt;br /&gt;Lola indica poi i nomi di alcune autrici: Ursula K Le Guin, Angela Carter, Pilar Pedraza, Ana Maria Matute, Octavia Butler, Margaret Elphinstone, Angelica Gorodice, Gloria Fuertes.&lt;br /&gt;Vengono lette alcune poesie di Gloria Fuertes, poetessa spagnola, nota per le sue opere rivolte ai bambini, ma il cui valore emerge sempre più; ella si è sempre espressa molto chiaramente contro la guerra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Seguono vari interventi dai quali si desume la forza della poesia per denunciare e per plasmare il proprio dolore.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La tragedia degli scomparsi&lt;br /&gt;Questo workshop non è riportato nel programma perché è stato aggiunto all’ultimo momento. Non ha un titolo esatto ma il tema riguarda la tragedia degli scomparsi.&lt;br /&gt;Al workshop erano presenti soprattutto donne colombiane da ogni regione ed è stata una esperienza molto intensa in quanto sono state proposte molte testimonianze dirette (scomparse di figlie, figli, mariti, sorelle ecc.); poi è stato proiettato un video sui riti eseguiti nei pueblos per affrontare la scomparsa di un caro, e alla fine ci siamo unite in un abbraccio collettivo per unire le energie.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Il primo intervento ha fatto una veloce analisi della situazione:&lt;br /&gt;La militarizzazione è un processo che controlla la vita civile e quotidiana delle persone e produce innumerevoli effetti sui cittadini.&lt;br /&gt;Molti sono gli “Attori armati” che agiscono indisturbati in Colombia incidendo negativamente nella vita dei Colombiani. Attraverso il controllo del territorio, delle attività economiche (private e pubbliche), e interferendo nella cultura dei popoli,  cambiano la vita e la cultura dei popoli. Anche la stampa è sottoposta al controllo, infatti con l’uso della propaganda si fanno passare azioni ignobili e criminali come “normali”.&lt;br /&gt;Questi sono i metodi usati dagli “Attori Armati” per creare uno stato di paura e di incertezza nella popolazione, e quindi di ricattabilità e di facile sfruttamento:&lt;br /&gt;violazione dei Diritti Umani dei bambini, delle donne, degli uomini giovani e vecchi,  &lt;br /&gt;abusi sessuali nei confronti dei bambini/e, delle donne giovani e meno giovani,&lt;br /&gt;intimidazioni e aggressioni, contro chiunque esprima un minimo dissenso e contro la sua famiglia,&lt;br /&gt;sparizioni,&lt;br /&gt;morti fuori combattimento accade spesso che nei conflitti armati qualche civile sia coinvolto casualmente,&lt;br /&gt;lavoro sotto pagato o addirittura licenziamenti.&lt;br /&gt;L’indifferenza dello Stato favorisce questo stato di cose.&lt;br /&gt;A Medellin nel 2011  sono scomparse 341 persone, a Cartagena spariscono 7 persone al giorno.&lt;br /&gt;Le comunità invece si organizzano per affrontare  queste situazioni.&lt;br /&gt;Nel caso specifico delle sparizioni sono nati molti gruppi che nei “Pueblos” si incontrano e lottano per fare riconoscere lo “Stato di vittima” e che sia riconosciuta anche una forma di indennizzo ai familiari. Ogni volta che sparisce un componente della famiglia viene organizzato un rito per condividere il dolore ma soprattutto per riconoscere la responsabilità collettiva della violenza subita. Si riuniscono di sera attorno ad un fuoco e ogni componente legge una lettera di addio allo scomparso. Questa lettera viene accesa con il fuoco e buttata dentro una pentola vuota, una sorta di saluto collettivo per aiutare tutti a saper affrontare la quotidianità. Durante il rito sono usati molti simboli di fratellanza, (fiori, farfalle, nastri colorati) le persone si abbracciano e piangono insieme con le foto degli scomparsi, in questo modo si “proteggono” dal dolore e dalla violenza.&lt;br /&gt;Le testimonianze sono state terribili, potete immaginare la difficoltà di raccontare che un giorno improvvisamente un appartenente alla famiglia non torna più e non saprete mai che fine ha fatto, anche se vi recate dalla Polizia e fate numerose ricerche non saprete mai la verità. Questo è un altro punto che le amiche Colombiane hanno affrontato, “la verità” è un valore immenso che non viene garantito. I gruppi chiedono “la verità” sui propri scomparsi.  &lt;br /&gt;Poi hanno presentato il lavoro che fa l’Associazione CONTRAVIA (ONG). I parenti dei “desaparecidos”producono delle bamboline che riproducono lo scomparso, e attraverso la ONG le vendono. In questo modo coinvolgono gli acquirenti nella tragedia ed estendono l’informazione creando un nuovo veicolo informativo per dare risonanza alle scomparse. Il progetto sta avendo molto successo. www.contravia.tv – face book.com/contravia.PROVOCAZIONI&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Giovedì 18 agosto&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Violenza contro le donne lesbiche - Ria Convento, Belgio e Lulu (Luzviminda Uzuri Carpenter), Stati Uniti&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ria: Questo è il mio 12° Incontro Internazionale di Donne in Nero. Ho 57 anni, e dagli anni ’70 ho fatto parte del movimento delle donne e per la pace. Vengo da una nazione ricca, da una famiglia del ceto medio: non ho mai avuto fame, ho sempre avuto un tetto, ho potuto studiare: ma poiché ero una bambina grassa e mi innamoravo spesso di ragazze, ho dovuto affrontare la discriminazione e l’oppressione. Anche nel movimento delle donne e per la pace c’era la consegna del silenzio: non dire mai che sei lesbica! Può danneggiare il movimento. E c’era anche la sofferenza dei contatti personali: quando sapevano che ero lesbica, facevano un passo indietro. Il movimento mi ha comunque aiutata a riconoscermi come lesbica. &lt;br /&gt;L’omofobia è ancora presente, per questo bisogna parlarne in modo specifico nei convegni. L’ostilità si sente ovunque nella società, le minacce e gli insulti sono molto spesso connotati sessualmente. Tra le Donne in Nero è importante parlare del lesbismo come elemento di lotta contro il patriarcato e il militarismo, e non mettere a tacere le differenze tra le donne. Ricordo con molto piacere il seminario di Gerusalemme sul lesbismo, molto ben organizzato da Hannah Safran. So che il nostro strumento principale è  la solidarietà.&lt;br /&gt;Può sembrare che in Belgio, come in altri paesi, l’omofobia non esista perché le leggi danno uguali diritti a gay e lesbiche, ma bisogna mantenere alta l’attenzione, per l’aumento di atteggiamenti di odio e linguaggi aggressivi, come quelli di partiti politici di estrema destra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lulu: Mia madre è filippina, sono figlia di un militare e sono cresciuta nelle basi militari. Mia madre è stata stuprata in un abase. Sono attivista in difesa delle donne che hanno subito violenza. Le donne subiscono le maggiori violazioni dei diritti umani, e la violenza sessuale e quella contro le lesbiche è maggiore nelle situazioni di conflitto: in Iraq la campagna di “pulizia sessuale” criminalizza le lesbiche; fenomeno che si verifica anche in Sud Africa, malgrado l’esistenza di leggi contro le discriminazioni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Violenza e oppressione sessuale - Olga Amparo Sanchez Gomez, Colombia&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Noi donne stiamo creando una contro-cultura, con le nostre differenze di classe, di paese, di sessualità pratichiamo una prassi politica per noi stesse. “Provocare” viene dal latino ‘provocar’, incitare, indurre, iniziare, suscitare desiderio sessuale, provocare il riso, fare qualcosa che produce una reazione, per indurre alla riflessione.&lt;br /&gt;Il tema qui è violenza e oppressione. Si sta affermando il concetto di violenza di genere; ma nel parlare di violenza di genere (o violenza domestica) minimizziamo la vittima. E’ un concetto analitico: genere non è sinonimo di donne, dobbiamo parlare di violenza contro le donne, e penso che questa sia una questione seria. Uno dei trucchi del patriarcato è quello di nascondere la violenza contro le donne, trattandola come una questione di salute pubblica, come una malattia: io dico NO, la violenza contro le donne è una questione di DIRITTI. Eppure ancora qualche femminista parla di violenza di genere e ne cerca le cause… così noi de-politicizziamo la violenza contro le donne, che è continuamente presente nelle nostre vite. Questo non significa che tutte le donne abbiano la stessa esperienza, ma che la violenza è una realtà continua nella vita delle donne, che la violenza è il maggior rischio dell’essere donna.&lt;br /&gt;I lavori delle donne sono svalutati. L’oppressione è una faccia dell’ingiustizia sociale, l’impossibilità per un essere umano di realizzare il proprio grande potenziale; dobbiamo allargare questo concetto alle subordinazioni multiple: anche tra noi non c’è omogeneità; a volte possiamo fare alleanze, a volte si creano tensioni.&lt;br /&gt;I corpi delle donne sono stati colonizzati per mezzo di armi simboliche e la nostra sessualità espropriata attraverso la prostituzione forzata, le gravidanze forzate e l’estetica: questo è il motivo per cui i chirurghi plastici sono così ricchi e le donne sono anoressiche.&lt;br /&gt;La violenza sessuale nei conflitti armati riproduce la violenza contro le donne. Gli stereotipi di genere sono rigenerati nella guerra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Impunità e Tribunali delle donne a livello internazionale – Corinne Kumar, India&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ringrazia tutte le donne presenti all’incontro, che offre cibo al cuore; ringrazia quelle che non sono potute venire; ringrazia le Donne in nero di Londra  (e Cynthia, Rebecca, Liz),  che la hanno aiutata a essere qui; ringrazia Shima e la Ruta Pacifica per l’attenzione, cura e empatia: il modo in cui ci siamo tenute in relazione in questi giorni è qualcosa di diverso; ringrazia Maria Luisa e Maria del Socorro per una lettera della Ruta Pacifica: sapere il peggio ci dà la libertà di sperare il meglio, e di lavorare per ottenerlo; ringrazia le Mima-hadas che hanno portato un sentimento di meraviglia nella sala: dalla realtà – ogni 14 giorni una donna è uccisa in Colombia – alla fantasia che ci rimette con i piedi per terra, le Mima-hadas ci hanno insegnato che noi siamo le danzatrici, ma siamo anche la danza.&lt;br /&gt;Cibo per il pensiero: ieri Mireya ha detto di ascoltare le voci del Sud che sono state sottomesse e tacitate; lo chiamano Terzo mondo, ma va capito che cosa significano i movimenti dei popoli, la saggezza e le visioni delle donne che trovano nuovi paradigmi. Significa costruire un nuovo linguaggio, negare che ci sia un unico modo ragionevole di capire la realtà, scoprire le conoscenze dei popoli indigeni che non sono “moderni”; rifacendosi a Foucault, afferma che il Sud è una insurrezione di ricordi soggiogati, con la storia e la memoria che creano nuovi percorsi; è una rivoluzione profonda, nuove lezioni per il mondo, un nuovo dialogo tra civilizzazioni, non mediato da una civilizzazione dominante, un nuovo immaginario politico. &lt;br /&gt;Nelle testimonianze così potenti di Ria e di Olga, negli interventi e nelle discussioni, la parola che emerge è violenza. Stiamo vivendo tempi molto violenti, i sogni diventano incubi, le visioni di vita collassano, in un ordine violento che denigra le donne. I nostri ricordi comuni e collettivi stanno morendo, il futuro è sempre più frammentato. La pace americana significa sottomettere il mondo, la guerra al terrorismo conduce a guerre per le risorse e a nuove parole: danni collaterali, attacco preventivo, giornalisti ‘embedded’, droni, rendition… parole fradice di sangue.&lt;br /&gt;La violenza contro le donne non solo sta aumentando, ma si sta intensificando in genocidio-gynocidio; il diritto di essere donna è negato; gli spazi politici dell’altro si chiudono; il mondo è  alla fine della sua immaginazione.&lt;br /&gt;Dobbiamo considerare i crimini di guerra – in guerra e in pace – e il riconoscimento del terrore e della violenza di stato. Il vecchio paradigma considera i diritti come diritti dei potenti, mentre va elaborato un concetto di violenza che includa povertà, fame, malnutrizione, militarizzazione… Dobbiamo guardare con occhi di donna le persone marginalizzate, ascoltando le voci di chi non condivide il potere. Con questo Encuentro cominciamo ad articolare una nuova etica della cura e della compassione, un modo diverso di fare politica. &lt;br /&gt;Nel Tribunale Penale Internazionale (TPI) i crimini sono de-storicizzati e de-contestualizzati, li si tratta asetticamente, si parla di povertà e si escludono i poveri. Non c’è posto per l’emozione o il dramma. Occorre costruire un altro concetto di giustizia, usando le testimonianze e le espressioni di resistenza come testo, ma ci vuole un contesto. Il TPI si occupa solo dei piccoli dittatori – non di Bush o di Blair, per i quali la giustizia non arriva mai. Stanno ancora lavorando all’interno dei vecchi paradigmi.&lt;br /&gt;Tra un anno terremo un Tribunale delle Donne in Colombia – contro l’oblio e per l’esistenza. La nostra rivendicazione della verità offre un nuovo paradigma di conoscenza e giustizia, dicendo la verità al potere, parlando alla coscienza del mondo, de-colonizzando le nostre menti e la nostra immaginazione. Non troveremo mai la verità nel patriarcato, occorrono invece parole per abbracciare il mondo, come dicono gli zapatisti.&lt;br /&gt;Gli strumenti del padrone non distruggeranno mai la casa del padrone…&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;WORKSHOPS 18 AGOSTO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Violenze contro le donne lesbiche - Camila Esguerra, Colombia&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si inizia con la lettura di molte brevi testimonianze di violenze contro donne lesbiche in Colombia: uccisione a Medellin di una donna di 35 anni e della sua compagna di 26; lesbiche stuprate da paramilitari “per mostrare loro cosa è una donna”; ragazza di 14 anni accusata di essere lesbica, torturata e uccisa da tre paramilitari; gruppi militari e paramilitari impongono  “castighi” fino allo stupro; minacciano, proibiscono certi abiti, a gay e lesbiche….&lt;br /&gt;Camila: la violenza contro le lesbiche non è episodica ma sistematica; le lesbiche sono considerate devianti dalla regola sociale, e per questo punite. Ricordiamo che la violenza sessuale è un delitto contro l’umanità.&lt;br /&gt;Interventi:&lt;br /&gt;Manca il rispetto per la differenza.&lt;br /&gt;Nella vita quotidiana è preoccupante la discriminazione, la violenza psicologica fatta dai vicini o dalla chiesa, la derisione, le burle.&lt;br /&gt;Anche il silenzio su queste notizie serve a negare l’esistenza di gay e lesbiche.&lt;br /&gt;Come femministe è importante assumere la discriminazione nei confronti di LGBT come parte della violazione dei diritti umani, come qualunque esclusione, perché è un fatto politico importante.&lt;br /&gt;Camila: L’eterosessualità obbligatoria è una istituzione oppressiva, ed è un problema di tutte le donne, riguarda come le donne amministrano il proprio corpo. Ogni donna che rifiuta il suo ruolo è tacciata di lesbismo. C’è anche una grande complicità delle autorità, come nel caso della polizia che ha arrestato due ragazze di 17 anni che si davano un bacio. Mostrarsi, uscire in strada è considerata una “provocazione” da tutti gli attori (guerriglia, paramilitari, polizia) armati o no. Anche la famiglia contribuisce a questa oppressione.&lt;br /&gt;Interventi:&lt;br /&gt;In Uruguay c’è una legge che permette il matrimonio di coppie omosessuali, ci sono volute molte lotte per arrivarci: ma la sola legge non è sufficiente.&lt;br /&gt;La Colombia ha situazioni molto diverse da una zona all’altra, ad esempio nelle zone rurali con la presenza di attori armati è tutto molto più difficile.&lt;br /&gt;Le scuole sono tra le istituzioni che di più spingono verso l’assunzione dei ruoli tradizionali, ed espellono ragazze e ragazzi lesbiche/gay.&lt;br /&gt;Forse l’istituzione principale è la chiesa! Non si sa chi sia peggio tra scuola, famiglia, chiesa, stato…&lt;br /&gt;Ci sono anche casi di emigrazione forzata a causa del proprio orientamento sessuale.&lt;br /&gt;In Colombia solo dal 2007 ci sono state attività esplicite su questo problema, e solo a Bogotà; il peso della chiesa e della colonizzazione è ancora molto forte.&lt;br /&gt;Dobbiamo rivalutare i valori della cultura indigena e afro, che hanno tradizioni molto diverse.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Impunità e tribunali delle donne a livello internazionale – Corinne Kumar, India&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ci rispecchiamo nel potere esistente, o esploriamo concetti alternativi di potere; questo ci nutre, ci facilita.&lt;br /&gt;I tribunali delle donne sono una visione alternativa di giustizia. Tutti i responsabili devono essere puniti, ma uno dei percorsi è la vendetta, una linea di morte. C’è un’altra giustizia che ripristini la dignità? La giustizia con la guarigione…&lt;br /&gt;Ci sono stati finora 40 Tribunali delle Donne (dal 1992), ognuno collegato a differenti aspetti di violenza. Altri 5 sono previsti per il prossimo anno: un Tribunale colombiano delle Donne sulla violenza contro le donne, un Tribunale balcanico delle Donne, uno negli USA sulla povertà e senzatetto, un Tribunale africano sul genocidio, e uno previsto per l’Asia.&lt;br /&gt;Il primo Tribunale delle Donne si è tenuto all’Università di Tokyo nel 1992, oltre 2000 donne hanno partecipato. Quando i militari dell’esercito giapponese hanno invaso le Filippine, Taiwan, la Cina e altri paesi, hanno preso oltre 300.000 donne (dai 13 anni in su) per ‘stazioni di conforto’. Dopo la fine della guerra, molte hanno dovuto scavarsi la fossa, e sono state fucilate o bruciate vive. Altre furono messe su autobus, ma non poterono mai tornare a casa. Gli stupri e gli stupri di gruppo furono coperti da un sudario di silenzio fino al 1992. Una donna dopo l’altra raccontarono la propria storia. L’emozione e il trauma furono confermati, nessuno chiese: “E’ successo davvero?”. E lì inizia la guarigione.&lt;br /&gt;E’ così importante per noi creare questi tribunali delle donne. Desmond Tutu ha detto che le donne non parlano mai della violenza fatta a loro stesse al Tribunale per la Verità e la Riconciliazione, solo della violenza fatta a fratelli, figli e mariti. Dal Tribunale di Tokyo delle Donne si sono affermate tre richieste:&lt;br /&gt;1. Riconoscimento del crimine&lt;br /&gt;2. Scuse&lt;br /&gt;3. Riparazione.&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7857606800177210418-2332541141552103903?l=controlaguerra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://controlaguerra.blogspot.com/feeds/2332541141552103903/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/09/dalla-colombia-provocazioni-e-workshop.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/2332541141552103903'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/2332541141552103903'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/09/dalla-colombia-provocazioni-e-workshop.html' title='Dalla Colombia : Provocazioni e workshop'/><author><name>Donne in nero Padova  donneinnero.padova@gmail.com</name><uri>http://www.blogger.com/profile/08395108538400298838</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='21' src='http://3.bp.blogspot.com/_0-6Ar37J2Bc/S6T6miTqAQI/AAAAAAAAABk/dh-4RJWJ3Ns/S220/IM000137.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7857606800177210418.post-2035573696152648884</id><published>2011-09-21T23:11:00.001+02:00</published><updated>2011-09-21T23:16:41.127+02:00</updated><title type='text'>Dalla Colombia</title><content type='html'>&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Racconto del XV Encuentro in Bogotà&lt;br /&gt;15-20 agosto 2011&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;[Questo racconto è stato costruito a partire dagli appunti e ricordi di Sue, WiB di Londra, e di Marianita, Giuliana, Odilla, Giannina, Manuela, Barberina, Mariangela, Anna, Elisabetta, che hanno partecipato all’Encuentro.]&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le partecipanti internazionali sono state accolte all’aeroporto, un’accoglienza incredibilmente calda che ha dato il tono dell’intero evento (e Shima e Erica – le meravigliose organizzatrici della Ruta Pacifica – hanno passato tre giorni all’aeroporto per dare il benvenuto a donne da 15 paesi).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sono venute circa 300 donne, 200 da 9 regioni della Colombia e circa 100 da: Belgio, Bosnia Erzegovina, Repubblica Popolare del Congo, Ecuador, Honduras, India, Israele, Italia, Palestina, Perù, Serbia, Spagna, UK, Uruguay e USA. Il contingente più grande è arrivato da Italia e Spagna.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lunedì 15 agosto&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il benvenuto ufficiale per le donne internazionali si è svolto presso l’hotel Augusta, dove siamo alloggiate,  lunedì 15, con 4 artiste mime-fate (Las Mima-Hadas) che hanno offerto fiori a ogni donna, ci hanno legato braccialetti neri al polso (eravamo invitate a esprimere un desiderio che si sarebbe avverato alla rottura del braccialetto); all’atto della registrazione ci è stata consegnata una borsa piena di regali (saponette, mappa di Bogotà, il programma, il badge, ecc. – tutto con il bel logo dell’ Encuentro). Così l’accoglienza è stata meravigliosamente calda, e ha superato le barriere linguistiche.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Martedì 16 agosto&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il martedì è iniziato con il benvenuto in tarda mattinata per le donne colombiane presso il loro albergo, l’Hotel Dan; a ciascuna è stato dato un rametto di olivo e regali, una donna per ciascuno dei 9 distretti ha portato un simbolo della propria regione (Bogotà, Bolivar, Antioquia, Santander, Risaralda, Chocò, Cauca, Valle del Cauca, Putumayo). &lt;br /&gt;Pranzo, come anche nei giorni successivi, tutte insieme all’Hotel Dan.&lt;br /&gt;Poi c’è stato l’atto inaugurale nella sede del convegno, il Centro culturale Gabriel Garcia Marquez, con il rituale di benvenuto da parte delle donne colombiane alle Donne in Nero del mondo: sulla pedana del palco ci sono fasci di rose e una rete con origami di fiori e farfalle; una donna per ognuno dei 15 paesi rappresentati ha formato un circolo e ha spento una candela mentre Clara (di Medellin) suonava le campanelle della pace. &lt;br /&gt;Abbiamo assistito alla proiezione del bel video di Sofia Segura di Siviglia sui convegni passati delle DiN, abbiamo ascoltato un “canto di amicizia” e la lettura di un poema di denuncia del militarismo, entrambi della Colombia, donne colombiane hanno dato una rosa gialla a ciascuna delle internazionali: il giallo è il colore della verità – è stato detto – e per le colombiane è importante che si faccia verità sul conflitto armato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Alla fine Marina Gallego, Coordinatrice Nazionale della Ruta Pacifica in Colombia, ha aperto l’Encuentro con un’introduzione che a nome della Ruta e delle DiN colombiane esprimeva la gioia di vedere presenti – in un paese in cui è in corso un conflitto armato e dopo tanti anni di impegno faticoso per organizzare il convegno – donne da tutto il mondo che si oppongono ai militarismi. Sottolineava poi che il patriarcato, cui il femminismo si oppone, è cultura militarista, logica amico-nemico, autoritarismo, controllo verticale della società; in Colombia il conflitto armato prosegue da circa 50 anni, associato a militarismo e delazione. Vogliamo ribellarci reagendo in modo creativo, con l’empatia, la solidarietà, il femminismo. Il militarismo aumenta il rischio per le donne: le donne quindi devono essere unite per negoziare la fine delle cause strutturali della guerra. Qui esprimeremo le nostre denunce, gli effetti sulla vita, sulla società e specialmente sulle donne. Qui rafforzeremo la resistenza contro le guerre. Rifacendosi all’esperienza non solo delle donne colombiane, ma in generale dell’America Latina, accennava ai temi chiave:&lt;br /&gt;- Ribellione: capacità di reagire anziché disperarsi&lt;br /&gt;- Empatia e solidarietà&lt;br /&gt;- Capacità di agire unite rispetto alle cause strutturali della guerra: discriminazioni, razzismo, xenofobia, capitalismo, patriarcato &lt;br /&gt;- Rafforzamento delle DiN a livello locale, nazionale e internazionale&lt;br /&gt;- Ricerca di soluzioni negoziate al conflitto armato in Colombia col sostegno delle DiN.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Prima di iniziare con le relazioni, Shima Pardo, responsabile degli aspetti organizzativi, dà informazioni e consigli per i prossimi giorni; quindi Clara Inés Mazo, che insieme a Silvia Luna curerà la regia di tutto l’Encuentro, spiega il ruolo delle “Mima-Hadas” (o mimadas) che animeranno tutte le plenarie: “Mimas” perché tutte noi Donne in Nero abbiamo scelto il nero e silenzio perché i nostri corpi e i nostri gesti parlino; “Hadas”, cioè Fate, perché sono donne fantastiche che ci accompagnano nei nostri sogni, che ci proteggono; in Colombia la parola “mima-hada” indica una donna a cui piace molto l’affettuosità, l’amore, essere toccata e coccolata e a noi questo piace molto. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La prima relazione è stata quella di Dareen Khattab, palestinese, su “La situazione dei conflitti armati nel mondo e le alternative globali delle Donne in Nero rispetto ad essi”.&lt;br /&gt;Dareen, a nome delle donne palestinesi e ringraziando per la fiducia che è stata riposta in lei, ha parlato dell’intersezionalità come strumento per favorire l’analisi delle complesse e differenti esperienze delle donne. Il concetto, usato inizialmente negli USA nel 1989 per descrivere le molteplici cause dell’oppressione femminile, aiuta a capire ciò che le donne sperimentano in Palestina in questo momento in cui anche le femministe sono impegnate nella lotta per il riconoscimento all’Onu e a capire  come 60 anni di occupazione abbiano frammentato le esperienze delle donne, con pesanti implicazioni per l’identità. Per esempio, ci sono differenze nelle situazioni di oppressione sperimentate da:&lt;br /&gt;- una donna palestinese che vive in un campo di rifugiati libanese, senza diritti, con poche risorse e un’educazione limitata e sogna di ritornare in Palestina&lt;br /&gt;- una donna palestinese che vive in un campo profughi in Giordania, ha certi diritti civili e sogna di ritornare&lt;br /&gt;- una donna che vive a Gaza, oppressa dal governo di Hamas e da Israele&lt;br /&gt;- sua sorella che vive in Cisgiordania&lt;br /&gt;- lei, Dareen, una palestinese che vive a Gerusalemme e ha la cittadinanza israeliana e che ha preso coscienza presto, abitando in un luogo che nel ’48 è stato diviso tra Israele e il governo giordano e in cui il cortile di fronte al suo era il cortile posteriore di un vicino israeliano e non le era permesso giocare fuori&lt;br /&gt;- una donna di Hebron, senza acqua e con familiari in carcere o uccisi, con le strade rotte e con attorno cerchi di separazione.&lt;br /&gt;Tutte hanno realtà totalmente diverse, eppure tutte vivono in una società patriarcale e militarizzata e in cui ogni donna può anche essere vittima di violenza domestica (violenza contro le donne). Se le persone vivono da parti opposte dei checkpoint, non hanno modo di vedersi; l’occupazione ha prodotto una scarsa comunicazione. &lt;br /&gt;Tutto però si unisce nella sfida delle femministe palestinesi: l’Autorità palestinese rivolge pochissima attenzione alle questioni che riguardano le donne, ritiene che le priorità siano altre. Le femministe palestinesi [ong di donne] hanno dovuto adattarsi alle esigenze politiche costruite dagli uomini e non sono ong che proteggano le donne.&lt;br /&gt;L’occupazione ha reso difficili le visioni delle donne sulle prospettive; di recente lei ha partecipato a un incontro in cui c’erano leaders politiche e non donne di aree rurali; la stessa Unione generale delle donne palestinesi si muove sotto l’ombrello di un’agenda politica limitata alla rivendicazione dei due stati. Nell’Olp è carente il riconoscimento del diritto dei rifugiati di tornare nelle loro case, ma soprattutto la politica non può dare risposta alle necessità delle donne palestinesi. Ci sono donne che pensano che siamo libere, che non occorrono idee di uguaglianza; si può accettare o no il concetto di intersezionalità, ma occorre saper gestire le differenze ed essere unite su certi punti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Piedad Cordoba [avvocata, fino a poco fa senatrice nel Congresso di Colombia]&lt;br /&gt;Ringrazia la Ruta Pacifica per averla invitata, per il suo operato e per aver organizzato questo incontro a Bogotà, ringrazia tutte le partecipanti all’incontro.&lt;br /&gt;“Anche nei tempi più bui abbiamo il diritto di aspettare la luce” (Hannah Arendt). &lt;br /&gt;Il conflitto armato degli ultimi 50 anni si degrada sempre più per l’incapacità di trovare una soluzione negoziata, di porre la politica a servizio della pace; questo conflitto ha costi umani altissimi e molte persone, a causa di esso, si trovano in condizioni di vita indegne.&lt;br /&gt;Il conflitto armato colombiano si basa su profonde ingiustizie e disuguaglianze nella lotta per il controllo del territorio.  Ai soggetti armati iniziali (esercito e guerriglia) si sono aggiunti i paramilitari e i narco trafficanti; inoltre la politica antiterrorista sviluppatasi dopo l’11 settembre 2001 ha aumentato la militarizzazione della società e inasprito il conflitto armato con conseguenze sempre peggiori per la popolazione e per le donne colombiane. In questo contesto di guerra si viola il diritto internazionale, si producono sempre più desplazamientos e sempre più si usa la violenza sessuale in varie forme contro le donne.&lt;br /&gt;Che alternative abbiamo noi donne per fermare la guerra?&lt;br /&gt;Oggi ci sono più donne nell’esercito e più che mai le donne sono colpite dalle guerre. Partecipano alle azioni armate o sono desplazadas, rifugiate. Il patriarcato oggi utilizza nuove pratiche per piegare le donne ai suoi fini: le torture del carcere di Abu Ghraib testimoniano di questo nuovo ruolo imposto alle donne dalla guerra, di come la guerra le corrompe.&lt;br /&gt;“Noi donne abbiamo permesso le guerre perché dovevamo vivere con i nostri padri, mariti e fratelli. Ma le donne sono sempre state il bottino di guerra” (Virginia Woolf, Le tre ghinee). C’è però anche l’altra faccia della moneta: la forza delle donne per fare la pace, come donne ne siamo capaci perché conosciamo l’oppressione.&lt;br /&gt;Noi donne dobbiamo fare la pace: nella storia abbiamo anche avuto un ruolo importante nella risoluzione dei conflitti; nel 1914, donne di 14 paesi hanno scritto una dichiarazione per la pace e la prima Conferenza della Women’s International League for Peace and Freedom (Lega Internazionale delle Donne per la Pace e la Libertà, WILPF) si è tenuta nel 1915, esprimendo la protesta contro la pazzia della guerra, l’urgenza di un massaggio di neutralità e di risoluzione pacifica dei conflitti. Questa cultura ha influenzato la costituzione della Lega delle Nazioni e in epoca più recente quella delle Nazioni Unite fino all’esperienza della conferenza ONU di Pechino nel 1995 e all’azione delle Donne in nero contro la guerra in Kossovo: così  si è messa in luce la capacità delle donne di sviluppare una cultura di pace. &lt;br /&gt;La presenza delle donne nei governi è scarsa e perciò vi è poco peso per altri modi di fare la pace.&lt;br /&gt;La politica femminista, però, non solo lotta per sradicare l’ingiustizia e l’esclusione, ma per costruire alleanze; per non essere oggetti, ma soggetti di pace, interlocutrici dialoganti con voce propria e perché a questa voce si dia valore; per vivere da un punto di vista femminista, disobbedendo ai mandati patriarcali: liberarsi è un dovere etico. Decostruire le politiche patriarcali della guerra ci obbliga ad essere obiettrici di coscienza. Come femministe dobbiamo lottare contro ogni tipo di oppressione patriarcale, in forma pubblica e privata: con le parole, le azioni, il simbolico stiamo contribuendo a sradicare il sessismo e la violenza e ad aprire il dialogo. Dobbiamo scendere in strada, affrontare il terrore, perché vogliamo un futuro senza violenza. La guerra è immorale, occorre costringere ai negoziati, meritiamo una vita diversa, vi è un sacro diritto alla ribellione. &lt;br /&gt;Dobbiamo propugnare la solidarietà tra donne, superando le barriere etniche. Riconfermiamo il nostro impegno per la pace. Non prenderemo parte al militarismo. Lavoreremo verso soluzioni negoziate per garantire la vita, la giustizia sociale, l’eguaglianza e il rispetto e la protezione delle diversità culturali e dei soggetti finora emarginati, nel pieno rispetto del diritto umanitario.&lt;br /&gt;La guerra assorbe le risorse che dovrebbero essere destinate all’istruzione. C’è molto lavoro da fare, questo è il motivo per cui siamo qui oggi. Di fronte a più di 50.000 sparizioni forzate negli ultimi 10 anni in Colombia, a milioni di desplazadas/os, dobbiamo denunciare coloro che difendono lo status quo. Questa guerra eterna distrugge la vita, l’integrità personale e collettiva, la libertà.&lt;br /&gt;Colombiane e Colombiani per la Pace hanno scritto una lettera alle FARC e all’ELN (Esercito di Liberazione Nazionale) e al Presidente della Repubblica chiedendo una soluzione negoziata al conflitto armato e giustizia sociale con la partecipazione delle donne alla società civile; alle FARC e all’ELN hanno chiesto anche la liberazione dei soldati e dei poliziotti che tengono prigionieri da 13 anni, al Presidente della Repubblica la liberazione dei prigionieri e delle prigioniere politiche e di coscienza. (Piedad legge la lettera alle FARC e all’ELN)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dal dibattito che è seguito, con le mimadas che portavano il microfono nella sala, mimando varie scene e un balletto:&lt;br /&gt;Domanda a Dareen di Maria Cristina Quinta : Lei è palestinese ma cittadina israeliana: come vive questa situazione in cui lo stato di Israele vuole fare sparire tutto ciò che è palestinese?&lt;br /&gt;Altra domanda: come diamo sostegno alle donne palestinesi che non possono neppure andare alle riunioni? In Colombia le donne sono minacciate; se le accompagniamo a fare una denuncia, dopo debbono tornare a casa, al conflitto armato; è un problema molto delicato e come movimento sociale sente che non siamo preparate.&lt;br /&gt;Una donna in nero di Madrid: è vicina con il cuore alle donne colombiane e fa i suoi auguri per l’iniziativa di aprire una corrispondenza con gli attori armati; il dialogo è importante, ma come ci si può riuscire in questa società?&lt;br /&gt;Una donna dagli Stati Uniti: negli Stati Uniti oggi ci sono donne che non votano, che non sanno che c’è stata chi è morta per ottenere il diritto di voto e non si preoccupano per ciò che succede nel paese; come facciamo a farle sentire partecipi?&lt;br /&gt;Altra domanda, in spagnolo a Piedad, come ci possono aiutare le donne straniere a fare pace in Colombia? Un commento a Dareen: l’intersezionalità è importante per le donne palestinesi che vivono realtà tanto diverse.&lt;br /&gt;Dareen: Circa la prima domanda, per tutta la sua vita ha cercato di reagire al dualismo in cui vive; lei è palestinese per la storia della sua famiglia, ha capito di essere diversa e questo le ha dato la forza di capire cos’è. Non può identificarsi con Israele perché Israele è uno stato ebraico che non riconosce i suoi diritti. Molti palestinesi d’Israele cercano di integrarsi nello stato, ma per lei questo è inconcepibile.&lt;br /&gt;Ha viaggiato, è stata a Tel Aviv, ha tentato di essere una persona non identificabile per il suo passato, cosa facile per il suo aspetto fisico e anche perché parla ebraico, ma quando gli israeliani la identificano come palestinese, fanno un passo indietro, hanno paura. Aveva un’amica israeliana, ma ha rotto con lei quando questa ha approvato la guerra contro Gaza. Ha scelto di escludersi dal gruppo israeliano: forse in futuro riuscirà a superare queste barriere, ma ora è così.&lt;br /&gt;Circa le femministe palestinesi e avere la partecipazione di altre donne, non si può entrare a Gaza perché Israele lo proibisce, bisogna fare videoconferenze quando si è a un’ora e mezzo di strada; tra Fatah e Hamas ci sono realtà politiche diverse, ogni giorno ci sono diverse sfide, a Gaza non è possibile manifestare, ci sono riunioni dissimulate perché ci sono gruppi che non vogliono incontri tra le palestinesi. Le differenze si vedono: se sei associata ad Hamas credi in strumenti diversi che se sei vicina ad un partito pacifista di sinistra, è una frammentazione che genera grandi sfide. &lt;br /&gt;Circa l’agenda unificata, occorre molto dialogo, sapere dove è la frontiera, se si vuole uno stato o due o uno stato binazionale, sono alternative diverse.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Piedad: Proteggere le donne è innanzitutto un dovere dello stato che deve rispettare il diritto internazionale e i diritti umani e applicare le leggi che sono state approvate dal Congresso su quei diritti delle donne. Si fa presto ad approvare le leggi – meno per le donne – ma il cambiamento culturale è molto lento. Quando si discusse la legge sulla violenza contro le donne, presentata su iniziativa della Casa delle donne nel 1994, fu necessario mascherarla: il Congresso non volle parlare di violenza contro le donne, ma di violenza contro la famiglia; molti e purtroppo molte non erano d’accordo a separare l’aggressore dalla vittima; molti congressisti dicevano che picchiare la moglie è normale e altre volgarità. Ancora di recente sono accaduti fatti per cui si vede che la gente non conosce i diritti, le donne non sono riconosciute come esseri umani. Una volta approvata la legge, le donne chiesero rifugi per le donne maltrattate e l’impegno del ministero dell’istruzione a fare campagne educative, perché le donne sono viste come cittadine di seconda categoria. Si chiese anche ai media di cambiare il linguaggio guerresco che usano e l’approccio a questi temi: il solo fatto che siamo contro la guerra ci pone nella categoria dei terroristi. Nulla è cambiato. Le leggi non sono applicate. Hanno fatto corsi con gli operatori, la polizia, i giudici: dicevano che i tribunali erano troppo pieni di denunce.&lt;br /&gt;Sono più numerosi i casi di violenza domestica di quelli prodotti dalla guerra. &lt;br /&gt;Prevale il concetto neoliberale per cui non è importante l’essere umano, la donna, ma il debito. Altra forma di violenza è la femminilizzazione della povertà.&lt;br /&gt;Con l’appoggio della Casa delle donne hanno presentato un progetto di legge per riconoscere il crimine di femminicidio. E’ stata una discussione dura, ma sono riuscite a farlo passare alla Camera e al Senato, è stato importante.&lt;br /&gt;Aumenta la violenza contro le donne come bottino di guerra; una dirigente popolare è stata assassinata a Medellin dalla polizia e ci sono anche altri casi, una bambina di tre mesi stuprata a Tamaco, bambine di dodici anni che hanno subito l’impalamento nella vagina, con i medici o gli infermieri dell’ospedale di Tamaco che non possono fare denuncia, vengono minacciati o uccisi. Sono fatti impressionanti, ma il femminicidio non è soltanto legato alle situazioni di conflitto, è una cultura per cui le donne sono oggetto. Le donne sono stuprate e assassinate se offendono il marito o l’amante. La prostituzione infantile è cresciuta rapidamente, come nei porti di Cartagena o di Buenaventura o con l’offerta di “vagine vergini” in vendita agli stranieri attraverso reti che operano attraverso internet. &lt;br /&gt;Con l’appoggio della Casa delle donne e della Ruta Pacifica abbiamo fatto un incontro a Medellin con i capi della polizia e ora intendiamo andare nelle varie regioni e parlare con i poliziotti. Infatti ora succede che le donne siano stuprate nelle stazioni di polizia quando vanno a denunciare un attacco, o che venga loro detto “questo non è un nostro problema, non ci riguarda, è un fatto privato”. Invece la violenza riguarda il diritto penale.&lt;br /&gt;Piedad accenna poi al caso recentissimo dell­’allenatore della nazionale di calcio che 15 giorni fa ha colpito al volto una donna; se ne sta parlando molto, ci sono iniziative di gruppi di donne, ci si aspetta una risposta  anche da parte del Presidente, perché proteggere dalla violenza è un obbligo dello stato.&lt;br /&gt;Continueranno i loro sforzi per porre termine alla guerra e lavoreranno per la pace, anche se essere contro la guerra le fa trattare da terroriste, ma è una classificazione dettata da interessi e non c’è legge che possa fare accettare la guerra. Le Donne in nero partecipanti a questo incontro internazionale, venendo qui, stanno già facendo molto, è importante ascoltare, capire, ma anche aiutare a capire cosa succede nel resto del mondo; sanno che non sono un caso unico, sanno che cosa succede in Pakistan, Libia, Palestina, Somalia. E’ importante l’unità tra chi vive le varie situazioni; fa sentire che la pace è sempre più possibile ogni giorno.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Liliana Salamanca (Risaralda): a Dareen, qual è il tipo di violenza più marcata contro le donne e quali le strategie di resistenza?&lt;br /&gt;Shima (di un piccolo gruppo rurale): fa una domanda a Dareen sulle donne contadine, la sovranità alimentare, la spoliazione dai diritti sulle terre; in Colombia ci sono più di 5 milioni di sfollati che non sono in condizione di vivere. Il nemico ha chiaro come usare il genere e il corpo delle donne, contro il senso del sacro della vita e delle madri; i paramilitari rompono le comunità e le famiglie facendo innamorare di sé le giovani, tolgono il pane di bocca alle donne per distruggere l’organizzazione sociale; sono stati privati dei territori, non hanno modo di produrre in proprio, prevale il modello capitalistico del biocombustibile che riduce la madre-terra a merce. Qual è il modello alternativo? Invita a difendere la nazione come donne.&lt;br /&gt;Una donna che interviene in inglese: chiede a Dareen quali siano per lei i temi più importanti per le donne. Nelle lotte di liberazione spesso si dice che dopo verranno i diritti per le donne; come è possibile invece integrarli nel programma di liberazione?&lt;br /&gt;Corinne Kumar (India): Grazie! “Fate attenzione alla leggerezza della luce, perché la luce è la farfalla nel tunnel” (Mahmoud Darwish). Piedad ci offre un altro modo di fare politica, la lettera che ha letto ci porta fuori dell’immaginario corrente, ci porta in un altro territorio Non solo i nostri corpi ma anche le nostre menti sono state militarizzate, scrivere una lettera è un meraviglioso inizio. A Dareen: che cosa ha portato la primavera araba, dall’Indonesia al Mediterraneo? Che cosa ha significato per la Palestina? &lt;br /&gt;Dareen: Circa la prima domanda sul conflitto palestinese, loro hanno la fortuna di non subire violenza di genere dai militari israeliani, ci sono pochi casi; la violenza è piuttosto verbale oppure procedure umilianti nei centri di identificazione; aumenta il tasso di violenza dai mariti, oppressi come nazione e le donne sono doppiamente oppresse. Non c’è lavoro e aumentano i casi di omicidi o violenze in famiglia; le organizzazioni di donne cercano di intervenire, ma non possono parlare del legame con l’occupazione. Quest’ultima dà molto benefici a Israele, molto denaro, un industria militare enorme, risorse d’acqua in Cisgiordania, la terra più fertile, dove ai palestinesi sono proibiti i pozzi, è proibito raccogliere l’acqua piovana, perché Israele vuole il controllo totale.&lt;br /&gt;Circa la costruzione dello stato in Cisgiordania, al tempo di Arafat erano state costruite infrastrutture ma ora è stato tutto distrutto, ogni nuovo presidente palestinese ricomincia daccapo, come non fosse stato fatto niente, mentre le ong hanno tentato di integrare il sistema della costituzione, tante energie sono state messe in questi progetti.&lt;br /&gt;Quanto alla primavera araba, noi l’abbiamo iniziata! “La primavera araba è nata dall’inverno palestinese”, abbiamo insegnato noi al mondo arabo che cosa significa lottare. Il tema palestinese è fondamentale nell’avere causato quelle rivoluzioni. In Palestina però è impossibile manifestare nelle strade, i risultati di Oslo lo impediscono, c’è accordo tra le autorità palestinesi e israeliane, come si è visto quando i palestinesi hanno cercato di attraversare il confine dalla Siria e glielo hanno impedito.&lt;br /&gt;Sulle strategie: ci sono molte organizzazioni di palestinesi e israeliane/i, come Combattenti per la pace, Alleanza per la pace; si lavora sulla questione del muro, ma partecipano in pochi, ci sono pratiche discriminatorie contro gli attivisti israeliani; vorrebbe ne parlassero le colleghe israeliane; per lei Israele è uno stato fascista, di destra estremista.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Piedad: risponde sull’esperienza dei diritti di cittadinanza delle minoranze, in molte sono afrodiscendenti, oppure ci sono i diritti di uguaglianza degli omosessuali o i diritti sessuali e riproduttivi delle donne. Cerchiamo di arrivare ad un’agenda femminista di inclusione, di uguaglianza, ma non siamo molto capaci di essere attori politici, è più facile dare un bacio o un abbraccio. Potrebbe fare molti esempi sul ruolo dei mass media, come quando ha lavorato sulle coppie omosessuali e hanno detto che era lesbica oppure nelle chiese è stata trattata come un demonio. Non sa se è per il fatto di essere donna che ha la capacità di non pentirsi mai di quello che ha fatto, come avere incontrato capi militari.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Marina Gallego: ringrazia Dareen per averci illustrato la situazione palestinese e invita per domani alle 7.30 ad una colazione di lavoro all’Hotel Augusta con Piedad; è una donna molto minacciata e come Ruta Pacifica credono necessario darle protezione; vogliono sentire noi e chiedono il nostro appoggio.&lt;br /&gt;Il pomeriggio si conclude con i canti di una donna, che viene presentata come molto vicina alle Donne in nero e capace di coinvolgere; è accompagnata con vari strumenti da due uomini. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Mercoledì 17 agosto&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Colazione di lavoro con Piedad Cordoba&lt;br /&gt;Si svolge nell’albergo, alle 7.30, la colazione con Piedad, che è stata illegalmente espulsa dal Congresso per la sua posizione sulla pace. &lt;br /&gt;Piedad: Il conflitto armato in Colombia dura da circa 50 anni. Qualche cifra: 20 milioni di persone vivono in povertà, 7-8 milioni sono indigenti; i rifugiati interni sono 5 milioni, 60.000 le persone scomparse. Le spese per la guerra sono molto più alte di quelle per l'istruzione. &lt;br /&gt;I paramilitari sono forze armate non statali; sono considerati quasi “normali”, ma hanno causato gravi danni, non solo fisici. A causa loro hanno sofferto di più gli “afrodescendientes” (così vengono definiti in Colombia gli abitanti di origine africana) e indigeni, e i contadini, cui hanno sottratto 5 milioni di ettari di terra.&lt;br /&gt;Il processo di militarizzazione della società colombiana e l'avanzamento del sistema neoliberista hanno reso la Colombia un paese di affari. Gli otto anni del governo Uribe sono stati disastrosi, sarà difficile ricuperare un modello di sviluppo sostenibile. In questi anni la persecuzione ha colpito le donne, le persone che difendono i diritti umani, gli studenti. L'economia estrattiva ha creato problemi, generato corruzione e scandali per cui sono inquisite centinaia di persone; la politica tende a centralizzare potere e risorse.&lt;br /&gt;Con Olga Amparo della Casa de la Mujer ho visitato e intervistato leader paramilitari nelle carceri USA dove sono detenuti. Questi paramilitari hanno raccontato fatti orribili: nella regione di Macarena si sono verificati stupri, gravidanze forzate, 2000 morti in fosse comuni. Anche qui le donne sono quelle che hanno sofferto di più. Queste notizie non circolano, forse Amparo ed io siamo le sole, con poche altre persone,a sapere a fondo quello che è successo.&lt;br /&gt;I responsabili di questa situazione sono il Presidente, il governo, la polizia, i militari: ma ancora di più i padroni (l'élite degli affari). Il problema in questo paese è la corruzione, l'arricchimento facile. La guerra è un grosso affare, contribuisce a mantenere il modello e a concentrare il potere della “cupola”. Questa guerra deve finire, per questo ho iniziato il dialogo epistolare con la guerriglia; nelle lettere, inviate in agosto a FARC, ELN e governo, sostengo il bisogno di intavolare negoziati per trovare una via di uscita dal conflitto, e chiedo la liberazione unilaterale dei sequestrati.&lt;br /&gt;La presenza delle Donne in Nero internazionali è importante, come è importante il vostro sostegno per far pressione per una soluzione negoziata del conflitto armato e per far cessare le persecuzioni. Il ruolo dei mezzi di comunicazione di massa è fondamentale per il sistema, non a caso c'è stata poca copertura per l'Encuentro; spesso la voce delle donne è tacitata. Le donne colombiane non ne possono più di questa situazione, non si  può accettare un tale livello di dolore. Il loro/nostro ruolo nella lotta è importante ma pericoloso; abbiamo diritto a vivere qui, in Colombia, in pace, con giustizia, dignità, lavoro – e abbiamo bisogno del vostro sostegno, di cui vi ringraziamo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Marina Gallego e altre:&lt;br /&gt;Si propone di firmare un testo di appoggio al lavoro di Piedad al termine dell'Encuentro, testo da far circolare anche in altri paesi. Ci sono già lettere di sostegno, firmate da nomi importanti, come Rigoberta Menchu, Isabel Allende, le Madres de Plaza de Majo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;[Nei giorni seguenti, a seguito del precipitare della situazione di Piedad, costretta a lasciare il paese in seguito ad accuse e minacce sempre più pesanti, si decide di non prendere subito posizione come internazionali, aspettando dalle donne colombiane, che seguono da vicino gli eventi, suggerimenti sui tempi e modi per farlo.]&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Riprendiamo nella sede del Centro Culturale dove si svolge l’Encuentro; all’inizio dei lavori abbiamo visto il film delle WiB di Londra e quello delle Madri del Parco Laaleh a Teheran.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mariangela Santini ha presentato il suo intervento sulla lotta delle donne italiane contro la base USA a Vicenza (che ha ritardato la costruzione per un anno). &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Testimonianze internazionali su situazioni di guerra e post guerra&lt;br /&gt;In apertura appaiono le mima-hadas, che si muovono nella sala suonando vari strumenti. Introducendo le relatrici, Clara precisa che il primo intervento sarà fatto a nome anche delle Donne in nero del Nepal, che non sono potute venire perché avrebbero dovuto essere accompagnate dai mariti.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Celine Sugna, India&lt;br /&gt;Grazie alle Women in Black di Londra che hanno loro permesso di essere qui.&lt;br /&gt;Oltre che in Nepal, ci sono DiN anche nelle Filippine. Le Donne in nero a Bangalore hanno incominciato nel marzo del1993; i partiti di destra avevano fomentato l’odio verso i musulmani, provocando morti e feriti. La rete delle donne ha protestato tenendo vigils ogni giovedì contro la violenza comune, le dispute per l’acqua, per la terra, la brutalità della polizia, le morti per la dote.&lt;br /&gt;La violenza domestica sta aumentando, collegata alla iper-mascolinizzazione della società: stupri, molestie sessuali, infanticidio e feticidio femminile, povertà, Dalit, nucleare. Malgrado le leggi contro la dote, la pratica è stata ripresa e le morti non naturali nel matrimonio continuano ad aumentare (5 alla settimana solo a Bangalore, uccise o portate al suicidio). Accenna poi al Tribunale delle Donne costituito dall’Asian Women’s Human Rights Council e passa la parola a Corinne Kumar, che presenta un video, in cui compaiono due testimoni del Tribunale delle Donne:&lt;br /&gt;- Comfort woman delle FIlippine, catturata dall’esercito giapponese a 14 anni nel 1941, stuprata per giorni e giorni; soltanto da poco queste donne hanno trovato il coraggio di parlare, con il sostegno del Congresso delle donne dell’Asia&lt;br /&gt;- Donna sopravvissuta alla bomba atomica sganciata sulle Isole Marshall nel 1951; la testimonianza è preceduta da uno spezzone militare sul lancio della prima bomba H su Bikini nel 1953. La donna parla del cielo oscurato, della polvere che è ricaduta, della pelle trafitta come da aghi: si è ammalata alla tiroide e ha dato vita a una cosa indescrivibile; molti i casi di aborto e di nascite deformi. Ha dovuto lasciare la sua isola e ora vive alle Haway.  &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Beatrice, Repubblica Democratica del Congo&lt;br /&gt;[Mentre parla, scorre un video]. Possiamo considerare la Colombia e la Repubblica Democratica del Congo come paesi gemelli. Entrambi soffrono per via della loro collocazione strategica, entrambi hanno una ricca diversità, un grande popolo, molte risorse naturali: entrambi hanno oro, rame e petrolio, sfruttati dalle multinazionali. Tutto ciò che ci ha dato la natura ora appartiene ai grandi poteri, perciò noi viviamo in condizioni di quasi schiavismo. Spero che questo vi aiuti a capire la vita che conducono le donne in Congo – molto lontane da qui, ma vicine per esperienza.&lt;br /&gt;Lo stupro in Congo è un’arma di guerra. Fa parte di una sistematica violazione dei diritti umani. Tutto è cominciato con la cacciata forzata, di massa, di ruandesi nel 1994 e nel 1996 c’è stata la “guerra di liberazione” (il Congo confina con Rwanda, Tanzania, Sudan, Uganda ecc., per lo più paesi molto poveri che vorrebbero avere quello che ha il Congo). La comunità internazionale ha aperto un ‘corridoio umanitario’ (operazione Turchese), i Tutsi (il 20% della popolazione) hanno vinto, e molti Hutu (l’80%) sono venuti in Congo (armati e militarizzati). Questo ha condotto a genocidio, tortura e stupro come armi di guerra.&lt;br /&gt;Perché? Perché le donne si erano organizzate contro le incursioni; le donne furono stuprate di fronte ai propri mariti e figli, i padri furono obbligati a violentare figli e figlie. Usarono bastoni, armi e fuoco nelle vagine delle donne. Le donne che resistevano furono stuprate – 50 alla volta – notte e giorno, nella piazza pubblica, ferite e esibite come trofei, poi uccise e buttate nelle fosse. Tutto questo per traumatizzare e terrorizzare la popolazione.&lt;br /&gt;Ma le donne congolesi hanno resistito, non si sono inginocchiate: “Ci siamo alzate a denunciare e continuiamo a farlo”. Il processo di pace è iniziato nel 2001, all’interno del Congo e con le fazioni armate dei paesi vicini. Tutte le soluzioni imposte dalla comunità internazionale sono fallite. Voi siete fortunate ad avere qui le DiN, in Congo hanno avuto la fortuna di avere lo scorso anno la Marcia mondiale delle donne. La pace sarà costruita dai/dalle colombiani/e, e solo i/le colombiani/e la troveranno. &lt;br /&gt;Da oggi in poi, avete delle sorelle nella Repubblica Democratica del Congo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Marija Perkovic, Serbia&lt;br /&gt;Ringrazia le DiN colombiane, la Ruta pacifica, le DiN di Spagna, Italia, Svizzera che l’hanno appoggiata.&lt;br /&gt;E’ stata molto contenta di venire qui, l’America Latina ha una grande storia, una grande cultura, grandi donne, le Madres de Plaza de Majo, la Ruta… Vediamo quanto è bella la Colombia, ma all’arrivo ha visto anche quante persone mendicano per la strada, e questo ci fa pensare a casa nostra: ha visto la faccia della sua gente, il volto di tutti i poveri del mondo, il volto del capitalismo, della miseria e allora è diventata triste. Gli esseri umani, quando sono poveri, debbono lottare per il diritto di essere umani. Il secondo giorno, però, ha visto qui donne forti, che lottano per il cambiamento e questo le ha ridato speranza.&lt;br /&gt;Le situazioni qui e nei Balcani sono simili. Con la guerra della ex-Jugoslavia c’è stata una grande povertà, una crisi che ha aumentato le difficoltà delle donne; hanno perso l’accesso all’industria alimentare, lavorano in settori a basso salario o nel mercato nero, senza protezione; la privatizzazione ha completamente distrutto l’industria tessile a partire dagli anni ‘90. &lt;br /&gt;Le DiN partecipano ai memoriali, TPI, (Tribunale Penale Internazionale), seguono I processi ai criminali di guerra, scrivono relazioni ed esprimono solidarietà con le vittime, visitando i luoghi dei crimini commessi in nostro nome. Gruppo di storia alternativa: vedere, conoscere, cambiare. &lt;br /&gt; Vuole mostrare con un video come sono organizzate le DiN in Serbia; è un video sulla giustizia transizionale secondo il loro approccio femminista (Jadranka Milicevic aggiunge che hanno curato un libro con 120 testimonianze di donne dei Balcani). E’ stato fatto un film con la testimonianza di Mejra Davidovic, un’attivista forte e dedita, che ha avuto il figlio e la figlia uccisi in un campo di concentramento serbo-bosniaco; il suo spirito ci darà sostegno nel nostro lavoro. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Clara commenta che è stato un tempo di ascolto duro, che fa male al cuore.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Seguono Cibo per il Pensiero – Provocazione e workshops&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Giovedì 18 agosto&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Inizia con il video Zombies, del gruppo Granberries, UK, poi il grande video Mujeres de Negro (Colombia); canti e parole; riprese dalle vigils di Medellin, ogni ultimo martedì del mese, con molte manifestazioni su tematiche diverse: protezione dalla violenza, aborto, diritti di bambine e bambini, giovani donne… ; poi scene da Yolombò, piccolo paese nel nord dell’Antioquia e dall’Università di Antioquia, perché sia un luogo di libero pensiero e non un fortino di guerra. Dalla sala si levano canti e slogans, molti di quelli ascoltati nel video.&lt;br /&gt;Clara e Patricia Tough annunciano che Jenny Escobar Iglesias oggi pomeriggio sarà nominata Donna dell’anno dell’Uruguay, come donna in nero e la ringraziano perché ha scelto di essere qui anziché andare a ricevere il premio.&lt;br /&gt;Jenny: ringrazia, da cuore a cuore, le DiN spagnole che le hanno insegnato cammino di pace e le israeliane che sono state le prime. Rende omaggio alle colombiane, che rischiano la vita.&lt;br /&gt;Molte la abbracciano, poi c’è un atto simbolico delle mima-hadas.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Testimonianze&lt;br /&gt;Orly, Israele&lt;br /&gt;E’ molto emozionata per le donne di Israele che Jenny ha nominato e cui porterà il saluto; qui ci sono Dafna Kaminer e Yvonne Deutsch, tra le fondatrici delle DiN. &lt;br /&gt;Ogni venerdì manifestano contro l’occupazione, per la libertà della Palestina, in piedi e in silenzio. I media alternativi in Israele trasmettono film contro l’occupazione. Mostra un video di 4 vigil settimanali: Gerusalemme, Haifa, Tel Aviv e in un kibbutz, dal 2001 al 2011. Documenta le reazioni dei passanti, dalle automobili e dai mezzi pubblici, sono molto pesanti, chiamano le donne “puttane”, “immondizia”, ecc. (Yair Gil 2011). Conclude dicendo alle palestinesi che non vogliono essere nemiche.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Jadranka Milicevic, Balcani&lt;br /&gt;Ricorda le 8000 persone musulmane uccise a Srebrenica in 2-3 giorni. “Io sono una delle molte donne nei Balcani che sono riuscita a sopravvivere 18 anni solo con il sostegno delle organizzazioni di donne. Le donne erano contro Dayton e non sono mai state ascoltate: non c’era neanche una donna alla tavola dei negoziati”. Ricorda come le donne dal ’93 al ’96  si erano organizzate per sopravvivere, preoccupandosi soprattutto dei bambini, degli anziani, dei feriti, dei malati, dei profughi, cercando di costruire ponti e di mettere in contatto le persone separate dalla guerra. Nel contesto di guerra sono stati organizzati i primi incontri della Rete internazionale delle Donne in Nero, con donne da Italia, Spagna, Svezia: era un tentativo di ricostruire la vita, di creare spazi di libertà per le donne, una speranza nella disperazione. Nel dopoguerra le donne cercano la sicurezza, si sono attivate per una società senza discriminazioni, libera da stereotipi e pregiudizi, con parità di presenza nello spazio pubblico e privato. (Fa vedere un video con testimonianze delle donne di Srebrenica che le Donne in Nero di Belgrado hanno prodotto e hanno fatto proiettare in piazza a Belgrado).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Hogla Teruel Fernandez, Honduras&lt;br /&gt;Interviene per l’America Latina, ringrazia per l’invito, è dall’anno scorso che desiderava essere qui. Non sa se tutte conosciamo quanto succede in Honduras dal giugno 2009, dal 1960 al 1980 c’era stata guerra interna e con i paesi vicini; è un paese che gli Stati Uniti usano come passaggio, per ragioni geopolitiche. Credevano che colpi di stato e dittature fossero superate nell’America Latina del 2000 e invece nel 2009 il presidente dell’Honduras è stato cacciato da uomini di classe alta, i ricchi del paese. Nel giorno stesso del colpo di stato la gente è scesa in strada e contro le aspettative le dimostrazioni sono durate; a novembre ci sono state le elezioni, con frodi incredibili e di nuovo tutti sono andati in strada, contro la menzogna, la dittatura, l’antidemocrazia. E’ il prodotto di anni di lavoro delle organizzazioni delle donne e delle organizzazioni sociali, con appoggi internazionali; c’è stata una sollevazione pacifica per mesi e mesi, fino al 2010. Come femministe resistenti loro uscivano in strada in verde-speranza, protestando contro la violazione dei diritti e le persecuzioni e hanno fatto un video per documentarlo. Ora la situazione non è risolta, come invece si crede. &lt;br /&gt;Mostra un video sulla resistenza popolare al colpo di stato del 2009 contro Zelaya, con riprese di soldati e della repressione, testimonianze su donne picchiate, stuprate, uccise, ma anche con scene di manifestazioni, molte voci e volti di donne, resistenza delle femministe. Poi riprende a parlare: è insieme lotta di classe e lotta femminista, con molti colori, come usano le donne. Dall’esterno si crede che ora stiano bene, ma sono solo state date pennellate di bianco, come con il riconoscimento dell’Onu. Si è formato un fronte popolare, dagli indigeni e dai contadini ai professionisti e agli accademici, è una comunità forte; le elezioni non bastano, il problema è non dimenticare. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;C’è un nuovo atto simbolico delle mimadas e si prosegue.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Seguono Cibo per il pensiero – Provocazione e workshops&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La sessione si conclude con un breve video della Ruta regionale di Santander: giovani, donne, avvocate hanno lavorato sulla violenza sessuale.&lt;br /&gt;Dopo il pranzo all’Hotel Dan, si riprende nel pomeriggio con un canto di donne del Chocò e un rituale di protezione, un video di Rosario Flórez con la canzone spagnola contro la guerra “No duraría”, un saluto delle mimadas.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Marina Gallego comunica che per questa sera sarà pronta la lettera da firmare a sostegno di Piedad Cordoba e che domani mattina ci sarà una riunione con alcune ambasciate e le Nazioni Unite; parteciperanno 12 donne, 7 internazionali, è importante che ci sia una donna dagli Stati Uniti. Sollecita tutte ad acquistare la maglietta preparata dalle donne del Chocò, da indossare alla manifestazione di domani; alle donne colombiane viene offerta dalla Ruta Pacifica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Seguono Cibo per il pensiero – Provocazione e lavori di gruppo&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ritorniamo in plenaria, c’è un canto (Mamuz va alla guerra) poi vengono chiamate le relatrici per i vari blocchi di paesi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Europa e Balcani: interviene Maria Angeles, DiN di Siviglia,che si dice emozionata e entusiasta dell’Encuentro. Riporta le proposte concordate nel gruppo di lavoro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Medio Oriente e Asia: Dareen riferisce che oggi c’è stato un attacco a un bus israeliano sul confine egiziano, ci sono stati cinque morti israeliani, sembra che gli attaccanti siano giordani, e il governo israeliano ha iniziato a bombardare Gaza, ci sono già sei morti palestinesi. Propone una dichiarazione perché cessi l’attacco a Gaza (applausi). Vogliamo far finire gli attacchi a Gaza e l’occupazione. &lt;br /&gt;Tamara aggiunge che occorre esigere che Israele si faccia responsabile dei crimini contro i diritti umani che durano da quarant’anni. Israele non ha firmato i trattati internazionali e non rispetta la  legislazione internazionale. Non ha firmato la convenzione istitutiva del TPI, perciò non può essere portato davanti al Tribunale Penale Internazionale. Corinne ha proposto di portare Israele in tribunale sul web e ha suggerito di raccogliere testimonianze sulle violazioni dei diritti umani, e opinioni di avvocati ed esperti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nord America: siamo state così ispirate da quanto abbiamo visto qui che abbiamo deciso di rivitalizzare come organizzazione nazionale le DiN USA – che adesso sono frammentate – attraverso:&lt;br /&gt;- Ripartenza del servizio di lista e organizzazione di un sito che informi sull’esperienza fatta qui &lt;br /&gt;- Proiettare in un festival i film delle DiN&lt;br /&gt;- Valutare le nostre attività e cercare di attrarre donne più giovani.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;America Latina [Colombia, Ecuador, Honduras, Uruguay]&lt;br /&gt;- Resistenza femminista contro la guerra in Colombia&lt;br /&gt;- Fine della violenza contro le donne&lt;br /&gt;- Abbiamo bisogno di una migliore comunicazione internazionale&lt;br /&gt;- Fine della militarizzazione della vita civile&lt;br /&gt;- Lavorare in modo più stretto tra noi in America Latina (ci sarà un incontro a livello americano in Uruguay).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In plenaria sono stati restituiti a tutte i lavori dei gruppi di cui sopra, poi le Mima-Hadas hanno introdotto con un atto simbolico la chiusura del nostro Encuentro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Clara chiama sul podio Silvia Garcia, che era tra le persone incaricate di raccogliere le idee: molto felici di tante proposte concrete; rafforzarsi e coordinarsi è importante; come organizzatrici dell’Encuentro si impegnano a raccogliere tutto in un documento che riporti la forza vissuta qui. Cercheranno di rendere vive le proposte, di raggiungere i media, perché di qui esca una grande azione sui governi e sui parlamenti. Domani ci lasciamo, ma continueremo ad operare contro guerre e militarismi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E’ stata letta la dichiarazione finale:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;XV ENCUENTRO DELLA RETE INTERNAZIONALE DELLE DONNE IN NERO CONTRO LA GUERRA.&lt;br /&gt;  Bogotá  (Colombia)  15-20 agosto 2011&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Abbiamo percorso un lungo cammino per arrivare fino a qui. Siamo venute più di 300 donne di molti paesi, dall’Africa, l’Asia, l’Europa, il Nord America e l’America latina e da diverse regioni della Colombia, per riaffermare che noi DONNE in NERO del mondo non rinunceremo alla nostra aspirazione a vivere in un mondo libero da guerre, paura e violenza. Le frontiere non impediscono le nostre relazioni, non c’è oceano che possa sommergere la nostra indignazione o cancellare le nostre speranze.&lt;br /&gt;Non rinunciamo a smascherare i crimini commessi contro noi donne e contro le bambine, in tempo di guerra e in tempo di pace, negli spazi pubblici e privati. Non rinunceremo a denunciare l’uso dei nostri corpi come bottino dei militari. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Viviamo in una realtà mondiale, dominata dal militarismo e dall’apologia della guerra. Noi donne stiamo subendo sempre più diverse forme di violenza: in vari paesi del mondo eserciti regolari o irregolari utilizzano lo stupro come strumento di punizione contro comunità ritenute vicine al nemico; anche la resa in schiavitù di donne a fini sessuali è una realtà grave e ad essa si unisce la complicità degli organismi di sicurezza nel traffico di donne e bambine. Per di più stiamo assistendo alla privatizzazione della sicurezza.&lt;br /&gt;Nella logica militarista si ritrovano insieme l’industria militare, le multinazionali e i grandi mezzi di comunicazione; questi ultimi si assumono il compito di giustificare la guerra, abituare la popolazione alle armi e ai loro effetti e a fare propaganda per i regimi e i leader che difendono i loro interessi. Fanno pure passare una visione della vita in cui conta il denaro facile e dominano il maschilismo, l’ostentazione e il disprezzo per la vita umana. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il militarismo, a diffusione globale, sta penetrando le mentalità e tutti gli spazi di libertà, intimità e privacy. La militarizzazione della vita quotidiana è il fenomeno più pericoloso per la sopravvivenza della specie umana. La natura è già minacciata dall’azione predatrice delle multinazionali, la cui impunità è garantita dalla complicità con militari e regimi corrotti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ovunque si rafforzano le mafie, il narcotraffico e altre forme di delinquenza, che rappresentano poteri occulti. Molti militari, legali e illegali, sono in relazione con le grandi mafie del narcotraffico. In tutto il mondo cresce il consumo di droga. Inoltre stanno legittimandosi nuove  forme di violenza come fame e malnutrizione. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Denunciamo il coinvolgimento del settore finanziario e delle transnazionali nelle guerre. Denunciamo la crescente vulnerabilità delle donne che difendono i diritti umani in tutto il mondo, specialmente nel sud.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le DONNE in NERO ritengono i fondamentalismi religiosi, i militarismi e i nazionalismi fenomeni collegati che si comportano in modo simile verso le donne. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Noi donne  vogliamo de-costruire la sicurezza militarizzata, e stiamo costruendo proposte per proteggere le donne in situazioni di pericolo. Le nostre analisi indicano che gli Stati per le loro caratteristiche possono contribuire all’aumento dell’insicurezza piuttosto che ridurla. Per le DONNE in NERO, quindi, le questioni relative alla sicurezza devono essere incentrate sulle persone e non sugli interessi degli Stati. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In questo contesto mondiale, noi DONNE in NERO stiamo opponendo resistenza al patriarcato, la cui massima espressione è il militarismo. Ci impegniamo a ribellarci permanentemente ai militarismi globali e a disobbedire ai totalitarismi, gli autoritarismi, le dittature e i nazionalismi. Siamo unite nel ripudio della guerra e della militarizzazione globale che colpisce specialmente le donne e tutte le persone escluse. Diamo tutto il nostro sostegno a soluzioni politiche e negoziate ai conflitti armati e alle guerre. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Desideriamo una società senza militarismi, che garantisca la vita e il pieno sviluppo delle donne, in libertà. E’ innegabile che le guerre ed i conflitti acuiscono le violenze, l’omofobia e la discriminazione contro di noi. Da qui deriva l’imperativo etico di essere contro la guerra e organizzarci e mobilitarci come DONNE in NERO contro la Guerra. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Noi DONNE in NERO esigiamo che non restino impuniti i crimini contro le donne. Ci pronunciamo contro la guerra e la barbarie, ci mobilitiamo affinché la paura e l’impotenza non ci paralizzino. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Riaffermiamo la resistenza civile e la nonviolenza come nostri strumenti e  diamo valore ad altre forme per esprimere questa resistenza come le reti sociali, il boicottaggio, la letteratura, l’uso della contra-informazione, l’aver cura di noi stesse. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ovunque noi DONNE in NERO siamo unite nel dolore che proviamo. Ovunque diamo impulso a principi etici e di solidarietà femminista. Ovunque ci unisce la capacità di reagire: invece di disperarci, stimoliamo l’azione creativa, la disobbedienza, l’empatia, la solidarietà, la resistenza e la ribellione. Tessiamo voci e silenzi, accompagnamento e solidarietà, con altre diverse donne. Cerchiamo una nuova comprensione a partire dalla compassione, dall’attenzione alla sofferenza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Vogliamo che ci siano sempre più DONNE in NERO impegnate nella nostra resistenza pacifica. Vogliamo sfidare i poteri con la verità. Vogliamo trovare parole per parlare alla coscienza del mondo. Vogliamo decolonizzare le nostre menti e la nostra immaginazione al di fuori del modello patriarcale.  &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Continueremo vestite di nero per tutte le vittime conosciute e anonime di tutti i conflitti, per manifestare creativamente la nostra indignazione, per sanare le nostre ferite fisiche e psichiche e per gridare: Vogliamo un mondo senza guerre, paura e violenzA.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;DONNE in NERO (e non solo) di BELGIO, BOSNIA-ERZEGOVINA, ECUADOR, GRAN BRETAGNA, HONDURAS, INDIA, ISRAELE, ITALIA, MESSICO, PALESTINA, PERÚ, REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO, SERBIA, SPAGNA, STATI UNITI, TUNISIA, URUGYAY E COLOMBIA.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ci sono molti applausi, slogans, una standing ovation. Le donne di Santander girano per la sala e danno a tutte le internazionali una bambolina di lana, simbolo della resistenza pacifica delle donne . &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Clara chiama Patricia, a nome della commissione che ha preparato la dichiarazione finale, perché riferisca che cosa è stato detto sul prossimo incontro internazionale: India, già indicata a Valencia, oppure Uruguay; hanno pensato anche agli Stati Uniti, dove però le DiN non si sentono pronte. Corinne interviene per proporre l’Uruguay, ricordando il gesto eccellente con cui lo scorso anno si è messo da parte; Jenny risponde che lì hanno una struttura e molto sostegno, ma è bene andare in India, così tocchiamo tutti i continenti.    &lt;br /&gt;C’è stata un po’ di discussione e alla fine si è deciso per l’Uruguay.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E’ quindi iniziato il rituale di chiusura e protezione delle donne, ci sono stati gli Alabaos (canti tradizionali) delle Donne del Chocò, Colombia. A ognuna di noi è stata consegnata una girandola colorata, e – da parte delle donne del Cauca – un pacchettino contenente i principali semi della sovranità alimentare colombiana, da portare il giorno successivo nella manifestazione conclusiva. &lt;br /&gt;Una donna del Cauca parla della resistenza pacifica di tante contadine della regione, che difendono la loro autonomia nel coltivare rispetto all’oppressione dei soldati. &lt;br /&gt;Una donna del Putumayo – da cui sono state portate le lettere che ci vengono date – parla dei testi scritti da donne vittime di sofferenze e dolore: sono lacci di solidarietà.&lt;br /&gt;Dal Chocò sono stati portati i canestri, dalla Valle del Cauca le farfalle-girandole che ripetono un rituale cui partecipano bambine/i di tutte le classi sociali.&lt;br /&gt;Dopo i ringraziamenti conclusivi di Marina Gallego Paula Rios ha cantato “Mujeres de Negro” e la sala la ha obbligata al bis.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Alla sera abbiamo danzato con musica  latinoamericana live eseguita da un gruppo di donne, “Grupo de mujeres AguaSalà” fino alle 2.00.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Venerdì 19 agosto&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Manifestazione! Circa 300 donne con striscioni e cartelli in molte lingue e farfalle e fischietti, con il viso dipinto come nel manifesto dell’Encuentro e indossando le magliette dell’Encuentro, si sono incamminate dal nostro hotel fino alla piazza davanti alla chiesa di S. Francesco, poi si sono allineate deponendo un enorme quilt [un enorme striscione composto da tanti quadrati diversi] e altri striscioni e simboli, anche croci e bare che rappresentavano le donne che sono morte. Una donna vestita da farfalla – che simboleggia la speranza – danzava una rappresentazione di strada. Hanno parlato donne di ogni parte della Colombia, e intorno si affollavano persone per vedere e sentire.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7857606800177210418-2035573696152648884?l=controlaguerra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://controlaguerra.blogspot.com/feeds/2035573696152648884/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/09/dalla-colombia.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/2035573696152648884'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/2035573696152648884'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/09/dalla-colombia.html' title='Dalla Colombia'/><author><name>Donne in nero Padova  donneinnero.padova@gmail.com</name><uri>http://www.blogger.com/profile/08395108538400298838</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='21' src='http://3.bp.blogspot.com/_0-6Ar37J2Bc/S6T6miTqAQI/AAAAAAAAABk/dh-4RJWJ3Ns/S220/IM000137.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7857606800177210418.post-687825500180492555</id><published>2011-09-21T09:48:00.005+02:00</published><updated>2011-10-09T15:50:57.542+02:00</updated><title type='text'>Di ritorno dalla Colombia</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/-5-ED-iF3Dw0/TpGmsDXftqI/AAAAAAAAADM/liSEkS2tcgg/s1600/IMG_0451.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 300px;" src="http://3.bp.blogspot.com/-5-ED-iF3Dw0/TpGmsDXftqI/AAAAAAAAADM/liSEkS2tcgg/s400/IMG_0451.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5661489482329732770" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/-TooflIYJbWU/TpGk_wqx25I/AAAAAAAAADE/CktIWnr8H5c/s1600/IMG_0424.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 300px;" src="http://4.bp.blogspot.com/-TooflIYJbWU/TpGk_wqx25I/AAAAAAAAADE/CktIWnr8H5c/s400/IMG_0424.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5661487621884468114" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;  &lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Racconto del viaggio a  Buenaventura &lt;br /&gt;21-25 agosto 2011&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;[Questo racconto è stato costruito a partire dagli appunti e ricordi di Odilla, Barberina, Marianita, Anna, Elisabetta, Giuliana, Giannina, Manuela, Mariangela, che hanno partecipato al viaggio.]&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;ncontri con Martha Elena Giraldo Mendoza&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;14 agosto 2011&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Partecipano all’incontro 10 Donne in Nero italiane e una ventina di spagnole.&lt;br /&gt;"Benvenute nella mia terra – ci dice Martha - questo incontro è un obiettivo molto importante per noi... le donne insieme riescono a fare cose molto importanti. Oggi le Donne in Nero contano molto per le donne colombiane perché ci possono aiutare affinché ci si accorga di noi. Siamo in un momento in cui negoziare la Pace in Colombia è molto complicato ma abbiamo aspettative nei confronti del Presidente Santos che però vuole essere l'unico negoziatore. E’ quindi importante mostrare la forza delle donne e che tutte nel mondo siamo unite per lottare contro la guerra. C'è un'altra cosa che ci aiuta ed è il lavoro sul simbolico che rende visibili i nostri propositi a tutta la popolazione colombiana. È pronto il programma dell’incontro ed è importante perché fatto con donne di tanti paesi; la parola è uno strumento di potere delle donne, con l’amore e l’interazione tra di noi nessuna si sentirà esclusa perché non capisce bene la lingua, tutte faranno lo sforzo per capire le altre .. a tutte abbiamo detto che, dove non arrivano le parole, basta un gesto, un abbraccio, stare vicine  e non sentirsi mai lontane." &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La proposta di Martha per i giorni successivi al convegno non sarà più turistica, ma, venendo incontro alle richieste di alcune Donne in Nero italiane, consisterà nello stare vicine alle donne che hanno bisogno del nostro sostegno.&lt;br /&gt;Si andrà a BUENAVENTURA (porto sulla Costa del Pacifico nella regione Valle del Cauca) dove la situazione socio-economica è particolarmente pesante (60% di disoccupazione, l'80% sono donne).&lt;br /&gt;Il conflitto armato è dentro alla città; in un barrio parte della gente è a favore della guerriglia e parte è contro. Gli effetti sono disastrosi perché si interrompe la mobilità sul territorio e si condiziona tutta la vita soprattutto delle donne, dal modo di vestire agli orari, è impossibile fare anche le cose più normali... Tutti gli attori armati sono presenti, dai paramilitari ai guerriglieri, dai narcotrafficanti all’esercito e la polizia. Ognuno cerca di occupare il territorio perché è un luogo di commercio della droga, c’è il grande traffico, mentre è proibito il microtraffico.&lt;br /&gt;A causa del femminicidio le donne stanno andandosene per sfuggire agli attori armati che, quando arrivano, prendono possesso del territorio, fanno innamorare le ragazze che rimangono incinte, e rendono la loro vita invivibile perché restano segnate dal portare in grembo un bambino della parte avversa: diventano bottino di guerra. Le donne cominciano a sparire e quelle che denunciano la situazione vengono pesantemente minacciate. D’altra parte la mancanza di denunce permette allo Stato di dire che la violenza è ridotta; le donne però si sono unite e il 25 marzo in una pubblica udienza di fronte alle autorità hanno denunciato le vere cifre dei fatti di violenza. Le autorità si sono impegnate a intervenire per ridurre il livello di violenza e il femminicidio, ma questi  fatti sono aumentati dopo che la polizia e l’esercito sono entrati nel barrio mettendo a tacere tutto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'elemento più importante che ha fatto scegliere come meta Buenaventura è che le donne non possono denunciare perché vengono uccise, a loro e alla loro famiglia accade di tutto. &lt;br /&gt;Le donne hanno parlato con la Fiscalia (Pubblico Ministero) chiedendo che i processi per le vittime vengano istituiti anche se manca il corpo del delitto, perché viene buttato in mare: le case  vicino al mare sono costruite su palafitte ed è facile far scomparire quello che non si deve vedere. C'è un luogo, San Francisco, dove vengono buttati i corpi che poi riaffiorano e sono stati visti da varie persone.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il programma proposto da Martha:&lt;br /&gt;22 agosto: &lt;br /&gt;Al mattino incontro della Fiscalia (che è guidata da una donna) con Ong e Istituzioni per chiedere i processi per le vittime e per migliorare il protocollo (le procedure della legge), in modo che non sia richiesto il corpo del delitto: se vi sono tante denunce significa che c’è un problema di sicurezza, di salute pubblica. Noi, come Donne in Nero, potremo fare una denuncia contro il femminicidio, la militarizzazione e la violenza sulle donne.  Faremo un mandala con conchiglie e fiori utilizzando il linguaggio simbolico delle donne. &lt;br /&gt;Alle 15.00 conferenza stampa nell'Alcaldia. &lt;br /&gt;Alle 16.30 insieme a 300 donne della Ruta Pacifica faremo una manifestazione con striscioni, bandiere e le nostre  parole d'ordine.&lt;br /&gt;Martha spiega anche che per le organizzazioni di donne di Buenaventura con cui loro collaborano come Ruta Pacifica, la presenza di Donne in Nero italiane e spagnole sarebbe molto importante e che si sono dette d’accordo a darci appoggio per cibo e spostamenti in modo da ridurre i costi; lei viaggia via terra, è il suo paese, ma per un gruppo come il nostro non sarebbe garantita la sicurezza e quindi bisognerà andare in aereo da Bogotà a Cali, quindi in autobus da Cali a Buenaventura.&lt;br /&gt;23 agosto&lt;br /&gt;Nella mattina ci incontreremo con le donne dei barrios e delle associazioni, condividendo pensieri, poesie, storie, canzoni, danze, alimenti tipici. Ci racconteranno le loro vite, la resistenza e come riescano a  superare le difficoltà con la solidarietà tra donne. Sarà un momento anche di profondo dolore che possiamo condividere insieme in un abbraccio.&lt;br /&gt;Nel pomeriggio incontreremo alcune organizzazioni di donne, ne conosceremo le attività e parleremo loro di quelle delle Donne in Nero.&lt;br /&gt;24 agosto&lt;br /&gt;Potremmo visitare un’isola in cui c’é una comunità di origine africana e indigena.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ascoltata la proposta, alcune intervengono chiedendo altre informazioni, anche sui costi; Martha precisa che sta ai gruppi italiano e spagnolo decidere, il viaggio verrebbe fatto come Donne in Nero e sarebbe una continuazione del convegno. Diverse tra le presenti sottolineano che l’interesse appare alto, occorre riflettere sui tempi e le spese; se ne riparlerà per dare una risposta su quante aderiscono.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;16 agosto&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nella mattinata c’è un nuovo incontro; vengono date le risposte sulla partecipazione: ci saranno almeno 12 delle italiane, forse un numero più grande di spagnole. Martha ribadisce che per la loro organizzazione il viaggio è importante e precisa quali saranno le regole cui attenersi per la sicurezza: la protezione sarà stare tutte insieme, è un posto in cui la militarizzazione è molto spinta e proprio perché là il bisogno è grande lo hanno scelto come meta; si faranno carico della sicurezza due istituzioni, la Fiscalia e la Personeria, che non è la polizia, bensì un’istituzione responsabile della difesa dei diritti umani della comunità; così si resta equidistanti dagli attori armati. Per la sicurezza, che il gruppo non sia molto grande è meglio, ma per non escludere le altre almeno dall’informazione sull’iniziativa del viaggio, Martha ha preparato un comunicato per spiegarla a quante partecipano all’Encuentro. Dà poi altri dettagli sul programma delle giornate a Buenaventura e sui costi da prevedere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Viaggio a Buenaventura (Valle del Cauca)&lt;br /&gt;dal 21 al 25 agosto 2011&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;21 agosto&lt;br /&gt;Siamo giunte a Buenaventura nel pomeriggio, provenienti da Cali, capoluogo del dipartimento del Valle del Cauca, 22 Donne in Nero italiane e spagnole. La prima parte del viaggio si è svolta in aereo, da Bogotà a Cali, dove siamo state accolte e rifocillate con affetto nella casa di una donna, Maria Teresa Arizabaleta, già parlamentare del partito liberale, che ha una corrente di sinistra. E’ stata senatrice dal 2001 al 2003, al posto di Piedad Cordoba; quello colombiano è un sistema strettamente bipolare, con alternanza per legge dei due poli. Maria Teresa è stata presa a sediate da certi gruppi femministi perché era contraria all’alternanza e ne porta tuttora le consegunze alla schiena. Le donne hanno ottenuto il diritto di voto, lottando, nel 1954 e nel 2004 hanno celebrato il cinquantenario. Ci mostra poi alcuni giornali con articoli sull’Encuentro appena concluso e ci parla del suo lavoro contro la violenza, che nella Valle del Cauca ha dimensioni spaventose: dal 2002 al 2009 ci sono stati 3.000 casi di bambini violentati, 16.000 di bambine, decine di migliaia di donne. Maria Teresa è architetta, come il marito, anche lui molto gentile nell’accoglierci; soprattutto, ci dice lei, è una femminista: ha due fincas (aziende agricole) e intende destinarle una ad un’università delle donne e l’altra all’imprenditoria femminile. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Siamo partite a fine mattinata in autobus, accompagnate e protette da Martha Elena Giraldo Mendoza, per Buenaventura. Il viaggio di circa tre ore è stato interessante per il paesaggio tra le montagne ed una splendida vegetazione, meno piacevole per l'intenso traffico di tir e per le condizioni della strada. Lungo  di essa numerose baracche di poveri cercatori di oro e un fiume, il Rio Cauca, di colore rossastro per l’inquinamento da mercurio legato all’estrazione dell’oro.&lt;br /&gt;La vista di Buenaventura, una profonda insenatura sull'Oceano Pacifico con il mare che entra in profondità nell'entroterra, creando lagune, che rimangono poi all'asciutto per la marea, ci ha impressionato con la presenza di misere palafitte di legno e lamiere, dove vivono migliaia di persone (la popolazione totale di Buenaventura si aggira sulle 400.000 persone). Anche il centro è caratterizzato da case mezzo costruite, con copertura in lamiera o eternit (questo magnifico materiale abbonda per tutta la Colombia), numerosi depositi di acqua sui tetti o terrazze, impianti elettrici – dove ci sono – volanti; sono presenti costruzioni a molti piani, che sono alberghi o pubblici uffici. Le strade sporche, barriere alle porte e alle finestre della maggior parte dei negozi. &lt;br /&gt;Una città che fa male alla vista ed al cuore. Eppure è il secondo porto commerciale della Colombia, dove transitano merci per e da la Colombia. La città, come ci aveva detto Martha, è un luogo di conflitto armato dove si scontrano FARC, paramilitari e narcotrafficanti,  che controllano vari barrios e che impongono la loro legge. Vittime prime di questo conflitto e delle misere condizioni sono le donne, sottoposte a violenze di ogni tipo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Siamo state sistemate in un hotel nuovo e non finito, molto confortevole.&lt;br /&gt;Subito dopo abbiamo incontrato donne di varie associazioni che ci hanno presentato il programma dei prossimi giorni e che ci hanno illustrato la situazione locale, le loro attività, la necessità di avere un ascolto maggiore da parte della giustizia, dove le denunce di violenza e scomparsa vengono per la maggior parte ignorate. I dati che ci hanno esposto, le richieste da loro avanzate, sono tratte da un documento che le organizzazioni locali di donne hanno presentato di recente alle autorità, “Mujeres en Buenaventura punto focal de acciones violentas” (documento che ci è stato consegnato). &lt;br /&gt;Il tasso di povertà è dell’80,6%, le donne fanno attività malpagate che richiedono grande sforzo fisico: raccolta dei gamberi tra le mangrovie, pesca artigianale, agricoltura di sussistenza... Lasciano presto gli studi, le giovani diventano madri adolescenti, la maggioranza è costituita di nere ed è difficile rompere il cerchio della povertà e fare progetti di rivendicazione. La presenza di multinazionali che arrivano in città con I loro megaprogetti innesca una dinamica di violenza che si traduce in massacri, miseria, disoccupazione, droga, arruolamento coatto di giovani nei vari gruppi armati, induzione alla prostituzione di ragazze e bambine, costrizione ad abbandonare la città: è una strategia molto chiara per liberare dalla popolazione territori importanti da un punto di vista geostrategico e per la loro biodiversità, e metterli a disposizione dei capitali privati. A Buenaventura di conseguenza la situazione dei diritti umani è molto deteriorata, è un caso di grande rilevanza anche sul piano nazionale, è diventato il terzo municipio del paese per numero di desplazadas/os (rifugiate/i interne/i), soprattutto afrodiscendenti. Il conflitto armato ha provocato 1520 vittime negli ultimi 3 anni, il 95% delle quali sono afrodiscendenti sotto i 28 anni; c’è un numero preoccupante di sparizioni forzate, che non vengono denunciate per paura; donne che vengono uccise in maniera disumana, mutilate, fatte a pezzi, buttate nei campi; maltrattamenti fisici e psicologici; donne che diventano informatrici della polizia o di altri gruppi armati. Le autorità danno poco appoggio, ci sono leggi, ma non vengono applicate e gli strumenti sono solo scritti sulla carta. Negli ultimi tre anni ci sono state 63 morti violente, già 12 donne assassinate dall’inizio del 2011, 37 casi di violenza sessuale riportati dalla polizia nel 2010. &lt;br /&gt;Di fronte a questa situazione le organizzazioni delle donne di Buenaventura rivolgono alle autorità una serie di richieste articolate: “Ni una mas” è la loro rivendicazione, si esige giustizia, che i delitti contro le donne non restino impuniti, che le donne possano circolare liberamente senza paura e senza essere minacciate. In particolare si chiede:&lt;br /&gt;- alla Procuradoria Nacional e alla Fiscalia Nacional di indagare sulla tolleranza di funzionari e autorità dello stato verso i paramilitari per gli assassini, le sparizioni forzate, le torture e violenze sessuali su donne, adolescenti e bambine; &lt;br /&gt;- alla Fiscalia locale di fare il punto sul femminicidio a Buenaventura, di trovare e punire i responsabili delle violenze affinché le denunce non vengano ritirate; &lt;br /&gt;- al sindaco e alle autorità locali di mettere a disposizione risorse e personale per rendere esecutiva la politica pubblica di pari opportunità;&lt;br /&gt;- alle istituzioni educative e alla società in generale di creare programmi per la partecipazione attiva di genitori e figli/e utilizzando i media, anche per prevenire il consumo di sostanze stupefacenti, e predisporre programmi educativi per promuovere relazioni tra uomini e donne basati sul reciproco rispetto;&lt;br /&gt;- ai genitori di impegnarsi a migliorare i rapporti e la comunicazione con i/le figli/e.  &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A partire da questo documento, le donne venute all’incontro ci hanno chiesto di scrivere un “mandato”, una dichiarazione di condanna nei confronti della violenza e del conflitto armato. Come ci ha poi spiegato Martha, il termine “mandato” viene utilizzato perché le loro sono organizzazioni di base, che non hanno autorità legale, ma agiscono su mandato della comunità e della popolazione in cui sono radicate.&lt;br /&gt;Alcune di noi, spagnole e italiane, si sono prese l'incarico di stendere il testo. Abbiamo discusso con Martha e alcune donne di Buenaventura la struttura e i punti in cui articolarlo e abbiamo concordato di farne tre versioni, in spagnolo, italiano, francese, perché queste sono le lingue del gruppo internazionale presente a Buenaventura. Il “mandato” è riportato al fondo di questo resoconto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;22 agosto&lt;br /&gt;Il giorno successivo le donne di Buenaventura hanno organizzato presso un hotel sul porto la nostra partecipazione ad un evento, promosso dalla Fiscalia General de la Nacion (ufficio del pubblico ministero) per discutere con le varie organizzazioni sociali (femminili e miste) e le istituzioni sulla situazione delle donne e dei minori, sulla violenza in famiglia, sulla violenza sessuale, sulle uccisioni di donne da parte di partner e a causa del conflitto armato e sulla loro sparizione; accanto alla denuncia della realtà, nelle relazioni e nel dibattito è stato dato molto spazio all’analisi degli strumenti legali, sociali, culturali che si stanno mettendo a punto per contrastare la violenza, dalla prospettiva di genere alla “attenzione integrale”, dalla prevenzione e protezione alla formazione di operatrici e operatori, dalle “Casas de las victimas” all’accoglienza in luoghi sicuri. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le Donne in Nero si sono raccolte da parte, in cerchio, mani nelle mani per un rituale di rafforzamento e hanno poi offerto ai presenti un mandala eseguito con conchiglie e fiori, quindi hanno letto il testo della loro dichiarazione in italiano, francese  e spagnolo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel pomeriggio nella sede del Comune si è tenuta una conferenza stampa, durante la quale sono stati dati vari materiali di documentazione alle e ai giornaliste/i presenti. All’inizio è stato proiettato il video delle Donne in Nero spagnole che avevamo visto durante l’Encuentro a Bogotà, poi in un alternarsi di domande e risposte è stata illustrata la storia delle Donne in Nero a partire da Israele, il percorso fatto, i risultati ottenuti; una giornalista chiede se ci sia una nuova generazione: in Colombia – è la risposta –  la Ruta  Pacifica ha creato il gruppo della Ruta jovenes. Si è inoltre parlato della situazione delle donne in Colombia (ogni 6 minuti una donna viene aggredita...); si sono presentate le richieste formulate e l'impegno della rete internazionale delle Donne in Nero. Qui inoltre è stata formulata la proposta  di un’iniziativa di mobilitazione internazionale per il 25 di Novembre contro la violenza sulle donne di Buenaventura e in Colombia. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Subito dopo abbiamo tenuto un “plantón” davanti al comune; avevamo tutte i nostri striscioni; le colombiane hanno scandito i loro slogan contro la guerra e la violenza. La manifestazione è stata chiusa con una certa rapidità, perché le donne venute da fuori Buenaventura (parecchie decine) per ragioni di sicurezza dovevano rientrare prima del buio. I saluti sono caldi e pieni di emozione, c’è chi dà appuntamento tra due anni in Uruguay, chi bacia, abbraccia e ringrazia commossa. Alla manifestazione hanno partecipato anche alcuni uomini, tra cui un giornalista che ha detto di fare parte di un gruppo che riflette sulla mascolinità e il patriarcato e che conosce persone dei gruppi pacifisti di Vicenza.  &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;23 agosto&lt;br /&gt;Il giorno successivo siamo state accompagnate in pullman alla Casa de los Encuentros di Bagno Regio, dove abbiamo incontrato le donne dei barrios, appartenenti a varie associazioni e ong. Qui le donne hanno raccontato le loro esperienze, hanno cantato, danzato, recitato poesie; insomma il racconto del dolore si è accompagnato all'espressione artistica e a momenti di felicità. Molte delle partecipanti hanno sottolineato con forza la loro condizione di afrodescendenties. Anche noi abbiamo cantato in un coro improvvisato (proponendo “Sebben che siamo donne” in versione femminista e “Bella ciao”) e le spagnole hanno letto poesie e ballato il flamenco.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel primo pomeriggio abbiamo incontrato le donne di una rete di cooperative di produzione, Fundacion Social para la Productividad (Fundproductora), che ci hanno illustrato la loro attività artigianale, che ha lo scopo di insegnare certe abilità e dare un po' di autonomia alle donne, anche a quelle che escono da situazioni difficili. Hanno avuto uno spazio dal Comune, alcune lavorano in casa e portano qui il lavoro finito. Cercano nuove strade per commercializzare i prodotti, stanno facendo uno studio di mercato, usano anche materiale di ricliclaggio. Le donne qui imparano un'arte  e soprattutto ritrovano la stima di se stesse. Ci sono vari prodotti in vendita e molte tra di noi se ne entusiasmano, facendosi spiegare di quali materiali siano fatti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'incontro successivo è stato con le donne di una ong, Taller Abierto, centro di attenzione integrale, legale e psicologica, per la famiglia e collettivo di donne desplazadas nel 7° municipio di Buenaventura. Si occupano di prevenzione della violenza contro le donne e dei diritti e dell'accesso alla giustizia. Collaborano con ong internazionali (Terre des Hommes, Coopi) e con agenzie dell'ONU. Sono presenti in altri luoghi, ad esempio Cali, ed hanno di recente subito minacce ed aggressioni, hanno quindi il problema di come proteggersi. Fanno corsi di leadership e di rafforzamento; formano giovani che diventino a loro volta moltiplicatrici in altre situazioni. Il modo di resistere delle donne è avere un atteggiamento critico, liberandosi dalla dipendenza dagli uomini. Non è un luogo di “vittime”, semmai si tratta di donne “vittimizzate”, perché manipolate sul piano sessuale. Una donna, Yolanda, che nei giorni scorsi si è presa cura di noi con grande generosità e calore, parla dei problemi delle “madres comunitarias”, su cui già avevamo sentito una testimonianza nell’incontro della mattina: domestiche sfruttate e umiliate, malpagate, senza rispetto degli orari di lavoro né della salute, per lo più sono donne desplazadas.  &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La giornata è finita con un incontro per noi particolarmente doloroso ed imbarazzante; abbiamo visitato una casa di accoglienza per bambine e ragazze gravide (Fundmujer). Qui vengono accolte ragazze incinte che per vari motivi non possono stare in famiglia: ci sono adolescenti che hanno subito violenza dal proprio padre; ad esse viene offerto un rifugio fino a che il bambino non ha tre mesi o fino a che il problema familiare non si è risolto. La responsabile, Mercedes Segura Rodriguez, ci parla della tripla discriminazione di chi è donna, povera, nera: la Costituzione del 1993 in un articolo transitorio prevede la garanzia dei diritti delle afrodescendientes e loro hanno creato una rete di donne nere, povere, sul Pacifico, ma le discriminazioni non cessano. Hanno avuto sostegno da varie organizzazioni, in particolare tedesche, e così hanno potuto costruire la casa, tutta autogestita; le risorse però sono poche, non hanno fondi per tutte le necessità né per allargare le attività di formazione che propongono alle giovani. Tra le ragazze che incontriamo ve ne sono di giovanissime, di 11 e 12 anni; è stata una visita che ci ha molto colpite, ancor più quando abbiamo saputo che mancano persino i denari per l’acquisto di latte e pannolini per i bambini.  &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;24-25 agosto&lt;br /&gt;La giornata successiva piovosa ci ha costrette a rinunciare ad un gita su una spiaggia e siamo state quindi riaccompagnate a Cali in autobus e di li al mattino seguente in molte siamo tornate a Bogotà, altre hanno proseguito per ulteriori visite in zone diverse.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questo viaggio di quattro giorni in un luogo veramente difficile per l'estrema povertà e per la violenza diffusa è stato possibile grazie all'accompagnamento, la protezione della compagne di Buenaventura e di Martha. Noi abbiamo dato loro sostegno e ci siamo impegnate a costruire iniziative di pressione e risonanza nei nostri paesi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Il “mandato”&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Noi Donne in Nero, che abbiamo partecipato al XV Encuentro internazionale di Bogotà, siamo femministe contro la guerra e ogni forma di violenza, crediamo nella rete di sostegno reciproco tra le donne contro l’invisibilità, il silenzio, l’impunità e la complicità di fronte alla violenza e ai crimini contro le donne.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Considerando che:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;le morti violente e gli abusi di ogni tipo contro le donne a Buenaventura sono aumentate in modo sostanziale e che le risposte istituzionali sono state insufficienti favorendo impunità e dimostrando complicità;&lt;br /&gt;il conflitto armato, la militarizzazione della vita civile, la povertà hanno aggravato ogni violenza specifica contro le donne;&lt;br /&gt;questa violenza tanto drammatica non colpisce solo i corpi e le vite delle donne, ma anche impedisce loro di esprimersi liberamente e di immaginarsi un futuro senza paura;&lt;br /&gt;la mancanza di riconoscimento e del rispetto della vita e dei diritti delle donne provengono da una visione sessista e patriarcale associata alla violenza sulle donne.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Esigiamo:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;giustizia per le donne, l’applicazione di tutte le leggi nazionali e le convenzioni internazionali relative al riconoscimento dei diritti delle donne;&lt;br /&gt;che i crimini commessi contro le donne in quanto donne siano riconosciuti come femminicidio e che questo sia assunto nella legge colombiana come lo esigiamo in tutti i paesi del mondo;&lt;br /&gt;che le autorità garantiscano la partecipazione delle donne alla vita sociale, politica, economica, il loro “empowerment”, sostenendo concretamente le organizzazioni delle donne che agiscono in questo ambito;&lt;br /&gt;che le istituzioni prendano le misure adeguate nel campo dell’educazione e della comunicazione per sradicare ogni discriminazione e ogni forma di linguaggio che giustifichino e aggravino la violenza contro le donne.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Noi donne attiviste della Rete Internazionale delle Donne in Nero, ci impegniamo a denunciare questa situazione e a farla conoscere a tutti i livelli, sollecitando le istituzioni nazionali e internazionali a far pressione sul governo colombiano affinché rispetti i diritti delle donne. &lt;br /&gt;Diamo tutto il nostro appoggio alle organizzazioni delle donne colombiane per un processo di uscita negoziata dal conflitto armato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Buenaventura, primo porto del Pacifico Colombiano, 22 Agosto 2011&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7857606800177210418-687825500180492555?l=controlaguerra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://controlaguerra.blogspot.com/feeds/687825500180492555/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/09/di-ritorno-dalla-colombia.html#comment-form' title='3 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/687825500180492555'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/687825500180492555'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/09/di-ritorno-dalla-colombia.html' title='Di ritorno dalla Colombia'/><author><name>Donne in nero Padova  donneinnero.padova@gmail.com</name><uri>http://www.blogger.com/profile/08395108538400298838</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='21' src='http://3.bp.blogspot.com/_0-6Ar37J2Bc/S6T6miTqAQI/AAAAAAAAABk/dh-4RJWJ3Ns/S220/IM000137.JPG'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/-5-ED-iF3Dw0/TpGmsDXftqI/AAAAAAAAADM/liSEkS2tcgg/s72-c/IMG_0451.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>3</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7857606800177210418.post-5520451208057274409</id><published>2011-09-21T09:44:00.002+02:00</published><updated>2011-09-21T09:47:56.152+02:00</updated><title type='text'>RICONOSCIMENTO DELLO STATO DI PALESTINA</title><content type='html'>Raccogliendo l’appello della Campagna nazionale palestinese “Palestina: lo Stato n. 194” &lt;br /&gt;per il riconoscimento e l’ammissione dello Stato di Palestina alle Nazioni Unite, &lt;br /&gt;sui confini precedenti al 1967 con Gerusalemme Est capitale,&lt;br /&gt;invitiamo tutte e tutti a partecipare al grande movimento di opinione &lt;br /&gt;che a livello mondiale sta appoggiando l’evento &lt;br /&gt;che mira innanzitutto ad affermare la dignità del popolo palestinese.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A&lt;span style="font-weight:bold;"&gt; Padova saremo in piazzetta Garzeria mercoledì 21 alle 17.30 &lt;br /&gt;Donne in Nero, Associazione per la Pace...&lt;/span&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Nella prossima sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che si aprirà il 20 settembre 2011, l’Autorità Nazionale Palestinese chiederà il riconoscimento della Palestina come 194° stato membro dell’ONU. &lt;br /&gt;La richiesta è appoggiata da istituzioni, partiti e organizzazioni della società civile palestinese che hanno lanciato una Campagna per il riconoscimento dello Stato di Palestina sia da parte di singoli Stati sia da parte di organismi internazionali che da parte delle Nazioni Unite, in coerenza con le centinaia di risoluzioni ONU e richieste concrete rivolte ai Governi israeliani che si sono succeduti in questi decenni, sempre disattese. &lt;br /&gt;La richiesta è sostenuta dai Comitati di lotta popolare nonviolenta, dai Comitati popolari contro il Muro e gli insediamenti ma anche da organizzazioni pacifiste israeliane  e da associazioni di donne. &lt;br /&gt;Tutte/i insieme chiedono che l’ammissione alle Nazioni Unite non sia subordinata alla ripresa dei negoziati, dal momento che da anni  tali negoziati vengono sistematicamente vanificati e anzi è continuata l’espansione degli insediamenti nei territori palestinesi occupati, la costruzione del Muro, l’espulsione  dei cittadini palestinesi da Gerusalemme, le violazioni del diritto internazionale comprese le convenzioni di Ginevra. &lt;br /&gt; Oltre 120 nazioni su 193 hanno già dato la loro adesione all’iniziativa e largamente favorevole è l’opinione pubblica di tutti i paesi dove è stata sondata, ma il Governo degli Stati Uniti ha già annunciato l’ennesimo veto e l’Europa è divisa.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7857606800177210418-5520451208057274409?l=controlaguerra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://controlaguerra.blogspot.com/feeds/5520451208057274409/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/09/riconoscimento-dello-stato-di-palestina.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/5520451208057274409'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/5520451208057274409'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/09/riconoscimento-dello-stato-di-palestina.html' title='RICONOSCIMENTO DELLO STATO DI PALESTINA'/><author><name>Donne in nero Padova  donneinnero.padova@gmail.com</name><uri>http://www.blogger.com/profile/08395108538400298838</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='21' src='http://3.bp.blogspot.com/_0-6Ar37J2Bc/S6T6miTqAQI/AAAAAAAAABk/dh-4RJWJ3Ns/S220/IM000137.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7857606800177210418.post-7708195663071617164</id><published>2011-07-09T15:55:00.001+02:00</published><updated>2011-07-09T15:55:20.794+02:00</updated><title type='text'>Sulla violenza contro le donne</title><content type='html'>&lt;span xmlns=''&gt;&lt;p style='text-align: center'&gt;&lt;span style='font-family:Arial; font-size:13pt'&gt;Per Fatima e tutte le donne vittime della violenza maschile&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;			&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;br /&gt; &lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style='font-family:Arial'&gt;Abbiamo letto ancora una volta dell'uccisione di una giovane donna per mano del marito, un uomo che l'amava. La storia di Fatima, poiché si tratta di una straniera proveniente da un paese musulmano, potrebbe sembrare diversa e potremmo liquidare il tutto attribuendo la responsabilità dell'accaduto ad un codice diverso dal nostro. La storia di questa donna però è la storia di una donna responsabile, autonoma, che ha cercato di percorrere la sua strada di  libertà e che in questo percorso ha incontrato un uomo incapace di arrendersi di fronte al  suo desiderio di libertà  e di accettare un rifiuto. E' la storia di tante, anzi troppe, donne oggi nel nostro paese come nel resto del mondo: una mattanza cui non si riesce a porre fine. Ci chiediamo: cosa si sarebbe potuto fare prima che la situazione arrivasse a questo punto?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;			&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style='font-family:Arial'&gt;Avvertiamo in questa come in altre storie una profonda solitudine, una donna sola ad affrontare un difficile rapporto familiare; immaginiamo una sorta di calvario fino al compimento di questo atto estremo.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;			&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style='font-family:Arial'&gt;E' certa la pochezza dei servizi rivolti a sostenere queste situazioni  per tutte  e in particolar modo per le straniere, è certa la  scarsità di informazioni  diffuse che permettano di far conoscere la possibilità di essere tutelate. In questi anni le associazioni che operano in questo settore hanno denunciato la scarsità dei mezzi messi a loro disposizione. Scarsi gli interventi di educazione, rivolti ai giovani, scarsi gli interventi  nei confronti delle popolazioni migranti, i cui problemi sono affrontati solo in termini di sicurezza per noi.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;			&lt;/p&gt;&lt;p&gt;  &lt;br /&gt; &lt;/p&gt;&lt;p&gt;          &lt;span style='font-family:Arial'&gt;Ancora una volta sulla violenza alle donne ci troviamo a ripetere che  si deve :&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;			&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;br /&gt; &lt;/p&gt;&lt;ul&gt;&lt;li&gt;&lt;span style='font-family:Arial'&gt;sapere che si tratta di modificare il modo con cui si sono stabilite nel tempo le relazioni tra i sessi;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;				&lt;/li&gt;&lt;li&gt;&lt;span style='font-family:Arial'&gt;agire sia sulle condizioni sociali e culturali (per es. supportando anche economicamente i percorsi di emancipazione  e liberazione femminili di native e migranti, incentivando la presenza femminile nella sfera pubblica contro ogni discriminazione sessista);&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;				&lt;/li&gt;&lt;li&gt;&lt;span style='font-family:Arial'&gt;lavorare per costruire relazioni basate sul rispetto e il riconoscimento reciproco;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;				&lt;/li&gt;&lt;li&gt;&lt;span style='font-family:Arial'&gt;sollecitare le istituzioni  a vari livelli a prevedere percorsi  educativi  e formativi che favoriscano relazioni di genere corrette;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;				&lt;/li&gt;&lt;li&gt;&lt;span style='font-family:Arial'&gt;intervenire sopratutto sulla parte maschile della società per sensibilizzare, educare alla relazione con l'altra da sé;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;				&lt;/li&gt;&lt;li&gt;&lt;span style='font-family:Arial'&gt;reintegrare i fondi sottratti ai Centri antiviolenza e alle Case delle donne maltrattate, intervenire economicamente per potenziare e sostenere le equipe necessarie&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;				&lt;/li&gt;&lt;/ul&gt;&lt;p&gt; &lt;br /&gt; &lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style='font-family:Arial'&gt;Centro Pandora&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;			&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style='font-family:Arial'&gt;Donne in Nero&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;			&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;br /&gt; &lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style='font-family:Arial'&gt;Padova, 9 luglio 2011&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;			&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;br /&gt; &lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style='font-family:Arial; font-size:9pt'&gt;&lt;em&gt;Via Tripoli 3, Padova&lt;/em&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;			&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;a href='http://centropandora.splinder.com/'&gt;&lt;span style='color:black; font-family:Arial; font-size:9pt'&gt;&lt;em&gt;http://centropandora.splinder.com/&lt;/em&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;			&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;a href='http://controlaguerra.blogspot.com/'&gt;&lt;span style='color:black; font-family:Arial; font-size:9pt'&gt;&lt;em&gt;http://controlaguerra.blogspot.com/&lt;/em&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;			&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;br /&gt; &lt;/p&gt;&lt;p&gt; &lt;br /&gt; &lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;br /&gt; &lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;br /&gt; &lt;/p&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7857606800177210418-7708195663071617164?l=controlaguerra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://controlaguerra.blogspot.com/feeds/7708195663071617164/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/07/sulla-violenza-contro-le-donne.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/7708195663071617164'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/7708195663071617164'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/07/sulla-violenza-contro-le-donne.html' title='Sulla violenza contro le donne'/><author><name>Donne in nero Padova  donneinnero.padova@gmail.com</name><uri>http://www.blogger.com/profile/08395108538400298838</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='21' src='http://3.bp.blogspot.com/_0-6Ar37J2Bc/S6T6miTqAQI/AAAAAAAAABk/dh-4RJWJ3Ns/S220/IM000137.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7857606800177210418.post-479389514225796689</id><published>2011-06-16T16:07:00.002+02:00</published><updated>2011-06-16T16:13:13.550+02:00</updated><title type='text'>Le Madri della Val di Susa</title><content type='html'>Caro Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napoletano e signora Clio,&lt;br /&gt;gentili donne del Parlamento italiano e del Parlamento europeo,&lt;br /&gt;Religiose e Missionarie, donne del Volontariato&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nell’autunno del 2005 al Presidio No Tav di Borgone, in Valle di Susa, nel pieno di una pacifica eppure determinata battaglia di democrazia e di civiltà, nata un decennio prima per impedire lo sperpero delle risorse pubbliche e la distruzione di quelle ambientali, ricevemmo una lettera che così cominciava:&lt;br /&gt;“Noi, madri di Plaza de Majo, vicine e solidali alle madri di Valle di Susa…” &lt;br /&gt;Vorremmo oggi poter riproporre quelle parole alte e forti, fatte di condivisione e piene di coraggio, ma la lettera di quelle Madri è stata bruciata, più di un anno fa in un incendio doloso sul quale ancora oggi attendiamo di conoscere risposte e colpevoli (i mandanti e le ragioni ci sono purtroppo assai ben chiari). Quella lettera è diventata cenere, insieme a moltissime altre preziose testimonianze e a un pezzo fondamentale della nostra storia, ma il suo significato e il suo valore restano per noi immutati, scritti nel cuore e perciò non suscettibili di oltraggi esterni.&lt;br /&gt;E’ per questa ragione che oggi siamo noi, madri di Valle di Susa, a riprendere quelle parole, forti di quel coraggio e rivendicandone la stessa dignità.&lt;br /&gt;Noi, madri di Valle di Susa, che da anni studiamo geologia, indaghiamo i segreti degli appalti, svisceriamo le leggi dell’economia, e approfondiamo temi apparentemente lontani dalla nostra vita, come i flussi di transito, l’inquinamento acustico, la radioattività della pechblenda, che da anni abbiamo imparato a trovare il tempo non solo per i figli, la scuola dei figli, i lavori di casa, quelli fuori casa, ma anche per la presenza nei Comitati e nei Presidi No Tav, che abbiamo marciato con il nostro futuro fra le braccia, in marce interminabili, sotto il sole di giugno e nel gelo di dicembre,  che nell’attesa di uno sgombero, abbiamo vegliato attorno ad un fuoco, nelle antiche notti di Venaus e in quelle nuove di Chiomonte, preoccupate non già dei nostri nasi rotti, ma delle manganellate che sarebbero potute cadute sulle teste dei nostri figli,  che abbiamo cucinato quintali di pasta e montagne di polenta per sfamare gli affamati di giustizia, e che non abbiamo saputo rifiutare una tazza di caffè bollente a chi, protetto da uno scudo e in assetto antisommossa, ci è sempre sembrato più una vittima inconsapevole, che un nemico da combattere, noi, che chiamiamo Madre la Terra e che ne esigiamo il rispetto dovuto alle madri, che facendo tesoro del passato non  vogliamo ripetere gli errori di chi ha pensato di poter impunemente sacrificare la salute in nome del guadagno, l’onestà in nome del profitto, la bellezza in nome del denaro, e che difendendo la nostra Valle da un’opera insostenibile dal punto di vista ambientale, umano, sociale ed economico, stiamo in realtà difendendo l’intera nostra Patria e prop onendo un modello di sviluppo più degno per l’intera comunità umana,noi, Madri di Valle di Susa rigettiamo le accuse che quotidianamente ci vengono mosse: accuse di violenza  e di mancanza di rispetto nei confronti dello Stato e delle sue Istituzioni, che –vogliamo ricordarlo- è una Repubblica democratica la cui base è rappresentata dalla quella Costituzione nata dalla Resistenza alla quale le nostre stesse madri presero parte attiva, combattendo la loro guerra fra le mura domestiche, dentro alle fabbriche e sulle montagne, come staffette e come partigiane,&lt;br /&gt;e rivendichiamo il diritto di proseguire in modo pacifico e determinato la nostra lotta, convinte che la nostra tenace perseveranza possa essere un giorno premiata con il riconoscimento delle ragioni di un intero territorio che ha, come unica pretesa, l’ambizione di avere una vita a bassa velocità, ma ad alta qualità.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Barbara Debernardi – barbara.debernardi@istruzione.it&lt;br /&gt;Via Mortera 26 – fraz.Bertassi – 10057 Sant’Ambrogio (To)&lt;br /&gt;Maria Chirio – girich@alice.it&lt;br /&gt;Vicolo Molino 3 – 10053 Bussoleno (To)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7857606800177210418-479389514225796689?l=controlaguerra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://controlaguerra.blogspot.com/feeds/479389514225796689/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/06/le-madri-della-val-di-susa.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/479389514225796689'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/479389514225796689'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/06/le-madri-della-val-di-susa.html' title='Le Madri della Val di Susa'/><author><name>Donne in nero Padova  donneinnero.padova@gmail.com</name><uri>http://www.blogger.com/profile/08395108538400298838</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='21' src='http://3.bp.blogspot.com/_0-6Ar37J2Bc/S6T6miTqAQI/AAAAAAAAABk/dh-4RJWJ3Ns/S220/IM000137.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7857606800177210418.post-306178741162748103</id><published>2011-06-16T14:37:00.002+02:00</published><updated>2011-06-16T14:39:53.779+02:00</updated><title type='text'>Smilitarizzazione e ritiro delle truppe dall'Afghanistan e Libia</title><content type='html'>Nella dimenticanza pressochè totale e nella messa in sordina degli interventi militari che lo stato italiano porta avanti in Afghanistan e Libia ( nonostante gli "incidenti"con feriti e morti, sofferti da noi e dalla popolazione civile di questi luoghi) vogliamo rilanciare il ns documento, già pubblicato su questo blog, e l'iniziativa che assieme ad altre associazioni del territorio abbiamo indirizzato al comune di padova per sollecitare una discussione pubblica sulla guerra. In questa strada cerchiamo di coinvolgere all'inizio i settori più interessati a questo tema (Delega alla pace e assessorato alla cooperazione)&lt;br /&gt;Di seguito riportiamo la lettera inviata.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A Milvia Boselli, delegata del Sindaco per Pace e Diritti Umani&lt;br /&gt;All’Assessore alla Cooperazione Alessandro Zan&lt;br /&gt;Alla Presidente del Consiglio Comunale Daniela Ruffini&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Noi cittadini/e padovani/e che facciamo parte di associazioni pacifiste vogliamo esprimere ai nostri rappresentanti in Consiglio Comunale la nostra forte preoccupazione per  il coinvolgimento diretto dell’Italia in operazioni belliche.&lt;br /&gt;Il nostro paese è in guerra: non si combatte sul nostro territorio, ma è in atto il meccanismo della guerra con tutto ciò che questo comporta: aumento delle spese militari e, invece, tagli drastici ai fondi per la cooperazione, militarizzazione del territorio e diffusione di una cultura di guerra.&lt;br /&gt;Il nostro è un paese che – anche se lo nega - fa la guerra in spregio all’articolo 11 della Costituzione: attualmente in Afghanistan e in Libia.&lt;br /&gt;In Afghanistan dopo 10 anni di guerra, dopo la morte di oltre 40.000 civili a causa, principalmente, dei bombardamenti aerei, tutti gli obiettivi inizialmente dichiarati sono falliti (lotta al terrorismo, portare democrazia e sicurezza, liberare le donne afghane).&lt;br /&gt;In Libia i paesi con forti interessi in quest’area non hanno perso tempo in pressioni diplomatiche, passando direttamente all’opzione militare in nome della difesa dei civili, ma in realtà la guerra colpisce chi dichiara di voler proteggere e nessuna soluzione si profila. I profughi dalla Libia partono in condizioni disumane senza ricevere alcuna protezione e, nel caso arrivino, un’accoglienza dignitosa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Consapevoli che la violenza genera solo violenza, chiediamo un dibattito pubblico del Consiglio Comunale con la cittadinanza sulla guerra.&lt;br /&gt;Fiduciosi/e nella vostra sensibilità per l’argomento, chiediamo la vostra disponibilità a un incontro per verificare insieme la possibilità di arrivare a un dibattito pubblico.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In attesa di una vostra sollecita risposta, porgiamo cordiali saluti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Donne in Nero, Associazione per la Pace, ACS, MIR, Perilmondo, Agronomi e forestali senza frontiere, Comunità palestinese del Veneto,Beati i costruttori di pace, Arci, Associazione Incontriamoci.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Padova, 14 Giugno 2011&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7857606800177210418-306178741162748103?l=controlaguerra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://controlaguerra.blogspot.com/feeds/306178741162748103/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/06/smilitarizzazione-e-ritiro-delle-truppe_16.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/306178741162748103'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/306178741162748103'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/06/smilitarizzazione-e-ritiro-delle-truppe_16.html' title='Smilitarizzazione e ritiro delle truppe dall&apos;Afghanistan e Libia'/><author><name>Donne in nero Padova  donneinnero.padova@gmail.com</name><uri>http://www.blogger.com/profile/08395108538400298838</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='21' src='http://3.bp.blogspot.com/_0-6Ar37J2Bc/S6T6miTqAQI/AAAAAAAAABk/dh-4RJWJ3Ns/S220/IM000137.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7857606800177210418.post-6528698498157947516</id><published>2011-06-16T14:22:00.001+02:00</published><updated>2011-06-16T14:26:27.281+02:00</updated><title type='text'>Programma per il xv incontro internazionale di Bogotà</title><content type='html'>Español&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;XV Encuentro Internacional de Mujeres de Negro&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;En África, Asia, América y Oriente Medio aproximadamente hay 28 conflictos&lt;br /&gt;armados y actualmente de este número se encuentran 19 conflictos con más de&lt;br /&gt;veinte años de duración. En Colombia el conflicto armado ya lleva más de 40&lt;br /&gt;años. En el marco de este escenario de guerra, las violencias contra las mujeres&lt;br /&gt;se han exacerbado, puesto que han sido apropiados sus cuerpos, su capacidad&lt;br /&gt;reproductiva y productiva, sus pensamientos y su sexualidad por parte de los&lt;br /&gt;guerreros. No obstante, la violencia generalizada contra las mujeres no sólo se&lt;br /&gt;presenta en tiempos de guerra y/o conflictos armados, sino se han expresado en&lt;br /&gt;contextos de aparente paz, como lo demuestra Salvador, Guatemala o Serbia.&lt;br /&gt;Hoy día las mujeres y las organizaciones de mujeres siguen siendo perseguidas,&lt;br /&gt;amenazadas y viven un sinnúmero de violencias. Todo lo anterior, ha hecho que&lt;br /&gt;organizaciones de mujeres de diferentes países expresen su no rotundo contra&lt;br /&gt;las guerras, los militarismos y las violencias.&lt;br /&gt;Este año, en Colombia y por primera vez en un país latinoamericano, cerca 80&lt;br /&gt;MdN Internacionales provenientes de Israel, Palestina, Italia, España, Serbia,&lt;br /&gt;India, Bélgica, Túnez, Nepal, Estados Unidos, Uruguay, entre otras, y 150 mujeres&lt;br /&gt;representantes de la Ruta Pacífica y de otras organizaciones, nos daremos&lt;br /&gt;cita para analizar los efectos de la guerra, los militarismos y el armamentismo&lt;br /&gt;en las mujeres y en la población civil y visibilizar y concretar acciones de resistencia&lt;br /&gt;de las mujeres contra la guerra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Español&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Objetivo&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Visibilizar y denunciar ante la opinión pública nacional e internacional las diferentes&lt;br /&gt;formas de violencias que contra las mujeres ha generado la guerra y la&lt;br /&gt;militarización de la sociedad y formular agendas de trabajo, desde el movimiento&lt;br /&gt;internacional de mujeres, para el logro de la paz y el respeto a los derechos de&lt;br /&gt;las mujeres, a nivel mundial.&lt;br /&gt;Metodología&lt;br /&gt;Conferencias centrales - Talleres de discución - Plenarias - Lo anterior será&lt;br /&gt;preparado y presentado por MdN.&lt;br /&gt;Temas de discusión&lt;br /&gt;i. La oposición a la militarización de la seguridad nacional e internacional&lt;br /&gt;Análisis feminista del actual sistema de la política de seguridad militarizada;&lt;br /&gt;cómo los conflictos armados en el Sur son impulsados por las industrias de&lt;br /&gt;las armas y los intereses económicos del Norte.&lt;br /&gt;ii. Perspectivas feministas de los conflictos y guerras actuales&lt;br /&gt;Mirar los conflictos de hoy en día a través de una perspectiva feminista:&lt;br /&gt;el nacionalismo, la intolerancia religiosa, la xenofobia, el terrorismo y las&lt;br /&gt;milicias armadas, el sexismo, el tráfico transnacional de armas, drogas,&lt;br /&gt;mujeres y gentes vulnerables.&lt;br /&gt;Español&lt;br /&gt;iii. Praxis transformativa de la mujer ante las dificultades&lt;br /&gt;Alternativas feministas en el análisis de la seguridad humana y acción&lt;br /&gt;práctica para posicionar y comprometer a las mujeres en desarrollar&lt;br /&gt;nuestros mismos recursos y prácticas para la seguridad colectiva y&lt;br /&gt;compartida&lt;br /&gt;iv. La violencia y la opresión sexual&lt;br /&gt;Las experiencias y la resistencia a la la violencia y la opresión contra&lt;br /&gt;la mujer: la violación como un crimen de guerra y del área doméstica;&lt;br /&gt;la esclavitud sexual y el tráfico de la mujer; la prostitución; el odio y la&lt;br /&gt;violencia contra las lesbianas.&lt;br /&gt;v. Llevar a los responsables de crímenes de guerra y de crímenes contra&lt;br /&gt;la mujer ante la justicia&lt;br /&gt;Discusión sobre los tribunales ad hoc, con especial atención de los casos&lt;br /&gt;ante la Corte Penal Internacional .&lt;br /&gt;vi. Los desafíos para las Mujeres de Negro: Cómo nos vemos y cómo&lt;br /&gt;respondemos&lt;br /&gt;Nuestro pasado, presente y futuro.&lt;br /&gt;- Mujeres de Negro contra la Guerra - Women In Black against War - Mujeres de Negro contra la Guerra - Women In Black against War - Mujeres de Negro contra la Guerra - Women In Black against War -&lt;br /&gt;- Mujeres de Negro contra la Guerra - Women In Black against War - Mujeres de Negro contra la Guerra - Women In Black against War - Mujeres de Negro contra la Guerra - Women In Black against War -&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;English&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;XV Encounter of Women in Black against War&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In Africa, Asia, America and the Middle East there are approximately 28 armed&lt;br /&gt;conflicts; of these, about 19 have lasted for over 20 years. In Colombia the armed&lt;br /&gt;conflict is more than 40 years old. Within this contextual framework of war,&lt;br /&gt;violence against women has been exacerbated since their bodies, reproductive&lt;br /&gt;and productive capacity, thoughts and sexuality have been appropriated by soldiers.&lt;br /&gt;Nevertheless, such generalized violence against women is not only present&lt;br /&gt;in times of war and/or armed conflict, but is also expressed in situations of&lt;br /&gt;apparent peace, as the countries of El Salvador, Guatemala and Serbia demonstrate.&lt;br /&gt;Today, women and organizations of women continue to be threatened and&lt;br /&gt;persecuted, and they experience infinite forms of violence. All of this has made&lt;br /&gt;women’s organizations from various countries express an emphatic no to war,&lt;br /&gt;militarism and violence.&lt;br /&gt;This year, in Colombia and for the first time in a Latin American country, around&lt;br /&gt;80 international women from WiB, coming from Israel, Palestine, Italy, Spain,&lt;br /&gt;Serbia, India, Belgium, Tunisia, Nepal, the United States, and Uruguay, among&lt;br /&gt;others, and 150 Colombian women from Ruta Pacífica and other organizations&lt;br /&gt;will gather together to analyze the effects of war, militarism and armament on&lt;br /&gt;women and civil populations, and to make visible and define actions of resistance&lt;br /&gt;by women against war.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;English&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Objective:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;To make visible and condemn before national and international public opinion&lt;br /&gt;the different forms of violence against women that war and the militarization&lt;br /&gt;of society have created, and to formulate concrete plans from the international&lt;br /&gt;movement of women, for the achievement of peace and of respect for the rights&lt;br /&gt;of women worldwide.&lt;br /&gt;Methodology&lt;br /&gt;Main Conferences - Discution Workshops - Plenaries - All of these will be prepared&lt;br /&gt;and presented by WiB.&lt;br /&gt;Topic for discussion&lt;br /&gt;i. Opposing the militarization of national and international security&lt;br /&gt;Feminist analysis of current militarized security policies, including how&lt;br /&gt;armed conflicts in the South are fuelled by arms industries and economic&lt;br /&gt;interests of the North; learning from practical feminist actions to empower&lt;br /&gt;and protect women.&lt;br /&gt;ii. Feminist perspectives on current conflicts and wars&lt;br /&gt;Looking at today’s conflicts through a feminist lens: nationalism, religious&lt;br /&gt;intolerance, xenophobia, terrorism and armed militias, sexism, trans-border&lt;br /&gt;trafficking in arms, drugs, women and vulnerable peoples.&lt;br /&gt;English&lt;br /&gt;iii. Transformative praxis of Women in Response to the Challenges&lt;br /&gt;Feminist alternatives in human security analysis and practical action to&lt;br /&gt;empower and engage women in building our own resources and practices&lt;br /&gt;for shared, collective security.&lt;br /&gt;iv. Violence and Sexual Oppression&lt;br /&gt;Experience and resistance to violence and oppression against women,&lt;br /&gt;including: rape as a war crime and in the domestic arena; sexual slavery&lt;br /&gt;and trafficking in women; prostitution; hatred and violence against&lt;br /&gt;lesbians.&lt;br /&gt;v. Bringing the perpetrators of war crimes and crimes against women to&lt;br /&gt;justice&lt;br /&gt;Discussion of ad hoc tribunals and bringing cases to the International&lt;br /&gt;Criminal Court.&lt;br /&gt;vi. Challenges for Women in Black: How do we see ourselves and how do&lt;br /&gt;we respond&lt;br /&gt;Our past, our present and our future&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7857606800177210418-6528698498157947516?l=controlaguerra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://controlaguerra.blogspot.com/feeds/6528698498157947516/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/06/programma-per-il-xv-incontro.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/6528698498157947516'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/6528698498157947516'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/06/programma-per-il-xv-incontro.html' title='Programma per il xv incontro internazionale di Bogotà'/><author><name>Donne in nero Padova  donneinnero.padova@gmail.com</name><uri>http://www.blogger.com/profile/08395108538400298838</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='21' src='http://3.bp.blogspot.com/_0-6Ar37J2Bc/S6T6miTqAQI/AAAAAAAAABk/dh-4RJWJ3Ns/S220/IM000137.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7857606800177210418.post-4971604073198801294</id><published>2011-06-16T00:35:00.004+02:00</published><updated>2011-06-16T01:00:57.308+02:00</updated><title type='text'>Dalla Colombia : minacce e uccisione</title><content type='html'>COMUNICATO STAMPA&lt;br /&gt;                                                                                      &lt;br /&gt;   Respingiamo le minacce del gruppo paramilitare “Los rastrojos”&lt;br /&gt;  contro organizzazioni femministe, di donne, miste, difensori dei diritti umani&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  &lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Bogotá, 8 giugno 2011&lt;br /&gt; Lo scorso 4 giugno abbiamo ricevuto per posta un volantino firmato da “Los Ratrojos–Comandos urbanos”, con il quale minacciano 12 donne, 4 uomini e 22 organizzazioni; tutti difensori dei diritti umani, incluso il movimento pacifista, femminista e antimilitarista Ruta Pacífica de las Mujeres e l'organizzazione femminista Casa de la Mujer[1]. Il volantino informa che “non si assumono la responsabilità di quel che può accadere ai leader di queste organizzazioni, ai loro direttivi e ai loro collaboratori” e in particolare che “non permetteranno che rechino danno alla politica del nostro presidente, la legge delle vittime sarà il nostro asse centrale di difesa e tutto quello che la ostacolerà sarà dichiarato obiettivo militare...”, evidenziando come questi gruppi armati siano attivi in tutto il paese.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; E' da notare come operi in modo contraddittorio questo gruppo criminale e come nel contenuto della minaccia il volantino ribadisca la sua difesa della legge delle vittime mentre attacca noi che stiamo lavorando per inserire una normativa garantista dei diritti nella stessa legge.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  &lt;br /&gt; La Ruta Pacífica de las Mujeres e la Casa de la Mujer respingono queste minacce ed esigono indagini e sanzioni per i loro autori. Rivendichiamo la vita, la dignità e la partecipazione sociale e politica delle donne come diritti fondamentali che devono essere protetti e garantiti dallo Stato colombiano, e l'attuazione dei diritti alla Verità, alla Giustizia e al Risarcimento di fronte alle violenze storiche di cui sono state vittime le donne in Colombia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  &lt;br /&gt; Rivolgiamo un appello alle organizzazioni che difendono i diritti umani, ai partiti politici, alla comunità internazionale e ai media regionali, nazionali e internazionali affinché la pressione sociale e politica contribuisca a evidenziare, ripudiare e sanzionare questi fatti.&lt;br /&gt;  &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;[1] Organizzazioni sociali minacciate: CREAR, ARCO IRIS, COMITÉ DEPARTAMENTAL DE DERECHOS HUMANOS, FUNDACION SOCIAL, SISMA MUJER, RED DE EMPODERAMIENTO, COLECTIVO DE ABOGADOS JOSE ALVEAR RESTREPO, FUNDEPAZ, CASA DE LA MUJER, RUTA PACIFICA, FUNDHEFEM, CODHES, FUNDEMUD, MOVICE, PNUD, ACNUR, ESCUELA DE LOS PASTOS, UNIPA, FUNDACION NUEVO AMANECER.&lt;br /&gt;&gt; Difensori dei diritti umani minacciati: JESUS MARIO CORRALES, FERNANDO MONTOYA, KUIS FERNANDO GIL GARCIA, VIVIANA ORTIZ, ANGELICA BELLO, IRMA TULIA, OLGA CASTILLO, RUBY CASTAÑO, MARIA EUGENIA CRUZ, PIEDAD CORDOBA, PILAR RUEDA, LORENA GUERRA, NINI JOHANA GONZALES, LUISA FERNANDA BELLO, IVAN CEPEDA, ANA JIMENA BAUTISTA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   &lt;em&gt;&lt;em&gt;&lt;strong&gt;Video Ana Fabricia...días antes de su asesinato&lt;br /&gt;  Fri, 10 Jun 2011 10:23:40 -050:  Comunicaciones Ruta Pacífica comunicaciones@rutapacifica.org.co&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/em&gt;&lt;/em&gt;  &lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Chi era Ana Fabricia?&lt;br /&gt;Anche se tra lacrime e dolore, vogliamo condividere con voi un video che vi permetterà di conoscere il talento della nostra sorella, compagnra, amica.&lt;br /&gt; Non sappiamo chi ha fatto questo video, ma lo ringraziamo.&lt;br /&gt;  &lt;br /&gt; Ana Fabricia_1.mov&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;http://www.youtube.com/watch?v=aNQ16rpOhAk&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Intervento di Ana Fabricia Córdoba Cabrera, prima di essere assassinata a Medellín... tutta una vita di lotta per la Verità, la Giustizia e il Risarcimento integrale affinché NON si ripeta...&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7857606800177210418-4971604073198801294?l=controlaguerra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://controlaguerra.blogspot.com/feeds/4971604073198801294/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/06/dalla-colombia.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/4971604073198801294'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/4971604073198801294'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/06/dalla-colombia.html' title='Dalla Colombia : minacce e uccisione'/><author><name>Donne in nero Padova  donneinnero.padova@gmail.com</name><uri>http://www.blogger.com/profile/08395108538400298838</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='21' src='http://3.bp.blogspot.com/_0-6Ar37J2Bc/S6T6miTqAQI/AAAAAAAAABk/dh-4RJWJ3Ns/S220/IM000137.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7857606800177210418.post-4114424336318384745</id><published>2011-06-16T00:26:00.002+02:00</published><updated>2011-06-16T00:52:39.008+02:00</updated><title type='text'>Notizie dalla Colombia</title><content type='html'>COMUNICATO STAMPA&lt;br /&gt; N. 1 - 2011&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Strategie di guerra si accentuano in questo periodo preelettorale &lt;br /&gt;Gravi violazioni ai Diritti Umani si stanno registrando in Chocó e Cauca&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Noi Donne continuiamo ad essere le più colpite dalle azioni degli attori armati.&lt;br /&gt;Ratifichiamo la necessità di Accordi Umanitari nelle regioni&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Bogotá, 25 maggio 2011.  La Ruta Pacífica de las Mujeres lancia un appello urgente alle istituzioni dello Stato, alle organizzazioni dei Diritti Umani e alla comunità internazionale di fronte alle gravi violazioni al Diritto Internazionale Umanitario che si stanno verificando nei dipartimenti di Chocó e Cauca, dove la popolazione civile è stata presa in ostaggio e gli scontri tra attori armati eludono la responsabilità di distinguere tra civili e combattenti.&lt;br /&gt;Per questo movimento di donne è urgente proteggere la popolazione che vive in questi dipartimenti, specialmente le donne e le bambine, poiché l’aumento della presenza e di azioni degli attori armati le espone ad alti rischi. Questa circostanza favorisce un clima di pericolo in periodo preelettorale, generando ancor più timore per l’attività pubblica delle donne e rafforza la loro esclusione storica dagli scenari politici e sociali.&lt;br /&gt;In Chocó negli ultimi 15 giorni sono state sequestrate e successivamente liberate 220 persone; costante è la preoccupazione per la possibilità che continuino queste strategie di guerra che mettono a rischio le popolazioni afro e indigena che vivono in questa zona del paese.&lt;br /&gt;Nel dipartimento del Cauca, l’attività degli attori armati si è accentuata in tre direzioni: la prima nel porre la popolazione civile in mezzo al fuoco incrociato, come si sta evidenziando negli scontri tra l’Esercito e le Farc, questo nel nord del dipartimento; la seconda nelle minacce di cui sono state oggetto 13 donne leader della regione attraverso volantini firmati dai gruppi emergenti dell’autodefensa [paramilitari] che operano nella regione, e infine è evidente il degrado delle pratiche di guerra e d’imposizione del terrore, esercitate dai gruppi paramilitari nel paese, e in particolare rispetto alle donne e al controllo sui loro corpi; di conseguenza l’aumento della presenza e delle azioni di questi gruppi nella regione pone in grave situazione di rischio eccezionale le donne e le bambine, che sono state vittime sistematiche della violenza sessuale esercitata da questi attori.&lt;br /&gt;Le donne del Cauca e del Chocó ribadiscono che continuano ad essere coinvolte forzatamente nelle diverse manifestazioni del conflitto armato, senza che ci sia un’adeguata risposta statale - che non sia militarizzata - che permetta di proteggere i loro diritti. &lt;br /&gt;E’ importante segnalare che la dinamica del conflitto armato in Colombia e il modo in cui si acuisce con particolare forza in alcune regioni, favorisce la continua escalation delle molteplici violenze contro le donne, in molti casi non denunciate per le carenze della struttura giudiziaria e delle garanzie di protezione per le loro vite.&lt;br /&gt;Tutto ciò rafforza ulteriormente la posizione della Ruta Pacífica de las Mujeres sulla imperiosa necessità di un’uscita negoziata dal conflitto armato che permetta di gettare le basi per una pace duratura in Colombia.&lt;br /&gt;     &lt;br /&gt;Noi donne non generiamo figli e figlie per la guerra&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Comunicazioni Ruta Pacífica de las Mujeres Tel: 2 229145 /46 Cel: 313 3337959 - 3005553307&lt;br /&gt;Shima Pardo Comunicazioni Ruta Pacífica de las Mujeres Tel: 2 229145 /46 Cel: 313 3337959 - 3005553307&lt;br /&gt;Página Web: www.rutapacifica.org.co – Email: rutapacifica@rutapacifica.org.co&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7857606800177210418-4114424336318384745?l=controlaguerra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://controlaguerra.blogspot.com/feeds/4114424336318384745/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/06/notizie-dalla-coombia.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/4114424336318384745'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/4114424336318384745'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/06/notizie-dalla-coombia.html' title='Notizie dalla Colombia'/><author><name>Donne in nero Padova  donneinnero.padova@gmail.com</name><uri>http://www.blogger.com/profile/08395108538400298838</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='21' src='http://3.bp.blogspot.com/_0-6Ar37J2Bc/S6T6miTqAQI/AAAAAAAAABk/dh-4RJWJ3Ns/S220/IM000137.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7857606800177210418.post-7055856467739874131</id><published>2011-06-16T00:18:00.001+02:00</published><updated>2011-06-16T00:22:07.131+02:00</updated><title type='text'>Sull'arresto di Mladic</title><content type='html'>Mladic alL’aja&lt;br /&gt;Jasmina Tesanovic - 2 giugno 2011&lt;br /&gt;http://jasminatesanovic.wordpress.com/ - http://twitter.com/jasminatwitter&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ora che il generale serbobosniaco Ratko Mladic è ben custoditoo nel carcere del Tribunale  Penale Internazionale dell’Aja, alcuni interrogativi si pongono con ancor maggior urgenza. Dov’è stato nascosto Mladic tutti questi anni? Chi l’ha aiutato a sfuggire la giustizia? Perché i suoi protettori restano nel silenzio e impuniti? Ci sará un’indagine e una punizione anche per loro? In Serbia, all’Aja, all’inferno?&lt;br /&gt;Nel 2008 Radovan Karadzic, l’alleato più noto di Mladic e anch’egli criminale di guerra molto ricercato, fu arrestato a Belgrado dove si faceva passare per un medico guru New Age. Karadzic aveva vissuto nascosto per anni, come un personaggio semi-pubblico, un medico ciarlatano. Spesso compariva in conferenze e scriveva artícoli di medicina alternativa.&lt;br /&gt;Ho intervistato alcune persone che hanno lavorato o trascorso del tempo con Karadzic. Non ho mai creduto a quei devoti che accendono candele per curare il cancro. Certo, questa gente credulona non poteva immaginare che Dragan 'David' Dabic, quest’impostore dalla voce rauca, con i guanti, barba e lunghi capelli bianchi, fosse in realtà Karadzic, che, dopo tutto, era un politico arrogante sempre ben rasato e vestito con un completo scuro. Però ad un dato momento, uno dei miei informatori della clinica prese il suo cellulare e mi mostrò la foto di un anziano dal volto invecchiato e consumato. Lo riconosce? mi chiese. In quel momento non capii, però una settimana fa, quando Mladic fu arrestato con il suo nuovo look da campagnolo emaciato e solitario, ho creduto di riconoscere quel volto. Ho anche avuto una notizia sorprendente: Mladic stava cercando una cura per il cancro linfatico. E’ una strana aggiunta alla leggenda Mladic, dato che, per anni, la maggioranza della gente in Serbia ha intravisto Mladic in un luogo o in un altro: Mladic era un guerriero dei monti che si nascondeva ben armato nelle grotte; Mladic se ne andava cammuffato da contadina vendendo uova al mercato in centro a Belgrado; stava lavorando per una miseria come operaio edile; era nascosto in un convento ortodosso reduce da un’emorragia cerebrale; era morto e sepolto  in varie tombe.&lt;br /&gt;Continua anche ad essere un mistero tragico la morte di due giovani soldati serbi: probabilmente avevano visto Mladic e dovettero essere eliminati. Davvero questa storia ha molti lati sospetti, e i genitori dei due morti aspettano ancora una spiegazione plausibile e onesta.&lt;br /&gt;Nei giorni tra il 26 maggio, quando Mladic fu arrestato, e l’1 giugno quando fu estradato all’Aja, il ritmo di queste storie si è accelerato. La posizione ufficiale è che Mladic stava semplicemente fuggendo, cambiando continuamente luogo e incontrando nuovi gruppi di compagni che lo avrebbero aiutato con denaro e rifugi. Insomma, era semplicemente più pronto delle autorità, e questo chiaramente non è colpa di nessuno!&lt;br /&gt;La stampa serba dominante si è distinta per il suo interesse patologico per il cuore spezzato e l’anima di Mladic, che è certamente una delle persone più crudeli nella storia contemporanea. Non solo liquidò metodicamente 8000 uomini e bambini musulmani in 3 giorni, ma inoltre si mostrò particolarmente disumano in questo crimine. Tormentò i prigionieri indifesi, ingannò le loro famiglie affinché collaborassero nel programma della loro morte e mentì metodicamente ai funzionari dell’ONU che erano lì per proteggere l’enclave musulmana. La famosa fotografia di Mladic che offre ai bambini cioccolatini prima di ammazzare i loro padri è diventata la sua icona durevole.&lt;br /&gt;C’è anche il fatto ripugnante che Mladic è stato un guerriero aureolato di santità. Foto del generale e dei suoi soldati benedetti dai sacerdoti della Chiesa Ortodossa Serba furono diffuse ampiamente dalla televisione nazionale serba negli anni ‘90.&lt;br /&gt;Nel mio libro, Processo agli Scorpioni, racconto il processo ad un gruppo paramilitare di Serbia, che partecipò al massacro di Srebrenica. I 6 infami banditi paramilitari furono arrestati a causa di un video fatto da loro stessi sull’esecuzione di civili catturati. Questo video clandestino circolava come incentivo per gli assassini e la loro ideologia durante la guerra. Scoperto nel 2005 servì come prova per condannare gli Scorpioni.&lt;br /&gt;Ora che Mladic è vecchio, malato e in carcere, le campane della misericordia e della tolleranza suonano come se Srebrenica non fosse mai accaduta. L’eroe popolare, semidio militante è ri-etichettato come  martire e oggetto di compassione.&lt;br /&gt;Mladic ha espresso un rincrescimento prima di andare all’Aja: non sarebbe tornato più vivo in Serbia per visitare la tomba di sua figlia. Questa figlia si suicidò nel 1994 con l’arma preferita di suo padre. In quel momento, Mladic e i suoi accusarono la stampa di opposizione della disperazione di sua figlia. Ricordo giornalisti minacciati a causa dei loro testi dove descrivevano la crudeltà del generale Mladic. Non pensò mai, né allora né ora, che una moltitudine di gente innocente, inclusa sua figlia, era morta a causa delle sue attività diaboliche.&lt;br /&gt;L’avvocato di Mladic ha già annunciato che egli non si dichiarerá colpevole. Suo figlio, che l’ha visitato nel cercere di Belgrado con sua moglie, ha annunciato che suo padre è un patriota che ha compiuto diligentemente il suo dovere.&lt;br /&gt;Mladic, in carcere, ha chiesto fragole e un medico. Non un medico qualsiasi, ma la presidenta del Parlamento serbo, che è membro del partito di Milosevic e presiede il Parlamento grazie alla strana diplomazia di potere del governo pro-europeo di Tadic. Essa ha visitato accuratamente il prigionero. Mladic è stato trattato con la massima compassione  e umanità, e questo, ovviamente, ha fatto infuriare i familiari delle vittime che non hanno nessuna fiducia. Ha anche chiesto di visitare la tomba di sua figlia - o, se non fosse possibile, che si esumasse il feretro e si portasse il cadavere nella sua cella in carcere. Questa strana richiesta è una dichiarazione sangue e suolo, tipica di Karadzic e Mladic - ma perché non portare a Mladic tutti i feretri che ha inchiodato con le sue armi?&lt;br /&gt;Fuori del carcere e nella piazza principale di Belgrado, migliaia di ssostenitori di Mladic hanno manifestato violentamente, facendo affari vendendo suoi libri commemorativi e magliette. Più di un centinaio di agitatori sono stati arrestati, malgrado l’umile richiesta del prigioniero di tranquillità e non creare problemi. La polizia serba pare decisa a pulire le vie e il cammino verso l’Europa Unita.&lt;br /&gt;Gli sforzi per prendere e punire i criminali di guerra serbi hanno sempre un alto costo proprio per la Serbia. Nel 2003 Zoran Djindjic consegnò Milosevic al tribunale dell’Aja: un atto audace che significava la fine del dominio criminale in Serbia, ma costò anche la vita a Djindjic, che fu assassinato da un gruppo di nazionalisti radicali che si dichiararono patrioti per aver ucciso un traditore. Quanto sono cambiate le cose da allora in Serbia? Sono cambiate molto, e mai come ultimamente, però ogni fragola ha avuto un alto prezzo.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7857606800177210418-7055856467739874131?l=controlaguerra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://controlaguerra.blogspot.com/feeds/7055856467739874131/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/06/sullarresto-di-mladic.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/7055856467739874131'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/7055856467739874131'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/06/sullarresto-di-mladic.html' title='Sull&apos;arresto di Mladic'/><author><name>Donne in nero Padova  donneinnero.padova@gmail.com</name><uri>http://www.blogger.com/profile/08395108538400298838</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='21' src='http://3.bp.blogspot.com/_0-6Ar37J2Bc/S6T6miTqAQI/AAAAAAAAABk/dh-4RJWJ3Ns/S220/IM000137.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7857606800177210418.post-4362637843437995943</id><published>2011-06-02T13:14:00.001+02:00</published><updated>2011-06-02T13:16:25.712+02:00</updated><title type='text'>Per una conoscenza della realtà delle donne colombiane ( dalla rivista DEP)</title><content type='html'>© DEP ISSN 1824 - 4483&lt;br /&gt;Ruta Pacifica: le donne colombiane&lt;br /&gt;contro la violenza.&lt;br /&gt;Intervista a Alejandra Miller Restepo*&lt;br /&gt;a cura di&lt;br /&gt;Andrew Garcés Willis&lt;br /&gt;In Colombia da oltre quarant’anni anni è in atto un conflitto armato di cui quasi&lt;br /&gt;nessuno parla, un conflitto che vede, da una parte, l’esercito governativo e i gruppi&lt;br /&gt;paramilitari, dall’altra, le formazioni guerrigliere, FARC e ELN. Di questa&lt;br /&gt;situazione di violenza diffusa che pare essere l’unico modo per affrontare qualsiasi&lt;br /&gt;problema, economico, territoriale, politico, sociale è sempre più vittima la&lt;br /&gt;popolazione civile e in particolare quella femminile a tal punto, afferma Natalia&lt;br /&gt;Suarez1, che la persecuzione delle donne risulta costitutiva del conflitto e&lt;br /&gt;contribuisce a definirne il carattere2.&lt;br /&gt;Oltre ad aver prodotto circa 4 milioni di profughi interni, di cui il 70% è&lt;br /&gt;costituito da donne, bambini, anziani, costretti a spostarsi dalle zone devastate dalle&lt;br /&gt;fumigaciones, ossia dalle irrorazioni effettuate con gli aerei di sostanze tossiche che&lt;br /&gt;dovrebbero distruggere i campi di coca, ma in realtà rendono incoltivabile l’intero&lt;br /&gt;territorio, il conflitto ha messo in atto una repressione cruenta delle organizzazioni&lt;br /&gt;civili, ma anche dei singoli accusati di spalleggiare questa o quell’altra parte, e ha&lt;br /&gt;creato un livello di indigenza assoluta della stragrande maggioranza della&lt;br /&gt;popolazione che è priva di servizi pubblici per la salute, l’istruzione, ecc. I diritti&lt;br /&gt;umani sono sistematicamente violati e la violenza sessuale contro le donne, il cui&lt;br /&gt;corpo è considerato come “obiettivo militare” e “bottino di guerra”, è pratica&lt;br /&gt;generalizzata3. Nell’ultimo anno gli stupri – secondo un comunicato ufficiale del&lt;br /&gt;* Si ringrazia Andrew Willis Garcés e Cyril Mychalejko per averci autorizzato&lt;br /&gt;alla traduzione e alla pubblicazione.&lt;br /&gt;1 N. Suarez, Le travail de résistance des femmes persécutées dans la situations de guerre: le cas de la&lt;br /&gt;Colombie, in Persécutions des femmes. Savoirs, mobilitations et protections, Éditions du Croquant,&lt;br /&gt;Broissieux 2007, p. 273.&lt;br /&gt;2 Su questo si veda anche A. Callamard, Enquêter sur les violations des droits des femmes dans les&lt;br /&gt;conflits armés, Amnesty International/Association Droits e démocratie, Montréal 2001.&lt;br /&gt;3 Si veda a questo proposito l’ultimo documento di Oxfam International (una confederazione di 13&lt;br /&gt;organizzazioni non governative che lavorano con 3.000 partners in più di 100 paesi con le comunità&lt;br /&gt;locali per uno sviluppo sostenibile, anche in condizioni di emergenza, e per promuovere campagne di&lt;br /&gt;sensibilizzazione in tutto il mondo), La violencia sexual en Colombia. Un arma de guerra, in&lt;br /&gt;http://www.oxfam.org/es/policy/violencia-sexual-colombia.&lt;br /&gt;Andrew Garcés Willis DEP n.12 / 2010&lt;br /&gt;270&lt;br /&gt;26 novembre 2009 della senatrice Gloria Inés Ramirez Rios – sono stati 13.910,&lt;br /&gt;mentre il numero delle donne che hanno subito maltrattamenti da parte dei&lt;br /&gt;famigliari ammonta a 48.707. Le morti negli ultimi cinque anni sono state 70.000,&lt;br /&gt;di cui 28.000 tra desaparecidos e persone uccise dalla polizia di stato o dalle bande&lt;br /&gt;paramilitari. Si tenga presente inoltre che esiste un traffico di esseri umani che&lt;br /&gt;coinvolge per l’80% bambini e adolescenti.&lt;br /&gt;Proprio perché il conflitto interno alla Colombia coinvolge più attori e la posta&lt;br /&gt;in gioco è il monopolio del potere e il controllo delle risorse economiche, il nemico&lt;br /&gt;può essere chiunque e ovunque4, gli esecutori della violenza sono pertanto diversi,&lt;br /&gt;ma anche le forme di resistenza sviluppate dalle donne sono diverse. Accusate non&lt;br /&gt;di atti di violenza, ma di causare con i loro comportamenti l’arresto, la detenzione,&lt;br /&gt;la morte o il discredito (ad esempio dello Stato denunciando la sparizioni dei loro&lt;br /&gt;figli) di membri dell’una o dell’altra parte in guerra, dando così sostegno a una&lt;br /&gt;forza piuttosto che all’altra, le donne sono diventate via via oggetto di persecuzione&lt;br /&gt;in tutti i luoghi in cui operano, da quello di lavoro alla casa. Le forme di&lt;br /&gt;persecuzione tese – scrive Suarez – a punire, a impedire le denunce, a dissuadere&lt;br /&gt;da qualsiasi rapporto con le forze nemiche, a tracciare una precisa linea di&lt;br /&gt;demarcazione tra di esse, a ribadire che per le loro azioni le donne non possono&lt;br /&gt;contare sull’impunità, vanno dalla minaccia di morte, alla molestia sessuale, alla&lt;br /&gt;violenza fisica, all’obbligo ad abbandonare la loro terra; sono annunciate, così da&lt;br /&gt;terrorizzare la vittima, attraverso lettere anonime, pitture di morte sui muri della&lt;br /&gt;sua casa (a volte è l’intera comunità radunata nella piazza che viene minacciata di&lt;br /&gt;dover abbandonare le proprie abitazioni o di morte se non obbedisce alle leggi&lt;br /&gt;imposte dalla forza che occupa quella zona, a volte sono le associazioni delle&lt;br /&gt;donne che lottano per ritrovare i loro figli scomparsi) e sono messe in atto da&lt;br /&gt;anonimi o conosciuti rappresentanti delle forze in conflitto, con le quali le donne&lt;br /&gt;possono essere in una qualche relazione, militante, professionale o amicale,&lt;br /&gt;singolarmente o in gruppo, su iniziativa propria o per conto dell’organizzazione cui&lt;br /&gt;appartengono. Questo significa che la violenza sulle donne diventa una prova di&lt;br /&gt;forza tra le parti in lotta, così che esse diventano il bersaglio delle violenze&lt;br /&gt;destinate al nemico.&lt;br /&gt;In questo contesto opporre resistenza risulta difficile, eppure ci sono casi di&lt;br /&gt;opposizione individuale, in cui spesso è a rischio la propria vita, e di opposizione&lt;br /&gt;sostenuta da membri della collettività di appartenenza che hanno così imparato ad&lt;br /&gt;associarsi e a mobilitarsi per una causa comune non solo per la difesa della singola&lt;br /&gt;persona. In questo modo sono nate diverse realtà che praticano forme di resistenza&lt;br /&gt;nonviolenta, rifiutando di allinearsi con qualsiasi “actor armado”, denunciando&lt;br /&gt;ogni violazione dei diritti umani e pagando per questo un prezzo elevato in termini&lt;br /&gt;di repressione. Sono decine di comunità di contadini che stanno costruendo&lt;br /&gt;un’alternativa pacifista alla guerra e un’economia solidale alternativa alla ricerca&lt;br /&gt;individuale del profitto; sono associazioni indigene che riescono a riscattare le terre&lt;br /&gt;dei loro avi; sono reti di giovani che cercano di offrire ai loro coetanei&lt;br /&gt;un’alternativa alla scelta di unirsi a organizzazioni criminali o ai gruppi armati;&lt;br /&gt;sono associazioni di attivisti pacifisti.&lt;br /&gt;4 Si veda D. Pécaut, Guerra contra la sociedad, Espasa Hoy, Bogota 2001.&lt;br /&gt;Andrew Garcés Willis DEP n.12 / 2010&lt;br /&gt;271&lt;br /&gt;In altri casi, quando ad essere prese di mira sono le associazioni delle donne –&lt;br /&gt;come l’ASFADE perseguitata dallo Stato con messaggi di morte, tramite&lt;br /&gt;sorveglianza dei posti di lavoro e delle abitazioni delle aderenti, con minacce&lt;br /&gt;anonime oltre alle violenze fisiche – le donne sono riuscite a sviluppare una&lt;br /&gt;resistenza aperta ricorrendo alla polizia, alle organizzazioni per la difesa dei diritti&lt;br /&gt;umani, ai tribunali locali e internazionali. Le marce per le vie principali della&lt;br /&gt;capitale, i sit-in nei luoghi uffici pubblici, gli stands delle associazioni in occasione&lt;br /&gt;della giornata della pace, la partecipazione a conferenze internazionali sui diritti&lt;br /&gt;umani hanno inoltre lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica nazionale e&lt;br /&gt;internazionale e di far sì che i singoli casi siano presi in considerazione, ad esempio&lt;br /&gt;dalle autorità ecclesiastiche o denunciati dai giornali e dai partiti politici&lt;br /&gt;diventando così una questione generale di violazione dei diritti umani.&lt;br /&gt;Il 25 novembre scorso, in occasione della giornata internazionale contro la&lt;br /&gt;violenza alle donne, più di 80.000 donne hanno sfilato per le vie delle città&lt;br /&gt;indossando camicette bianche o nere e chiedendo che si apra nel paese un processo&lt;br /&gt;di pace.&lt;br /&gt;Andrew Garcés Willis DEP n.12 / 2010&lt;br /&gt;272&lt;br /&gt;Ruta Pacifica de las Mujeres è una delle organizzazioni di resistenza più&lt;br /&gt;strutturate e attive. Le associazioni di donne che essa riunisce danno sostegno e&lt;br /&gt;voce alle compagne che subiscono violenze e soprusi, rivendicando verità e&lt;br /&gt;giustizia, chiedendo che la società e la giustizia non accettino la violenza come&lt;br /&gt;pratica normale, inevitabile, ma cessi finalmente l’impunità, nella convinzione che&lt;br /&gt;non c’è futuro possibile, non ci sarà pace senza memoria dei crimini commessi.&lt;br /&gt;Andrew Garcés Willis DEP n.12 / 2010&lt;br /&gt;273&lt;br /&gt;Andrew Garcés Willis5 in questa intervista con la coordinatrice regionale di&lt;br /&gt;Ruta Pacifica ci offre un quadro delle attività, degli obiettivi e delle pratiche di&lt;br /&gt;questa organizzazione, dei risultati ottenuti in anni di impegno e delle mete per cui&lt;br /&gt;continua a lottare. L’intervista è comparsa in lingua inglese sul sito&lt;br /&gt;http://upsidedownworld.org (Covering activism and politics in Latin America).&lt;br /&gt;La traduzione italiana è di Marianita De Ambrogio, Donna in nero di Padova. Per&lt;br /&gt;una trattazione specifica del tema della violenza alle donne in Colombia, si veda il&lt;br /&gt;saggio di Stefania Gallini in questo stesso numero della rivista, sezione ricerche.&lt;br /&gt;Alejandra Miller Restrepo, Cauca, coordinatrice regionale della Ruta Pacifica&lt;br /&gt;de las Mujeres, parla di questo movimento di donne colombiane contro la violenza&lt;br /&gt;che esiste da 13 anni. Il gruppo è conosciuto per le sue azioni dirette rivoluzionarie&lt;br /&gt;che uniscono donne contadine, nere, indigene e donne delle città in mobilitazioni di&lt;br /&gt;massa o rutas che si svolgono spesso in località controllate da gruppi armati che&lt;br /&gt;prendono le donne come loro bersaglio.&lt;br /&gt;Ho parlato con Miller Restrepo a dicembre del 2008, un mese dopo la&lt;br /&gt;mobilitazione più recente, nel momento in cui lo scandalo colombiano delle “false&lt;br /&gt;azioni positive” dell’esercito, che uccide civili e vuol far credere che si tratta di&lt;br /&gt;guerriglieri, continua a tenere banco sulla stampa assieme ad una speculazione&lt;br /&gt;molto diffusa su futuri cambiamenti favoriti dalla nuova amministrazione Obama. I&lt;br /&gt;suoi commenti su come la Ruta abbia aperto uno spazio per le donne nella società&lt;br /&gt;colombiana hanno accresciuto la mia preoccupazione: troppi militanti negli USA e&lt;br /&gt;in Colombia sottovalutano quel che sanno intuitivamente sullo spazio di&lt;br /&gt;cambiamento che viene dal basso, a partire dal lavoro sostenuto da movimenti&lt;br /&gt;come la Ruta che possono profittare di momenti come questo per spingere il&lt;br /&gt;governo verso sinistra, solo costruendo per anni l’organizzazione dalla base.&lt;br /&gt;La Ruta ha proseguito questo lavoro sostenuto con manifestazioni nazionali l’1&lt;br /&gt;febbraio 2009 in città di tutto il paese, per sostenere la presenza di donne militanti&lt;br /&gt;in Colombiani per la pace che negoziano la liberazione degli ostaggi detenuti dalla&lt;br /&gt;FARC e reclamano una fine negoziata del conflitto armato, a cui il governo si&lt;br /&gt;oppone, rifiutando anche di riconoscere l’esistenza di gruppi armati legittimati.&lt;br /&gt;Quando e come è stata coinvolta nella Ruta?&lt;br /&gt;Ho sentito parlare della “Ruta” quando sono arrivata a Popayan per andare&lt;br /&gt;all’Università di Cauca nel 1999, e da quel momento mi sono impegnata. Dal 2002&lt;br /&gt;sono coordinatrice regionale.&lt;br /&gt;Come descriverebbe la Ruta?&lt;br /&gt;Siamo un movimento di donne contro la guerra, fondato nel 1996. Siamo&lt;br /&gt;femministe, pacifiste ed antimilitariste. Abbiamo due obiettivi fondamentali: 1.&lt;br /&gt;Rendere visibili gli effetti della guerra sul corpo delle donne. Sul nostro corpo&lt;br /&gt;perché i corpi delle donne sono luoghi di conflitto nella guerra, e da sempre è un&lt;br /&gt;5 Andrew Garcés Willis risiede a Washington DC; attualmente è impegnato in attività di&lt;br /&gt;accompagnamento dei movimenti dei diritti umani in Colombia; tiene il blog:&lt;br /&gt;http://todossomosgeckos.wordpress.com/&lt;br /&gt;Andrew Garcés Willis DEP n.12 / 2010&lt;br /&gt;274&lt;br /&gt;tipo di violenza grave. E noi dobbiamo denunciare la violenza della guerra. 2.&lt;br /&gt;Insistere su una soluzione negoziata della guerra. La militarizzazione dei territori&lt;br /&gt;crea più guerra e più sofferenza, l’unico modo di porre fine a tutto ciò è la&lt;br /&gt;negoziazione politica.&lt;br /&gt;Come è stato formato il gruppo e come è strutturato a livello nazionale?&lt;br /&gt;Siamo presenti in 9 regioni come movimento nazionale, Putumayo, Cauca,&lt;br /&gt;Valle del Cauca, Chocó, Risaralda, Antioquia, Bolívar, Bogotá, Santander. Oggi ci&lt;br /&gt;sono 350 organizzazioni di base, come organizzazioni di quartiere, gruppi che si&lt;br /&gt;occupano di lavoro produttivo per le donne, tutte aderenti alla nostra piattaforma.&lt;br /&gt;La Ruta è stata fondata nel 1996. Nel corso di un incontro nazionale di&lt;br /&gt;organizzazioni di donne, sono venuti dei religiosi e ci hanno parlato della&lt;br /&gt;condizione femminile in Mutatá, dove erano arrivati i paramilitari e avevano&lt;br /&gt;occupato la città e violentato il 90% delle donne e delle ragazze. Avevano messo in&lt;br /&gt;atto il reclutamento forzato e ridotto le donne a serve, essenzialmente schiave&lt;br /&gt;sessuali. Quando le attiviste presenti lo seppero, decisero una mobilitazione&lt;br /&gt;nazionale – un viaggio, una ruta – in quel luogo per dire a quegli uomini di&lt;br /&gt;rispettare i corpi delle donne e far sapere alle donne che non erano sole. Molte&lt;br /&gt;organizzazioni nazionali sottoscrissero la proposta. Più di 2.000 donne vi si&lt;br /&gt;recarono. Scegliemmo il 25 novembre come Giornata internazionale contro la&lt;br /&gt;violenza sulle donne per quell’occasione e per tutte le successive&lt;br /&gt;mobilitazioni/rutas. Diciamo a tutti gli attori armati – paramilitari, esercito,&lt;br /&gt;guerriglia – di rispettare i diritti delle donne. Abbiamo organizzato due rutas in&lt;br /&gt;Barrancabermerja in collaborazione con la Organización Feminina Popular (OFP),&lt;br /&gt;più mobilitazioni in Choco, Putumayo, Nariño, Cauca e Bogotà. L’anno scorso, ad&lt;br /&gt;esempio, siamo andate a Nariño alla frontiera con l’Ecuador per esprimere&lt;br /&gt;solidarietà alle donne lì rifugiate. Le Rutas sono fondamentali per il nostro lavoro.&lt;br /&gt;Nel 2002, ad esempio, 2.000 donne hanno viaggiato nel paese, da Puerto Asis a&lt;br /&gt;Putumayo, mentre era completamente militarizzato dai paramilitari e dall’esercito.&lt;br /&gt;Abbiamo attraversato montagne, un terreno inospitale. Ciò ha avuto un impatto&lt;br /&gt;simbolico molto importante: i paramilitari avevano proibito ogni movimento dopo&lt;br /&gt;le 18. Noi abbiamo detto: “Ebbene dovrete sparare su 100 bus o fermarci tutte”,&lt;br /&gt;abbiamo continuato a passare per dichiarare apertamente che le donne sanno&lt;br /&gt;vivere. Ruta e OFP fanno parte della rete internazionale delle Donne in nero. Il&lt;br /&gt;nero significa che siamo in lutto a causa della guerra.&lt;br /&gt;Avete inviato delegazioni negli USA. Siete in contatto con qualche gruppo femminista?&lt;br /&gt;Sì, abbiamo incontrato CODEPINK.&lt;br /&gt;L’educazione politica è chiaramente una parte importante del vostro lavoro – noi ci incontriamo&lt;br /&gt;qui nella vostra sede, i muri sono coperti di disegni e di manifesti creati da partecipanti ai laboratori.&lt;br /&gt;Può descrivere il lavoro educativo e anche gli altri programmi?&lt;br /&gt;Sì, noi organizziamo dei seminari di educazione politica. Proprio ora abbiamo&lt;br /&gt;una scuola di educazione politica sui femminismi, il pacifismo, la soluzione dei&lt;br /&gt;conflitti. Attualmente 40 donne frequentano la scuola qui a Cauca, si incontrano&lt;br /&gt;ogni 15 giorni per 3 o 4 mesi. Anche l’intervento politico e i patrocini sono una&lt;br /&gt;Andrew Garcés Willis DEP n.12 / 2010&lt;br /&gt;275&lt;br /&gt;parte importante del nostro lavoro. Voglio dire, cioè, che interveniamo nei processi&lt;br /&gt;politici locali/regionali, interloquendo con autorità governative, per trattare su&lt;br /&gt;quanto preoccupa le donne nel conflitto armato. Facciamo anche ricerca e&lt;br /&gt;pubblichiamo report. La violenza sessuale è un tema importante per noi, di cui&lt;br /&gt;praticamente nessuno parla. Non ci accontentiamo semplicemente di raccogliere&lt;br /&gt;denunce, facciamo ricerche, produciamo rapporti e altri documenti sulla realtà della&lt;br /&gt;violenza sessuale a partire da racconti e statistiche. Per esempio, abbiamo&lt;br /&gt;pubblicato un libro sull’effetto negativo delle fumigazioni aeree sulle donne a&lt;br /&gt;Putumayo – sulla loro pelle, sulla salute dei loro figli. Le nostre inchieste si&lt;br /&gt;focalizzano anche sull’uso delle donne e del loro corpo come strategia di guerra da&lt;br /&gt;parte degli attori armati: servono innanzitutto a provare che siamo interlocutrici&lt;br /&gt;valide perché siamo rigorose nella nostra documentazione. Mostrano anche che il&lt;br /&gt;corpo delle donne è un territorio conteso nel conflitto.&lt;br /&gt;La Ruta è una coalizione di organizzazioni, molte delle quali sono formate da uomini e donne.&lt;br /&gt;Può descrivere il ruolo degli uomini in relazione con la Ruta, nella coalizione e nei movimenti dei&lt;br /&gt;diritti umani, in generale?&lt;br /&gt;È dura con gli uomini perché essi pensano che la violenza sia un tema e non un&lt;br /&gt;problema in sé, e che sia subordinato ad altri problemi. La relazione con loro non è&lt;br /&gt;una lotta, ma essi spesso negano e sottovalutano la violenza contro le donne. È&lt;br /&gt;difficile inserirla nel programma nazionale. Per esempio, nell’Organizzazione degli&lt;br /&gt;Stati Americani c’è una commissione che segue il processo di smobilitazione&lt;br /&gt;paramilitare. Noi abbiamo pubblicato un libro sugli effetti di questo processo sulle&lt;br /&gt;donne, come vengono danneggiate, e forse nel rapporto ufficiale sono state&lt;br /&gt;introdotte delle frasi su questo tema. Alcuni uomini dicono che noi li escludiamo.&lt;br /&gt;No, si tratta semplicemente del nostro spazio. E d’altra parte pochissimi uomini&lt;br /&gt;hanno espresso interesse a partecipare e a sostenerci. Detto ciò, la politica di&lt;br /&gt;empowerment che pratichiamo ha incoraggiato delle donne a convincere i mariti ad&lt;br /&gt;assumersi più responsabilità nella cura dei figli e nel lavoro domestico per&lt;br /&gt;permettere loro di essere presenti più facilmente.&lt;br /&gt;Guardando come utilizzate l’arte visiva nelle vostre manifestazioni, e il linguaggio e le foto delle&lt;br /&gt;vostre pubblicazioni, come donne che si dipingono il corpo, vedo un grande uso simbolico del corpo&lt;br /&gt;come una metafora e un linguaggio politico molto esplicito. E’ esatto?&lt;br /&gt;Andrew Garcés Willis DEP n.12 / 2010&lt;br /&gt;276&lt;br /&gt;Si tratta di un linguaggio politicamente simbolico: riflettiamo su come sono&lt;br /&gt;costruiti i simboli di guerra, su come sono inseriti nella società e su come eliminarli&lt;br /&gt;e sostituirli con simboli di vita. Il corpo, ad esempio, è fondamentale perché noi&lt;br /&gt;siamo femministe. I nostri corpi sono i primi territori di autonomia, e sono&lt;br /&gt;espropriati, esiliati, picchiati, violentati… è stato cruciale esprimere la resistenza,&lt;br /&gt;come dopo il Massacro di Bojaga del 2004, una municipalità del Choco. Il solo&lt;br /&gt;accesso per recarvisi è il fiume Atrato e in quel momento i paramilitari lo&lt;br /&gt;controllavano. Durante uno scontro con la FARC, nel centro della città, molti sono&lt;br /&gt;fuggiti nella chiesa dove 119 persone sono state uccise da una bomba lanciata&lt;br /&gt;all’interno. Nessuno poteva entrare nella città a causa dei paramilitari che&lt;br /&gt;controllavano il fiume. Allora 10-15 donne del comitato della Ruta a Quibdo, là&lt;br /&gt;vicino, vestite con abiti colorati, hanno preso i loro tamburi e sono scese per il&lt;br /&gt;fiume su un piccolo battello, cantando alabados, canti afro-colombiani tradizionali.&lt;br /&gt;I paramilitari non sapevano che fare, le hanno lasciate passare: sono state le prime&lt;br /&gt;persone che hanno raggiunto i sopravvissuti.&lt;br /&gt;Negli Stati Uniti, un’organizzazione nazionale che ha anche sezioni locali, “INCITE! Le donne di&lt;br /&gt;colore contro la violenza”, ha richiamato l’attenzione sull’impatto particolare della violenza sulle&lt;br /&gt;Andrew Garcés Willis DEP n.12 / 2010&lt;br /&gt;277&lt;br /&gt;donne di colore e sulle comunità di colore negli USA. La vostra organizzazione distingue come la&lt;br /&gt;violenza colpisce diversamente le donne?&lt;br /&gt;Assolutamente, infatti c’è partecipazione di indigene, donne afro, contadine.&lt;br /&gt;Nel Choco, per esempio, abbiamo soprattutto donne afro, e qui a Cauca, soprattutto&lt;br /&gt;indigene. La violenza colpisce in particolare le donne giovani in un modo diverso.&lt;br /&gt;E’ una violenza sessuale molto più aggressiva. Sono le vittime preferite del&lt;br /&gt;reclutamento forzato, i loro corpi sono usati come armi di guerra, trattate come&lt;br /&gt;prede. La polizia, per esempio, infiltra giovani donne nella guerriglia, cosa che si&lt;br /&gt;conclude sempre con il loro assassinio. Qui, a Jambalo, dodici donne tra i 12 e i 17&lt;br /&gt;anni hanno ricevuto minacce di morte dalla FARC perché sarebbero legate&lt;br /&gt;sentimentalmente a dei poliziotti. La Commissione statale per la famiglia a&lt;br /&gt;Putumayo ha spesso segnalato che donne incinte legate a membri delle forze&lt;br /&gt;armate erano sottoalimentate. Abbiamo organizzato delle manifestazioni contro&lt;br /&gt;checkpoint e campi dell’esercito, che pianta – anche nei parchi per bambini –&lt;br /&gt;grandi tende dove attirano spesso delle ragazze. Anche donne contadine che vivono&lt;br /&gt;in regioni di narcotraffico sono gravemente colpite dalla carcerazione. Più del 90%&lt;br /&gt;dei prigionieri arrestati per traffico presunto di droga a Putumayo sono donne.&lt;br /&gt;Sono condannate a 9 anni per aver trasportato un sacchetto di cocaina, la stessa&lt;br /&gt;condanna viene inflitta a paramilitari per aver partecipato a massacri, mentre&lt;br /&gt;enormi camion pieni di roba viaggiavano liberamente.&lt;br /&gt;Donne della Ruta sono state prese di mira dalla violenza politica?&lt;br /&gt;Quest’anno, la nostra coordinatrice nazionale, Marina Gallego, è stata&lt;br /&gt;minacciata dopo una mobilitazione nazionale a cui abbiamo partecipato con&lt;br /&gt;MOVICE, il 6 marzo contro i gruppi armati, reclamando la fine della violenza. Una&lt;br /&gt;dirigente del gruppo della Ruta di Medellin è stata assassinata in ottobre. Un’altra&lt;br /&gt;nostra dirigente in un gruppo LGBT, le Pola Rosa, è stata minacciata e costretta a&lt;br /&gt;trasferirsi in dicembre.&lt;br /&gt;Andrew Garcés Willis DEP n.12 / 2010&lt;br /&gt;278&lt;br /&gt;L’organizzazione è unica tra i movimenti sociali colombiani, perché si è dichiarata pacifista.&lt;br /&gt;Come gioca questa posizione nelle vostre relazioni con altri gruppi?&lt;br /&gt;Una cosa è prendere le distanze dai gruppi armati e un’altra è qualificarsi&lt;br /&gt;totalmente pacifiste. Alcune persone dicono: “OK, usare le armi è uno strumento,&lt;br /&gt;non è il mio, ed è davvero un problema tra i guerriglieri e il governo”, ma io credo&lt;br /&gt;che molte persone non sono d’accordo con la legittimazione di alcuni gruppi&lt;br /&gt;armati. Come pacifiste, pensiamo che ogni guerra è ingiusta. Arrivare a questa&lt;br /&gt;decisione è stata per l’organizzazione una lotta. È un dibattito ovunque. Ma noi non&lt;br /&gt;condividiamo la lotta armata, non la legittimeremo in nessuna forma. Noi diciamo&lt;br /&gt;che tutti i gruppi armati dovrebbero andarsene. E al nostro interno è un processo&lt;br /&gt;continuo. Come è un processo per ogni organizzazione, per ogni donna, imparare a&lt;br /&gt;riflettere sul femminismo: si potrebbe dire che molte organizzazioni non hanno&lt;br /&gt;terminato la loro lotta interna con il femminismo. Lo stesso è con il pacifismo. Ed è&lt;br /&gt;per questo che teniamo dei seminari di educazione politica.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7857606800177210418-4362637843437995943?l=controlaguerra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://controlaguerra.blogspot.com/feeds/4362637843437995943/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/06/per-una-conoscenza-della-realta-delle.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/4362637843437995943'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/4362637843437995943'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/06/per-una-conoscenza-della-realta-delle.html' title='Per una conoscenza della realtà delle donne colombiane ( dalla rivista DEP)'/><author><name>Donne in nero Padova  donneinnero.padova@gmail.com</name><uri>http://www.blogger.com/profile/08395108538400298838</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='21' src='http://3.bp.blogspot.com/_0-6Ar37J2Bc/S6T6miTqAQI/AAAAAAAAABk/dh-4RJWJ3Ns/S220/IM000137.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7857606800177210418.post-2284280781233253387</id><published>2011-06-02T13:08:00.001+02:00</published><updated>2011-06-02T13:12:58.744+02:00</updated><title type='text'>Le donne in nero di Siviglia sull'incontro internazionale di Bogotà</title><content type='html'>SUGGERIMENTI PER XV ENCUENTRO &lt;br /&gt;MdN Sevilla Maggio 2011&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Care amiche, sorelle colombiane &lt;br /&gt;il programma per il XV encuentro internazionale inviatoci invita a esprimere alcuni suggerimenti in relazione all’attualità e grazie per offrirci questa possibilità. Questa proposta di temi risponde a inquietudini e necessità di chiarimento e scambio. Abbiamo preferito per il momento dare suggerimenti per i 2 primi punti o forse valgono per altri. Ve li comunichiamo come collaborazione e con la speranza che facilitino una pioggia di idee per evidenziare più necessità o migliorare quelle espresse qui. Sono suggerimenti che potrebbero essere trattati in workshop o altri spazi. Li comunichiamo a voi che ospitate e siete le protagoniste dell’Encuentro affinché decidiate sulla loro opportunità, su come includerle, modificarle, arricchirle nell’agenda ed anche vedere chi può coordinare ciascuno di questi temi qualora li riteniate interessanti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;SUGGERIMENTI.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;PER IL PUNTO1. L’opposizione alla militarizzazione della sicurezza nazionale e internazionale&lt;br /&gt;Analisi femminista dell’attuale sistema di poli­tica di sicurezza militarizzata, includendo come i conflitti armati nel Sud siano favoriti dalle industrie belliche e dagli interessi economici del Nord; apprendere da azioni femministe pratiche per dare empowerment alla donna e proteggerla.&lt;br /&gt;Alcuni suggerimenti per trattare il tema: La sicurezza non è assenza di guerra: ripudiamo l’ingiustizia e la distruzione della vita. La militarizzazione ha uno sbocco: la guerra. Ma la guerra come conflitto bellico non è l’unica guerra. E’ intrecciata con altre: le guerre economiche, sociali, ambientali, informative, culturali, scientífiche. Sono continue, militarizzano le nostre vite generando trasversalmente violenze verso di noi.  &lt;br /&gt;1. **La militarizzazione della “sicurezza” è onnipresente con lati oscuri, segreti, invisibili , s’impadronisce del nostro essere e della vita collettiva giorno dopo giorno. La militarizzazione quintessenza del patriarcato genera necessità di sicurezza, la militarizzazione della sicurezza si appropria delle nostre vite, normalizza le paure, la sfiducia, l’odio. Nuclearizza e avvelena  le nostre necessità, relazioni e atteggiamenti vitali e creative, ci prende nelle sue strutture e valori,  soffoca la risoluzione dei conflitti, genera muri e frontiere e violenze…. Opera in particolare verso noi donne? Quando e dove  la mettiamo in discussione? Quando e dove ce ne dimentichiamo? Che sicurezza sogniamo? La sicurezza è una parola nostra? Quando ci sentiamo minacciate, come vogliamo rispondere?&lt;br /&gt;2. ** Espropiare, escludere, distruggere, creare relazioni di dipendenza e dominio e la femminilizzazione della povertà: i meccanismi economici ancorati alla logica della violenza patriarcale. Militarizzazione dell’economia e dello sfruttamento di risorse agrarie e minerarie. Como disfarci dell’economia della morte? Impariamo da azioni civili di donne per la cura della vita e per la sovranità autogestite senza discriminazioni sessiste, razziste e classiste... Il movimento di donne contadine della madre terra in India pasando per l’Africa; l’ecofemminismo e il femminismo antimilitarista…; la creazione di inter-relazioni attive di resistenza e di denuncia.&lt;br /&gt;3. ** Il volto segreto del potere patriarcale armato e la militarizzazione sociale delle nostre vite: le spese militari. Aldilà della produzione e del commercio di armi: il costo ecologico, sociale, umanitario; relazioni di dipendenza, debiti, corruzione; controllo e formazione occidentale di eserciti, paramilitari e corpi repressivi del “sud”;  militarizzazione di scienza e tecnologia. Imparare da azioni di femministe antimilitariste: disobbedienza civile contro spese militari; resistenza e denuncia delle basi militari… demistificazione dell’economia militare rispetto al lavoro ecc.&lt;br /&gt;4. ** “La sicurezza internazionale sotto il dominio del potere patriarcale prepotente: il controllo di regimi politici e militari; annullamento della sovranità di società civili in nome della sicurezza; la doppia moralità patriarcale occidentale, il suo peso nelle Istituzioni Internazionali; i negoziati segreti; la  manipolazione dei servizi di inteligence; la dittatura delle lobby di interessi strategici economicoi e politici. Apprendere a smascherare e denunciare i poteri e a dar voce alle donne e alle popolazioni civili... Politica femminista della prevenzione.&lt;br /&gt;5. **Le persone scacciate da ogni tipo di guerre: l’immigrazione, le/i rifugiate/i. Il neo colonialismo e le sue guerre generano spostamenti e sradicamentis. La politica dell’immigrazione del nord / Occidente rafforza la militarizzazione della sicurezza, la mafia, i killer, la militarizzazione delle frontiere e la politica con i paesi limítrofi,  la paura per l’altro e l’altra, il supersfruttamento, l’esclusione, il nazionalismo con la politica  integrazionista. Due dimenticanze: le donne che rimangono e quelle che se ne vanno sono le vittime principali;  la maggioranza degli/le sfollati/e si trova fuori dall’Occidente. Imparare dalle azioni delle donne: Cultura della convivenza contro la discriminazione e la divisione. Disobbedienza civile a favore dei/delle sans papier. Reti di denunce della politica di sicurezza, criminalizzazione, espulsione ed esclusione  verso gli immigrati... Reti di sostegno alle donne migranti, le grandi vittime dell’esclusione e supersfruttamento e a loro volta interlocutrici di altre realtà sconosciute.&lt;br /&gt;6. **L’informazione militarizzata e la sicurezza civile intossicata.  Il quarto  potere: i media. Il modo militarista di trattare i conflitti e il sostegno ideologico nel giustificare gli interventi bellici, le rappresaglie; i conflitti mecí sotto silenzio, la censura, l’atteggiamento vittimista verso le donne… programmazione di film. Come apprendere a difendersi dalla disinformazione? Tipi di azioni di difesa e disobbedienza civile verso i medioa? Come essere le messaggere delle voci silenziate?.. Esperienze di controinformazione; radio di donne; nuove esperienze ecc.&lt;br /&gt;7. ** La scuola della sicurezza nazionale e la militarizzazione dell’educazione. Insegnare a ignorare, escludere, competere, obbedire… La creazione di “memoria collettiva” e di mentalità nazionale. L’educazione spazio di intervento per reclutare future e futuri militari, poliziotti… Quale educazione per la pace? Pratica di soluzione di conflitti e coeducazione? Come acquistare fiducia nelle relazioni creative?&lt;br /&gt;II) Prospettive femministe per i conflitti e le guerre attuali&lt;br /&gt;Guardare i conflitti in una prospettiva femminista:&lt;br /&gt;Il nazionalismo, l’intolleranza religiosa, la xenofobia, il terrorismo e le milizie armate, il sessismo, il traffico internazionale di armi, droghe, donne e persone vulnerabili.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Suggerimenti &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1.** Processi patriarcali militaristi dominanti similari agli atteggiamenti sessisti, a favore di  interessi geostrategici, economici passano per la denigrazione, la stigmatizzazione, l’inferiorizzazione, la creazione del diverso e l’ignoranza e la paura per il diverso presentato come minaccia e insicurezza per dominare, controllare, riservarsi il diritto di giudicare, colpevolizzare, punire, di ingerenza e appropriazione della sovranità delle sociedtà civili. Esempi: l’islamofobia, la lotta antiterrorista e la politica verso l’immigrazione una nuova guerra fredda che prepara l’interventismo, l’occupazione, l’esclusione di massa.&lt;br /&gt;2.**  Occidente un concetto da definire nelle relazioni di potere patriarcale nello scenario internazionale. Provoca fascinazione, odio e sfiducia. Quali sono le sue caratteristiche, la sua idiosincrasia come potere patriarcale? I suoi patti, le sue alleanze, i suoi tradimenti, i suoi segreti, le sue manipolazioni, le sue infiltrazioni, i suoi interessi, la sua forza destabilizzante? In cosa si differenzia la sua politica internazionale da un regime dittatoriale? Come decodificare e difendersi dal suo impatto a partire dalla prospettiva di resistenza femminista della nonviolenza? &lt;br /&gt;3.**  Le resistenze civili contro le dittature del mondo mediterraneo e dell’Africa  hanno creato una breccia nel muro della visione dualista patriarcale dominante tra società civili inamovibili e società civili della modernità. Come uscire da questo dualismo? L’etnocentrismo occidentale si è autoproclamato padrone di valori definiti universali (laicità, libertà, diritti umani, progresso, tolleranza, diritti della donna, difesa della popolazione civile, pace, giustizia, universalismo), detta le sue regioni e   in nome di questi valori fà interventi e ingerenze militariste chiamati Interventi umanitari e si serve di ONG transnazionali. Che conseguenze e che impatto hanno nella fiducia e nella tenerezza nella solidarietà tra donne? Come superare lo spirito di ingerenza e rispettare la pluralità e la sovranità nella lotta per l’emancipazione? Cosa intendiamo per l’universalità di valori, quali sono i nostri valori? Come ricreare una memoria collettiva da una prospettiva femminista per un presente di confluenze nella pluralità?&lt;br /&gt;4** La megalomania patriarcale rafforza il suo  potere di violenza e deistruzione di massa: la nuclearizzazione, il cambiamento climatico e le nuove armi (le guerre di “plasma”[?], guerre climatologiche e ingegneria geologica, installazioni tipo HAARP). Superare l’impotenza decodificando, indagando e denunciando i segreti della patologia “antropocentrismo”, le sue ricerche e saggi come crimini contro l’umanità, la vita stessa.&lt;br /&gt;5. La femminilizzazione del militarismo e dei poteri e la strumentalizzazione dei diritti delle donne nei conflitti una nuova sfida che impone riflessioni.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7857606800177210418-2284280781233253387?l=controlaguerra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://controlaguerra.blogspot.com/feeds/2284280781233253387/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/06/le-donne-in-nero-di-siviglia.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/2284280781233253387'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/2284280781233253387'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/06/le-donne-in-nero-di-siviglia.html' title='Le donne in nero di Siviglia sull&apos;incontro internazionale di Bogotà'/><author><name>Donne in nero Padova  donneinnero.padova@gmail.com</name><uri>http://www.blogger.com/profile/08395108538400298838</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='21' src='http://3.bp.blogspot.com/_0-6Ar37J2Bc/S6T6miTqAQI/AAAAAAAAABk/dh-4RJWJ3Ns/S220/IM000137.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7857606800177210418.post-957208664059198522</id><published>2011-05-30T21:11:00.001+02:00</published><updated>2011-05-30T21:13:00.239+02:00</updated><title type='text'>Voci di donne dalla Bosnia</title><content type='html'>Voci di donne, oltre Mladić&lt;br /&gt;Voci pacate, stanche e quasi spezzate. Sono le voci che provengono dalle associazioni delle donne bosniache che in questi anni hanno continuato a lottare per la verità e la giustizia per i crimini degli anni '90. I commenti alla notizia dell'arresto di Ratko Mladić. Nicole Corritore 27 maggio 2011&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;La notizia dell'arresto del “boia di Srebrenica” ha provocato diverse reazioni tra le donne bosniache vittime, dirette o indirette, dei crimini per i quali Mladić è accusato.&lt;br /&gt;I commenti provengono soprattutto da quelle donne che, dopo aver subito violenza, aver perso mariti, figli e fratelli a Srebrenica o in altre parti della Bosnia Erzegovina, hanno deciso con la fine della guerra di unirsi. Formando associazioni in diversi luoghi del Paese, hanno cercato di superare insieme gli indicibili traumi a cui erano sopravvissute. Non solo. Hanno anche deciso di sostenere tutte le donne che erano state direttamente vittime o testimoni oculari di violenze, perché testimoniassero nei processi aperti dal Tribunale Internazionale dell’Aja.&lt;br /&gt;Come hanno accolto queste donne l’arresto di uno dei più importanti sospettati di crimini della ex-Jugoslavia, colui che nell’elenco delle incriminazioni conta anche il massacro di 8.000 persone a Srebrenica nel luglio del 1995, il più efferato crimine di guerra compiuto in Europa dalla fine della Seconda Guerra Mondiale?&lt;br /&gt;Donne per le Donne&lt;br /&gt;Mnenuna Zvizdić, da tutti chiamata Nuna, dell’associazione Žene Ženama (Donne per le Donne) con sede a Sarajevo, quasi fatica a parlare al telefono: “Che dire? E’ sicuramente un momento molto importante. E’ un passo avanti significativo per tutti i Paesi della nostra regione. Penso che questo arresto ci aiuterà a riavvicinarci finalmente, a ricreare i legami che c’erano una volta fra tutte e tutti noi”.&lt;br /&gt;La notizia le ha provocato emozioni contrastanti: “E’ certo un momento di felicità, sebbene quello che è successo oggi ci abbia riportato improvvisamente indietro al tempo di guerra, quello che vorremmo dimenticare per sempre”. Nuna non nasconde che 16 anni di lotta, e di attesa, sono stati difficili: “Si rimane senza parole, forse perché l’attesa in tutti questi anni è stata estenuante. Direi uno stress sottile ma continuo”.&lt;br /&gt;Dimenticare non si riesce, dice Nuna, se non viene riconosciuta giustizia alle vittime. Dice “vittime” quasi distanziando le lettere della parola mentre le pronuncia: “Ricordiamoci che sono molte le persone scomparse e non ritrovate, della cui morte i responsabili devono rispondere. Ci sono tante vittime civili sopravvissute, molte donne ma anche uomini e bambini, i cui carnefici non sono stati ancora né arrestati né processati”.&lt;br /&gt;Le donne di Bratunac&lt;br /&gt;Stanojka Tesić detta Sana, del Forum Žene Bratunac (Forum delle Donne di Bratunac), sottolinea che questo arresto non rappresenta una fine: “La notizia dell’arresto è un segnale che c’è maggiore volontà ad andare nella giusta direzione. Ma noi ci auguriamo che questo non distolga dall’impegno a cercare, trovare e processare le numerose persone sospettate di crimini”. Sana, come Nuna, chiude con lo stesso assunto: "Il punto più importate di tutta la questione è che finalmente venga data giustizia a tutte e tutti.”&lt;br /&gt;E’ dello stesso parere Rada Žarković, fondatrice della cooperativa di donne Zajedno-Insieme a Bratunac, nei pressi di Srebrenica. Un progetto di riconciliazione al femminile che ha dato vita ad una solida realtà economica agricola. Anche Rada ha pagato duramente sulla sua pelle la violenza di una guerra che è stata anche guerra contro le donne: “Sì, vero che l'arresto è importante e tutte e tutti abbiamo bisogno di chiudere finalmente la porta del dolore e delle divisioni per ricominciare da zero. Ma provo anche tanta tristezza e una grande stanchezza”. Tira un sospiro e spiega perché: “Purtroppo molti dei grandi carnefici sono morti prima di arrivare alla condanna. Noi semplici cittadini abbiamo bisogno che il processo si faccia e si arrivi a un verdetto, affinché essi non muoiano come 'semplici' sospettati. Altrimenti agli occhi di una parte dell'opinione pubblica rimarranno degli eroi e mai si arriverà al definitivo rifiuto delle loro idee.” Un'opinione che viene confermata, ad esempio, nel caso della morte di Slobodan Milosević nel carcere di Scheveningen all'Aja: una parte non indifferente della popolazione serbo-bosniaca e serba l'aveva ricordato come un eroe. D'altro canto, la recente condanna da parte del TPI del generale croato Ante Gotovina, ha sollevato in Croazia molte polemiche e malumori. A dimostrazione che un cambio culturale dell'opinione pubblica rispetto ai crimini commessi dalla “propria parte” può avvenire solo con un costante, duro e lungo lavoro.&lt;br /&gt;Nemmeno l'arresto di Ratko Mladić, infatti, ha fermato queste donne nella loro quotidianità. Al telefono l'assistente di Irfanka Pašagić, neuropsichiatra e originaria di Srebrenica, direttrice dell'organizzazione Tuzlanska amica con sede a Tuzla, risponde gentile: “Irfanka si scusa,  ma abbiamo in corso una riunione di lavoro. Possiamo sentirci nei prossimi giorni?”.&lt;br /&gt;Chissà se nei prossimi giorni, quando i riflettori mediatici si saranno spenti su Ratko Mladić e sui massacri di cui è accusato, qualcuno si ricorderà di dare voce a queste donne e del loro bisogno di giustizia e pace?&lt;br /&gt; &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7857606800177210418-957208664059198522?l=controlaguerra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://controlaguerra.blogspot.com/feeds/957208664059198522/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/05/voci-di-donne-dalla-bosnia.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/957208664059198522'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/957208664059198522'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/05/voci-di-donne-dalla-bosnia.html' title='Voci di donne dalla Bosnia'/><author><name>Donne in nero Padova  donneinnero.padova@gmail.com</name><uri>http://www.blogger.com/profile/08395108538400298838</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='21' src='http://3.bp.blogspot.com/_0-6Ar37J2Bc/S6T6miTqAQI/AAAAAAAAABk/dh-4RJWJ3Ns/S220/IM000137.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7857606800177210418.post-174820634739836228</id><published>2011-05-30T21:04:00.001+02:00</published><updated>2011-05-30T21:06:10.662+02:00</updated><title type='text'>Il contributo della rete italiana all'incontro internazionale di Bogotà nell'agosto 2011</title><content type='html'>DALLA RETE DELLE DIN ITALIANE: MILITARIZZAZIONE E PRATICHE DELLE DIN&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La situazione italiana&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Malgrado l’articolo 11 della nostra Costituzione (“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”), l’Italia è un paese in guerra che combatte fuori dai propri confini, come in Kossovo, in Afghanistan e ora in Libia addirittura partecipando ai bombardamenti. L’Italia fa parte della NATO, e va ricordata la gravità della trasformazione degli scopi dell’alleanza fatta col trattato del 1999, che ha spostato la strategia da difensiva  a offensiva, l’ha allargata a tutto il mondo ed estesa agli interessi (economici, energetici ecc..), con diritto di difenderli se minacciati. Questa appartenenza vincola e impone, insieme all’adeguamento di eserciti e armamenti, l’espropriazione dei territori destinati a basi e comandi militari, l’uso militare di porti, aeroporti e ferrovie, e anche una politica estera di uso della forza per i propri interessi, esercitando così una forma di dominio del mondo e  una continua minaccia per la pace.&lt;br /&gt;L’Italia è un paese in crisi economica e politica: insieme a una distribuzione sempre più disuguale della ricchezza, assistiamo all’attacco alle istituzioni democratiche e ad una fortissima spinta all’accentramento del potere nelle mani del governo, insofferente di ogni controllo democratico. “Il potere è in mano a persone di sesso e/o di mente maschile sovente impreparate e attente soprattutto a interessi propri o di cricca troppo spesso sporchi e dannosi. Elementi evidenti di questa situazione sono il totale disinteresse dei governi verso la società e l’ambiente – e il conseguente degrado dell’una e dell’altro; la riduzione dei diritti di molte/i per favorire i privilegi di pochi; la criminalizzazione dei diversi (dai migranti, ai rom, a chiunque dissenta) e l’impunità dei potenti, la precarizzazione di chi lavora e la marginalizzazione sempre più spinta delle fasce deboli.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La militarizzazione&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Vi sono fatti molto espliciti, come l’aumento delle spese militari, che è contemporaneo ai tagli degli investimenti per salute, istruzione, assistenza, previdenza, ambiente, cultura; il nostro paese è oggi all’ottavo posto al mondo per le spese militari ed è impegnato in 27 missioni all’estero. In Italia vi sono 110 basi militari USA/NATO, anche con testate nucleari, e se ne costruiscono di nuove, come a Vicenza. La presenza militare contamina l’ambiente nei luoghi di guerra, ma anche nelle basi militari, nei  poligoni di tiro, nel cielo e nel mare. L’Italia è coinvolta nella produzione, vendita e traffico di armi (.l'Italia è fra i primi 5 posti al mondo per l'esportazione di armi) anche verso paesi in conflitto del sud del mondo, facilitato da accordi bilaterali di cooperazione in ambito militare e della sicurezza, come quelli con Israele e con la Libia.&lt;br /&gt;Vi è anche una militarizzazione interna: si militarizzano le coste e le frontiere; la paura e l’ostilità per la pressione migratoria rendono disumana e feroce la repressione dei migranti. e il Mediterraneo diventa area di conflitti e sempre di più una tomba per coloro che fuggono da povertà e guerre – di cui spesso siamo responsabili.&lt;br /&gt;Questo modello militare repressivo è adottato anche per la “sicurezza” interna: ad esempio l’esercito viene usato in funzione di ordine pubblico nei mercati cittadini;  le sterminate discariche della zona di Napoli sono sorvegliate da militari, interdette ai cittadini come zone militari, coperte da segreto militare; dopo il terremoto che due anni  fa ha distrutto la città dell'Aquila la cittadinanza è stata cacciata dalle proprie case e chiusa in tendopoli controllate militarmente; il dissenso viene represso e trattato come problema di ordine pubblico. Insieme alle telecamere installate nelle nostre città, la deplorevole situazione di monopolio e censura dei mezzi di comunicazione di massa ci ricorda ogni giorno che siamo cittadine a diritti limitati.&lt;br /&gt;Per militarizzazione non intendiamo solo la presenza di militari, armi, basi; pensiamo anche alla militarizzazione delle menti. “La  parola sicurezza viene ripetuta ossessivamente nei giornali, radio, televisioni, nei discorsi ufficiali; gli uomini e ancor più le donne, dovrebbero guardarsi dagli altri, gli immigrati, i musulmani, i rom e sentire solo un incontrollato sentimento di paura, gestibile  col tenere lontano il diverso da sé, in particolare con l’uso della forza, meglio se armata. La legittimazione dell’uso della forza è anche per difendere le donne dal barbaro invasore, mentre è in forte aumento la violenza domestica contro le donne e le bambine/i. insieme a un progressivo sgretolamento dei principi fondativi di uno stato che costituzionalmente si definisce laico, vediamo un ruolo sempre più invasivo della chiesa cattolica in ambito scolastico e assistenziale, con una pesante influenza sulle scelte in merito alla bioetica e leggi che tendono a imporre il controllo sul corpo delle donne e a ridurne i diritti acquisiti e l’autodeterminazione.&lt;br /&gt;Si diffonde - attraverso parate militari, interventi dell’esercito  nelle scuole, l’uso sempre più diffuso di una retorica e un linguaggio nazionalisti e militaristi - una cultura di guerra che ritiene normale, anzi giusto se non eroico, il ricorso alle armi. Si avalla così un  processo di normalizzazione della guerra. Chi, come noi, vive in Occidente fuori dai luoghi di conflitto armato, non vede le sofferenze altrui, il martirio di intere popolazioni ed ha una consapevolezza pressoché nulla nei confronti delle responsabilità politiche delle potenze occidentali che scatenano le guerre.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le nostre pratiche&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In questa fase del nostro percorso politico ci siamo accorte di non poterci dedicare esclusivamente ai temi e alle pratiche finora percorse ma di doverci occupare del nostro paese insieme alle donne di altre associazioni e collettivi, insomma abbiamo assunto la consapevolezza che il nostro è diventato simile ai “luoghi difficili” ai quali abbiamo rivolto la nostra attenzione in tutti questi anni. Malgrado le difficoltà della situazione economica e politica attuale, malgrado la crisi dei movimenti pacifisti, pur consapevoli dei limiti della nostra rete, continuiamo con le nostre pratiche radicando le nostre azioni a partire dalla realtà in cui viviamo; la nostra pratica politica si basa sul partire da sé e sulla rilettura delle nostre esperienze confrontate insieme alle donne del gruppo e della rete, anche attraverso riflessioni suscitate da letture condivise: cerchiamo di sviluppare un libero pensiero che si origina dal desiderio di ogni donna di darsi parola per uscire dall'insignificanza nella quale è stata obbligata.&lt;br /&gt;Oltre alle uscite periodiche con volantini organizziamo interventi nelle scuole o rivolti alla cittadinanza, per denunciare, fare informazione, prospettare visioni alternative, in special modo attraverso testimonianze dirette. Cerchiamo di riprendere spazi di parola, che sempre di più si stanno restringendo, e dare voce soprattutto a donne che cercano la pace. Cerchiamo di fare rete e costruire percorsi condivisi con altre organizzazioni o gruppi, in particolare di donne ma anche misti, con cui condividiamo obiettivi parziali o generali: si creano in questo modo relazioni e scambi importanti e duraturi, come il rapporto con le donne di Vicenza che da anni si impegnano contro la costruzione della nuova base militare, o quello con le  donne e gli uomini che a Napoli e nei dintorni lottano per impedire la devastazione del proprio territorio (e della propria salute) imposta, manu militari, da una dissennata e illegale gestione dei rifiuti di mezza Italia o il movimento che a Novara sta lottando per contrastare la produzione dei cacciabombardieri F35.&lt;br /&gt;I temi di cui ci occupiamo: protestiamo contro l’aumento delle spese militari, l’industria bellica, le missioni militari camuffate da interventi umanitari e/o missioni di pace, il continuo ricorso a soluzioni militari di fronte a situazioni conflittuali (vedi ora la Libia), la militarizzazione del territorio, le politiche securitarie, i respingimenti dei migranti che cercano di raggiungere il nostro paese e la riduzione del problema dei migranti a un problema di ordine pubblico. Denunciamo anche la violenza contro le donne, e riflettiamo sul linguaggio, denunciando la pericolosità del linguaggio maschilista e sessista. Cerchiamo relazioni di convivenza e accoglienza, partecipazione, solidarietà. Cerchiamo di essere responsabili e di prenderci cura di questo nostro mondo, con la difesa dell’ambiente e dei beni comuni, con il rifiuto del nucleare (civile e militare) e diciamo NO ALLA GUERRA e NO AL LIBERISMO.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7857606800177210418-174820634739836228?l=controlaguerra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://controlaguerra.blogspot.com/feeds/174820634739836228/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/05/il-contributo-della-rete-italiana.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/174820634739836228'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/174820634739836228'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/05/il-contributo-della-rete-italiana.html' title='Il contributo della rete italiana all&apos;incontro internazionale di Bogotà nell&apos;agosto 2011'/><author><name>Donne in nero Padova  donneinnero.padova@gmail.com</name><uri>http://www.blogger.com/profile/08395108538400298838</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='21' src='http://3.bp.blogspot.com/_0-6Ar37J2Bc/S6T6miTqAQI/AAAAAAAAABk/dh-4RJWJ3Ns/S220/IM000137.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7857606800177210418.post-3064970149626570496</id><published>2011-05-30T20:50:00.002+02:00</published><updated>2011-05-30T20:56:40.331+02:00</updated><title type='text'>2 Giugno in piazza Garibaldi alle 10,30</title><content type='html'>SMILITARIZZIAMO IL 2 GIUGNO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Siamo stanche di guerre, di armi, di parate militari&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il 2 giugno è la nostra festa, la festa delle donne e degli uomini che si riconoscono nella Costituzione, che sancisce i diritti di tutte e di tutti, il diritto al lavoro, all’istruzione, alla salute…, e il ripudio della guerra. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cosa c’entrano le forze armate con l'evento storico del 2 giugno 1946? &lt;br /&gt;Protagonista del 2 giugno è stato il popolo sovrano e il voto, azione democratica disarmata.&lt;br /&gt;Nella festa del 2 giugno l'esercito è fuori luogo, occupa un posto che non è suo.&lt;br /&gt;Le parate militari non ci rappresentano, ci danno tristezza, non ci rallegrano. Non festeggiano la vita e le istituzioni civili del popolo, non dimostrano amicizia verso gli altri popoli.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per questo il 2 giugno noi vogliamo ribadire il nostro NO: &lt;br /&gt;alla GUERRA, alle SPESE MILITARI, alla CULTURA della GUERRA, &lt;br /&gt;alla MILITARIZZAZIONE del territorio e delle nostre vite.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;NOI SOGNIAMO &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;un paese diverso, accogliente, fondato sul rispetto, l’ascolto e il riconoscimento reciproco tra uomini e donne, tra native/i e migranti, tra “noi” e “gli altri”;&lt;br /&gt;un paese in cui i/le giovani possano avere un futuro e le persone anziane una vita dignitosa e serena;&lt;br /&gt;un paese in cui i beni comuni - aria, acqua, terra, energia, il patrimonio storico, artistico e culturale, l'ambiente naturale, il paesaggio - restino fuori dalla logica di mercato;&lt;br /&gt;un paese che sappia affrontare i conflitti, interni e internazionali, senza ricorrere all’uso della forza;&lt;br /&gt;un paese che investa non nelle armi e nella guerra, ma nella cultura, la scuola, la salute, l’occupazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il 2 giugno che vogliamo è una giornata in cui fare festa&lt;br /&gt;perché questo sogno si può realizzare&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Donne in Nero&lt;br /&gt;Padova, 2 giugno 2011&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;http://controlaguerra.blogspot.com/&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7857606800177210418-3064970149626570496?l=controlaguerra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://controlaguerra.blogspot.com/feeds/3064970149626570496/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/05/2-giugno-in-piazza-garibaldi-alle-1030.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/3064970149626570496'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/3064970149626570496'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/05/2-giugno-in-piazza-garibaldi-alle-1030.html' title='2 Giugno in piazza Garibaldi alle 10,30'/><author><name>Donne in nero Padova  donneinnero.padova@gmail.com</name><uri>http://www.blogger.com/profile/08395108538400298838</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='21' src='http://3.bp.blogspot.com/_0-6Ar37J2Bc/S6T6miTqAQI/AAAAAAAAABk/dh-4RJWJ3Ns/S220/IM000137.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7857606800177210418.post-3288049641678356195</id><published>2011-05-28T12:16:00.002+02:00</published><updated>2011-05-28T12:24:45.812+02:00</updated><title type='text'>Notizie dall'America latina</title><content type='html'>II FESTIVAL DELLA MEMORIA - IO SONO VOCE DELLA MEMORIA E CORPO DELLA LIBERTA’&lt;br /&gt;http://www.radiofeminista.net/index.php/es/noticias-todas/acciones-movilizaciones-logros-desafios/328-chimaltenango-guatemala-.html&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il II Festival della Memoria, “resistenza delle donne di fronte alla violenza sessuale durante il conflitto armato”, ha riunito più di 150 donne guatemalteche, accompagnate da attiviste internazionali di Serbia, Perú, Ecuador e Colombia che lottano per la giustizia per la violenza sessuale subita alle donne nei conflitti e nelle guerre nei loro paesi. Tra il 24 e il 27 febbraio si sono trovate insieme nella Escuela Pedro Molina, convertita dall’esercito 30 anni fa in Distaccamento Militare e tornata al popolo 8 anni fa, grazie agli accordi di pace.  &lt;br /&gt;“30 anni fa si stabilì lí la Zona Militare 302. Per oltre 20 anni l’esercito prese possesso di queste installazioni, causando molti terribili danni alle vite di bambine/i, donne, uomini di Chimaltenango. Oggi recuperiamo gli spazi che appartengono alle donne e quindi a tutto il popolo di Chimaltenango. Quel che ci è stato strappato, ci è stato restituito: hanno restituito le installazioni, ma la dignità non l’abbiamo mai perduta. Per questo ora proclamiamo, da questa tribuna, da questo II Festival, che noi donne abbiamo bisogno di chiudere una volta per tutte le nostre ferite. Che le nostre storie siano sanate, che centinaia, decine, migliaia di donne come noi si decidano a parlare, a non tacere mai più e mai si ripeta la violenza sessuale contro di noi. Non nelle guerre, non nei conflitti o nelle società apparentemente pacifiche”. Così ha detto Yolanda Aguilar all’apertura dell’evento. “Le donne dei diversi popoli indigeni del Guatemala si sono date appuntamento, tra i ritratti di volti di donne che hanno rotto il silenzio sulle violenze che hanno subito in guerra. Suonano le marimbas con la loro musica ancestrale che rende omaggio alle nonne che prima di loro seminarono il seme della resistenza delle donne contro la violenza. Il Festival tratta il tema della violenza sessuale sofferta da migliaia di donne durante il conflitto armato e delle loro lotte per “contribuire a costruire una società che non accetti, legittimi o giustifichi mai la violenza sessuale contro le donne”.&lt;br /&gt;Rosalina Tuyuc della Comisión Nacional de Viudas de Guatemala (CONAVIGUA) ha detto, in omaggio a quante le hanno precedute anonimamente nella lotta contra la violenza alle donne: “Sono loro la ragione d’essere per cui molte di noi hanno iniziato questo cammino affinché la dignità delle donne non resti appannata, ma sia qualcosa che spinge ciascuna di noi a proseguire in questo cammino di lotta per la verità, la giustizia, non solo nei processi penali, ma affinché lo stato riconosca la sua responsabilità e risarcisca i danni. Il nostro plauso alle donne che si sono decise a rompere il silenzio, per la memoria di tutte le donne torturate, scomparse, massacrate, violentate, per la memoria della lotta di tutte noi. &lt;br /&gt;L’agenda dell’evento includeva attività in strada, nei luoghi istituzionali e nelle scuole di Chimaltenango, affinché attraverso l’arte, la scrittura, il cinema e la musica si raccontasse alla comunità  l’importanza di rompere il silenzio, recuperare la memoria e non dimenticare affinché non ci sia mai più violenza sessuale contro le donne in nessun luogo. Il festival è stato un appello all’impegno per la giustizia sociale, ha rivendicato l’emancipazione delle donne con lo slogan “Io sono voce della memoria e corpo della libertà”, un passo avanti nel processo di costruzione della giustizia per le donne,  per risarcirle e riconoscere la loro dignità. Tra i temi trattati c’erano: recuperare la memoria dalle voci della memoria, recuperare il nostro potere collettivo per sradicare la violenza sessuale, Donne e Guerra (Lepa Mladjenovic, Donne in Nero di Serbia; Jessenia Casani, DEMUS Perú; Génica Mazzoldi, Humanas Colombia; Karina Sarmiento di Asylum Access Ecuador).&lt;br /&gt;Il  I Festival per la Memoria si era svolto con successo nel 2008 in Huehuetenango, con uno slogan che affermava la resistenza delle donne: “Sono sopravvissuta, sono viva, sono quí”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;VOCI DELLA MEMORIA&lt;br /&gt;Liduvina Méndez di Actoras de Cambios ha parlato della composizione del gruppo che ha dato impulso al lavoro dell’organizzazione. “Siamo un collettivo femminista di 8 donne che dal 2004 lavorano con donne vittime di violenza. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ci sono 4 donne Mam, una francese, una spagnola, 4 meticce, una Qékchi e le promotrici, perché ci sono equipe locali che tengono i contatti diretti con le donne monolingue. Esse hanno una formazione e sono sempre più indipendenti e autonome nel lavoro... Per Liduvina l’area di formazione/guarigione è la parte più importante di Actoras.”Lavoriamo direttamente con 78 donne, però se contiamo le altre con cui lavorano le promotrici, il numero si moltiplica benché non sia il nostro lavoro diretto. Le donne che vivevano nelle Comunità in Resistenza (CPR) scese dalle montagne dopo gli Accordi di Pace, ora vogliono lavorare su questo. Il numero cresce secondo le necessità delle donne nelle comunità. Rompere il silenzio non è facile, però quando si sentono appoggiate e sostenute, lo fanno più facimente. Ora la loro espressione non è solo di dolore, ma parlano della loro vita, presentano teatro, danza e in altri modi, non più con un nodo in gola, ma esprimendosi più liberamente. Ridare significato alla storia non solo attraverso le parole, ma con tutto il corpo, dove fa male... le parti addormentate del corpo sono nostri poteri addormentati. Convertirci in Actorad de cambios è lavorare, non solo a partire dalla sofferenza, ma con tutte le espressioni.”&lt;br /&gt;“Cris” è una spagnola che attualmente vive in Messico. “Siamo venute da un collettivo di autodifesa in Messico. Io sono sopravvissuta del caso di ATENCO in Messico; sono impressionata a vedere come le donne prendono il microfono”. Cris porta avanti una denuncia dal 2007 nello Stato Spagnolo, in Messico e presso la Corte Interamericana e non crede in questa giustizia, ma sostiene che è uno strumento da utilizzare per usarlo come un precedente affinché non accada più. “Il caso Atenco si verificò in maggio 2006: ci fu repressione verso azioni contro un mega progetto su un aeroporto, noi sostenemmo l’appello della popolazione. Eravamo 300 persone, ma arrivarono 3.500 militari. Noi donne fummo violentate. Però non tacemmo, mi deportarono in Spagna per 5 anni ma sono tornata prima. Punirono due poliziotti per atti di libidine, ma furono assolti, tuttavia delle donne rimasero in prigione 2 anni, 2 furono assassinate, 40 violentate, 22 fecero denuncia e 11 alla Corte Interamericana. Vogliamo che si riconosca la violenza sessuale come tortura pianificata dall’alto. Crediamo nell’autodifesa femminista perché crediamo di doveci formare per resistere e alllontanare gli aggressori, condividere conoscenze e contribuire tutte in quanto abbiamo molte tecniche. Vediamo che rompere il silenzio è importante. A me costò dire la parola “stupro”, ma vedo qui  le donne nominarlo così chiaramente che mi impressiona.”&lt;br /&gt;Karina Sarmiento dell’organizzazione Assylum Access in Ecuador si sente emozionata a stare al Festival e colpita dal tema “ricordare per sanare ed essere responsabili di quanto accadde”. Il problema è che si deve dimenticare, ma non si può dimenticare. La violenza sessuale si vive in contesti di guerra e di pace, non si può dimenticare.&lt;br /&gt;Il Teatro dell’Oppresso, la terapia del riso, la musica e l’arte in generale sono strategie per la guarigione. Così crede Sandy Hernández dell’Argentina, che lavorò in Argentina e Perú in ospedali e comunità. Attualmente lavora con donne di Chimaltenango in 8 villaggi e CPR in San Juan Zacatepequez. “E’ divertimento, ma è denuncia e da ciò nascono questi processi attraverso giochi per dare soluzione simbolica a eeperienze di vita.”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sandy Hernández e il gruppo di donne artiste indigene&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ha lavorato con le partecipanti per creare scene come quelle del teatro per l’apertura del Festival, “Rompendo il silenzio”, una scena che hanno deciso di allestire per denunciare i crimini. “L’arte è una forma di esprimere le nostre realtà e cercare soluzioni simboliche, cambiare la storia”. Con l’aiuto di una delle traduttrici al Mam, Josefa Lorenzo, Clara María Gerónimo García ha detto che, dopo che la violentarono nel 1980, restò molto malata e dovette chiedere un prestito per curarsi e ancora non sta bene. “Quando arrivarono i militari, venivano ad ammazzare mio marito; afferrai un bastone per picchiarli, ma lo ammazzarono ugualmente e poi mi violentarono...Ora quando sto con altre mi sento felice e meglio, ho superato e so che non fu colpa mía, ma degli stupratori. Ora ballo durante le attività, prima no.”&lt;br /&gt;Le giovani Maya, Karina Matzir di Radio La Voz di San Pedro en Chimaltenango e Rosa Tecún Macario di Radio comunitaria Stereo San Francisco, hanno seguito il Festiva trasmettendolo con le loro radio. “Le radio comunitarie indigene del Consejo Nacional de Radios Indígenas del Guatemala attualmente cercano di far approvare l’iniziativa di legge 4087 che vuol rendere legali le radio comunitarie”. Karina produce notiziari, benché sia maestra e Rosa Micaela è contadina, ma fa anche radio. Entrambe fanno controlli tecnici oltre a dirigire i loro programi. “Attraverso le radio comunichiamo tra noi e ci informiamo”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nei loro programmi trattano il tema perchè molte donne dei loro municipi furono violentate, assassinate e scomparvero. “Esse devono sentirsi importanti perché la loro autostima è stata colpita, ma quando le loro voci sono trasmesse alla radio la loro autostima cresce” dice Karina. Rosa Micaela dice che queste donne che hanno rotto il silenzio devono sentire che qualcuno sta lavorando per la loro dignità. “Ci raccontarono cosa accadde durante la guerra, però tempo fa ed ora torniamo ad ascoltarlo direttamente”.  Sostengono che il messaggio dà coraggio, che le donne che rompono il silenzio devono sapere che non sono sole.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;YOLANDA AGUILAR : “SIAMO TUTTE PROTAGONISTE DEL CAMBIAMENTO"&lt;br /&gt;”Ciascuna di quelle che sono qui, siamo in carne ed ossa e con viva voce, la voce della memoria e del corpo della libertà di migliaia di donne di questo paese, di questo continente e molte altre zone. Tutte e ciascuna di noi ricordiamo e facciamo memoria di quanto vissuto; tutte e ciascuna incarniamo storie di libertà per quel che abbiamo raggiunto nelle nostre vite. Oggi, durante il II Festival Regional de la Memoria, quelle che riteniamo Actoras de cambios, cioè, tutte quelle che siamo qui, parteciperemo durante questi 3 giorni al recupero della memoria, a sanare e recuperare il nostro potere collettivo per sradicare la violenza sessuale dalle nostre vite, dalle nostre comunità, dalle nostre società. Da tempo non basta che diciamo quanto è successo. Abbiamo fatto indagini e continuiamo a farle, cercando strade alternative per ottenere giustizia per tutto ciò che è accaduto.&lt;br /&gt;Recentemente è iniziato il nuovo anno Maya. Nel nostro calendario continua il 2011, ma molte di quelle che stanno qui sanno che è cominciato un anno di cambiamenti fondamentali nel pianeta, un anno di solidarietà, rispetto e amore per noi stesse, per noi e per gli esseri universali che ci circondano.. Oggi è Ish, rappresenta la vitalità, un giorno propizio per ringraziare per tutto ciò che le donne hanno realizzato, un giorno per meditare, per cambiare ogni aspetto negativo delle nostre vite, per cambiare il modo in cui abbiamo vissuto, per riformulare nuove forme di intendere la vita, per risolvere i problemi e sviluppare la forza interiore che abbiamo tutte.&lt;br /&gt;Quando abbiamo cominciato qualche anno fa con Amandine Actoras de Cambio, non pensavamo che questo giorno sarebbe arrivato, ed è arrivato, come molti altri giorni che devono arrivare per le donne. Perciò siamo qui.&lt;br /&gt;L’attività si realizzerà nella scuola Pedro Molina. 30 anni fa si installò lì  la Zona Militare 302. Per oltre 20 anni, l’esercito si impossessó di queste installazioni, causando molti terribili donne alle vite di bambine/i, donne, uomini di Chimaltenango. Non dimentichiamo quel che hanno fatto. E’ da 8 anni che la scuola è tornata ad essere scuola... Oggi abbiamo recuperato gli spazi che appartengono alle donne e di consiguenza, a tutto il popolo di Chimaltenango. Quel che ci è stato strappato ci è stato restituito. Ci hanno restituito le installazioni, ma non abbiamo perduto mai la dignità. Perciò è adesso che proclamiamo, da questa tribuna, da questo II Festival, che noi donne abbiamo bisogno di sanare una volta per tutte le nostre ferite, che si curino le nostre storie, che centinaia, decine, migliaia di donne come noi si incoraggino a parlare, a non tacere mai più e che non si ripeta mai la violenza sessuale contro di noi, Né nelle guerre, né nei conflitti o società apparentemente pacifiche.&lt;br /&gt;Il patriarcato è il sistema più perverso che esista da quando eeiste l’umanità. E questa è la nostra grande sfida, eliminare la violenza sesuale una volta e per sempre. Uniamoci in una sola voce e un solo corpo affinché sia così. Benvenute e benvenuti a questo II Festival per la Memoria per sradicare la violenza sessuale e per costituirci in Actoras de cambios per sempre.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;"NON SONO COLPEVOLE". ROSALINA TUYUC&lt;br /&gt;Coordinatrice Nazionale delle Vedove del Guatemala &lt;br /&gt;“Intrecciare le speranze affinchè tutte possiamo andare avanti…. Quando parliamo delle donne, dobbiamo ricordare la Madre Terra; la sua energía è la nostra miglior alleata durante il conflitto armato. Salutiamo la memoria delle grandi nonne e delle belle ragazze, le donne incinte offese dalla crudeltà dei militari… Queste grandi donne anonime, levatrici, guaritrici e leader che con il loro lavoro hanno nutrito le loro famiglie e le comunità. Possiamo conoscere i loro nomi solo dalla relazione della Comisión de esclarecimiento–histórico, REMI, e da quelle della chiesa cattolica, o dai murales alla memoria. Sono loro la ragion d’essere per cui molte  di noi abbiamo iniziato quest cammino affinché la dignità delle donne non resti appannata,… è qualcosa che ci spinge tutte a poter essere in questo cammino della lotta per la verità, la giustizia, non solo nel processo penale, ma che lo stato riconosca le sue responsabilità e risarcisca il danno. Plauso alle donne che si sono decise a rompere il silenzio, per la memoria di tutte le donne torturate, scomparse, massacrate, violentate,… per la memoria di la lotta di tutte noi, grazie. Voglio dire che quando c’è una, ci sono 20, 100 o 1000 donne nel cammino della libertà, tutto è possibile. Grazie a questo lavoro di rompere il silenzio dalla famiglia, dI farsi carico di un futuro per le donne, molte hanno deciso di parlare e dire: “Io non sono colpevole”, che la violenza sessuale non è responsabilità né vergogna delle donne. Forse in qualche momento gli aggressori hanno pensato che le donne avrebbero taciuto e che così non ci sarebbe stata procreazione di maya, zutujiles, mames e tutte le donne dei diversi idiomi. Tutte sappiamo che la violenza sessuale ha voluto iniziare questo processo per poter lasciare il segno su loro e dire così che non si sarebbero mai alzate. Pero non sono stati invano la vita e il sangue di queste grandi donne, i cui nomi conosciamo dai murales e da pochi libri. Io penso che dal dolore può nascere l’allegria. Si, abbiamo pianto, sofferto: c’è stato oscurità, paura, terrore e a volte un dire: ¨Non voglio vivere, mangiare, sognare¨. Molte abbiamo pensato che non si sarebbe riuscite a parlare. Invece no. Grazie a tutti gli uomini e le donne di mais che ci hanno preceduto perché grazie a questa forza noi donne ci siamo alzate. Quante, attraverso questi pianti, possiamo dire che il nostro cammino è molto lungo e che oguna ha dato il suo grano di mais e altre seguiranno. Perché molti di questi cambiamenti, affinché non accadano mai queste cose, non dipendono solo da noi. Se dipendesse da noi, già avremmo realizzato il cambiamento.  Dipende da queste trasformazioni politiche, economiche e culturali. Dipende dal potere militare perché tutti i governi sostengono la militarizzazione. Ma noi donne siamo messaggere di pace, lotta, giustizia e continuiamo a sperare che per lo meno la solidarietà tra donne non deve mancare. Salutiamo le grandi donne e antenate che senza sapere spagnolo, fanno la storia e continueremo a fare storia noi; storia per la vita, la libertà e la buona armonizzazione dei nostri popoli”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;LA MEMORIA E’ NEI NOSTRI CORPI, STA LI’ IL POTERE DELLE DONNE &lt;br /&gt;Il 26 febbraio è stato dedicato a “Recuperare la Memoria per Sanare e Trasformare” con un primo panel intitolato “Recuperare la memoria dalle voci delle donne” nella Escuela Pedro Molina in Chimaltenango. Un’opera teatrale, rituali maya di guarigione, marimbas, canti e allegria hanno preceduto il panel a cui parteciparono Amandine Fulchiron e Angélica López di Actoras de Cambio e Lepa Mladjenovic di Serbia. &lt;br /&gt;Angélica ha detto che la trama della memoria non nominata apre la voce di migliaia di donne qui, apre il cuore, la testa e lo stomaco. Hanno turbato il nostro corpo e la sessualità. “Non abbiamo mai parlato del corpo di ciascuna: come si ama un fratello, così pure si deve amare il proprio corpo”. Ha chiarito che quando le donne dicono di essere un’ombra, stanno dicendo che c’è stata una morte sociale perché siamo uscite dal mandato  patriarcale. Perciò recuperare il nostro corpo e la memoria è recuperare la vita.&lt;br /&gt;Amandine Fulchiron ha detto che quando non menzioniamo quel che ci accade, le nostre esperienze spariscono dalla memoria collettiva. “Molti dossier sui Diritti Umani ignorano la violenza”. Da 25 anni le donne maya soprevvissute dicevano che sembravano di “susto”. Qual è il codice del susto? L’integralità della vita attaccata dalla violenza sessuale: “Dopo la violenza, io non ero io, ero l’ombra di me stessa”…. Non è fare una lista del dolore, ma delle conseguenze che ha. Segna un prima e un poi e limita la possibilità di avere sostegno e reti solidali perché ci accusano di essere “puttane”…. Per sanare e ricostruire un luogo nel cosmo, è importante  nominare quel che ci è accaduto. “Non parlare della violenza sessuale non fà sì che se ne vada; bisogna parlare per poter sanare e chiudere il cerchio affinché non si ripeta“. E’ la nostra storia, però pesa un segreto enorme che non ci permette di guarire e vivere. Come educare le bambine se non conoscono la storia? Per cambiare la storia bisogna conoscerla e sapere perché le cose sono andate come sono andate. La rendiamo politica, non è destino, la togliamo dalla colpa e le diamo un altro senso”. Recuperare e sanare questa memoria è un processo profondo e vitale che crea la forza collettiva trasformatrice per costruire la libertà.&lt;br /&gt;Lepa Mladjenovic ha detto che il Festival è unico al mondo e Actoras de Cambios anche,… non aveva mai visto qualcosa del genere. “Vengo dalla ex Jugoslavia, un paese di 22 milioni di abitanti e 20 lingue, formato da 7 repubbliche, entró in guerra nel 1991 e finì nel 1999. Il paese si divise in 7 stati, 130.000 persone morirono, milioni di profughi e 20.000 stupri nella guerra. Nel 1992 dalla Bosnia arrivarono informazioni delle prime violenze contro le donne. Questo ci spinse a lavorare in un’ottica femminista. Una conseguenza è che ora la legislazione internazionale riconosce la violenza sessuale come un crimine. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel 1993 si formó il Tribunale Internazionale per i Crimini in Jugoslavia, con anche l’incarico di giudicare e punire i crimini di violenza sessuale. Per la prima volta si giudicò per la Jugoslavia e il Ruanda. Per la prima volta la violenza in guerra fu giudicata e gli uomini che la commisern furono puniti. Certo, ci furono 20.000 donne violentate e solo 20 uomini condannati. E’ importante che esista questo Tribunale, perché si certifica e rende visibile che ci furono questi crimini, però, d’altra parte, questi uomini sono tornati dopo la pena e stanno negli stessi luoghi dove vivono le donne che si sentono vulnerabili e insicure. Le donne di Bosnia non sono soddisfatte di questo Tribunale perché è insufficiente. Esse hanno dovuto andarsene dai luoghi dove furono violentate. Perciò bisogna continuare a discutere: cos’è la giustizia?”.  Riferendosi al suo interesse per le donne del Guatemala, ha detto: “Abbiamo storie simili nei nostri corpo, ieri l’abbiamo visto nel teatro; è importante che si sappia che le donne di Bosnia  furono violentate da soldati di Serbia da dove vengo io, che io sono una donna che viene dalla Serbia. Faccio parte delle Donne in Nero e lotto contro il mio governo per le sue responsabilità e diciamo alle donne che ci dispiace molto che si siano fatti questi crimini in nostro nome”. Ha aggiunto che le donne di Bosnia devono sapere che c’è gente del paese aggressore che sono con loro. Ha ostenuto anche la creazione di tribunali del popolo per accusare chi non è mai stato perseguito penalmente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;LA DANZA DELLA VITA CONTINUA&lt;br /&gt;La Alameda, Chimaltenango, 26 febbraio 2011. Riassunto del primo giorno del II festival regionale IO SONO VOCE DELLA MEMORIA E CORPO DELLA LIBERTA’.&lt;br /&gt;Bisogna raccontare quel che è accaduto. Questa non è la storia di un giorno, in un giorno si può solo sintetizzare la terribile esperienza vissuta da donne di diverse culture e in diverse regioni del paese, che nel mezzo della guerra, furono prese con la forza, quasi sempre dai soldati, per abusare dei loro corpi. Però sono sopravvissute. Sono qui. Sono vive. Partecipano a un festival per la memoria, nel quale parlano, ascoltano, ballano. Ed ora quasi non piangono. Il giorno 1 del festival inizia con una cerimonia spirituale maya, guidata dalla Ajqij maya kiche Angélica Lopez insieme ad altre compagne presenti al festival... Questa cerimonia si è rivolta al corpo, fatta con il corpo, sentita nel corpo, vissuta dal corpo. In molte delle nostre culture il nostro corpo continua ad esserci estraneo. Persistono i tabú, le paure e queste emozioni perverse che ci ingannano, ci bloccano. Con questa cerimonia allora, si convocano le mani, le gambe, i piedi, la testa, il cuore, la vagina, la gola, lo stomaco, la lingua, la voce… Con candele, incensi, suoni, fronde e petali di fiori, abbiamo cominciato a suonare, cantare, ballare, muovere il corpo e tirar fuori i dolori corporali, mentali e spirituali. Anche il fuoco ha ballato, cantato e parlato insieme a noi. Anche le donne sopravvissute, presenti al festival, hanno iniziato a far suonare il corpo, attraverso la parola, cosa tanto importante per tante di noi, “rompere il silenzio”. Questi processi personali erano finalizzati a sanare le ferite. Certo, hanno trasceso la parola. Esse, organizzate in gruppi regionali, hanno anche vissuto un processo di elaborazione che trascende il puro condividere la storia con la parola, per rielaborare questa storia e convertirla in un’espressione artística. Il gruppo qeqchi ha deciso che le anziane ballassero una musica di arpa e violino, con cui si recupera la presenza delle antenate e si rende loro omaggio. Il gruppo de Huehuetenango ha elaborato una danza-teatro, nella quale ricrea la storia prima, durante e dopo de la guerra. E il gruppo qakchiqel, utilizzando le risorse del teatro-immagine e della terapia del riso, ha creato in una piece teatrale, un giorno nella vita di Margarita, una delle sopravvissute, precisamente il giorno in cui lei e la su famiglia furono vittime della violenza della guerra, lei in particolare fu presa, come molte altre donne, come bottino di guerra. Questa capacità di trasformare le loro storie personali e collettive in creazioni artistiche, ci mostra come loro siano riuscite a trascendere il dolore. Ed è questo che le Actoras de Cambios, organizzatrici di questo festival, ricercano con il loro lavoro di accompagnamento di questi gruppi.&lt;br /&gt;Il primo giorno del festival è terminato con un ballo. E, come ha detto Eluvia, una partecipante a questo festival, con il loro lavoro, la loro presenza e le loro creazioni queste donne ci stanno dicendo che “il ballo della vita continua”.&lt;br /&gt;“L’unico modo per cui la nostra proposta non sia folclorizzata è costruirla a partire da un senso politico... dalla cosmovisione maya. Solo così è possibile la rivendicazione della cultura originale attraverso l’arte”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;CHIEDERE TRE VOLTE SVEGLIA LA MEMORIA &lt;br /&gt;La seconda parte del 26 febbraio ha riguardato strategie e azioni per “Sanare e recuperare il nostro potere collettivo per sradicare la violenza sessuale”. Hanno partecipato al panel attiviste e attrici da Colombia,  India e Guatemala.&lt;br /&gt;Luz Estela Espina Murillo di Vamos Mujer in Colombia, per “passare dall’indegnità all’indignazione”, presentó una canzone di Petrona Martínez della Costa Atlantica,  attivista colombiana che creó “La vida vale la pena”. Sulla tonalità caratteristica della negritudine caribegna, con tamburi afro e ritmo colombiano, la plenaria del Festival ha mosso il corpo all’unisono. Vamos mujeres è un’organizzazione che lavora con donne colpite dal conflitto armato e nelle famiglie del loro paese. Ha citato un lavoro recente della Casa de Mujer che contiene dati secondo cui tra il 2001 e il 2009 in 407 municipi, migliaia di donne furono vittime di violenza sessuale nel conflitto armato, cioé una media di 54.410 donne all’anno, 149 al giorno e 6 ogni ora. “Facciamo parte della Ruta Pacífica de Mujeres dal 1996 che ha origine dalle violenze delle donne indigene in una zona di Urrabá. E’ una strategia di andare a ascoltare direttamente le donne colpite nelle loro comunità”. Ogni 25 novembre la Ruta va in massa nelle comunità in cui le donne sono intrappolate in mezzo al conflitto armato, per accompagnarle, rendere visibili le loro lotte e rivindicare le loro richieste. Esse non parlano di sanare, ma di ricostruire l’identità come decisione autonoma individuale, che si fa però collettivamente. Ruta Pacífica ritiene che la vita libera da violenza non riguarda solo le donne, ma uomini e donne. “Che tipo di società è quella che è indifferente al danno e alla sofferenza subita da tutte e tutti? Cosa ci rivela della società e della cultura, ammettere e accettare la distruzione del corpo delle donne?”&lt;br /&gt;Miriam Cardona della Red de Mujeres por la Justicia Económica y Social, lavora su  potere, razzismo e violenza sessuale. “Una donna, coinvolta in uno di questi processi, ci diceva che non sentiva nulla, ma il suo corpo si induriva. Chiedere tre volte sveglia la memoria perché l’oblio è pieno di memoria. Il trauma, come ogni dolore rimasto nella dimenticanza (che è incoscienza), disintegra il vincolo del benessere. Il corpo parla di quel che la mente, abituata a controllare, decreta di non sentire  e fa che la memoria resti registrata nel corpo, ma la mente dica di non sentire nulla. L’impatto del trauma fa si che mettiamo a tacere i segnali del corpo, ma il corpo continua a parlare. Decretiamo l’oblio, che è il silenzio del corpo. Stiamo dimenticando la nostra vita e storia. Quando raccontiamo le storie che ci sono accadute, senza badare a quel che dice il corpo, rimaniamo nel silenzio, nell’oblio. L’obiettivo è non sentire e separarci dall’agire. Perciò a volte facciamo azioni politiche molto combattive per rompere il silencio, ma non quello inciso nei nostri corpi... La frattura tra il sentire e l’agire è vivere nella non conscienza sulla propria storia. Poiché il trauma si esprime fisicamente nel corpo, se non lo esprimo, continua a riprodursi nel corpo. Ogni volta che ci sia un grido, un suono, un fatto o una relazione che risvegli la memoria corporea del trauma, rivivremo emozioni intense come accadessero ora. Ci obblighiamo a vincolarci allo stesso padrone da cui vogliamo liberarci. E lo ripetiamo in diverse forme: mi relaziono con rabbia, mantengo relazioni violente, racconto i miei traumi solo quando bevo… L’impatto dell’oblio è grande quanto la storia dimenticata, il suo impatto è sulla sopravvivenza e mi  trasforma in sopravvissuta… Siamo tutte coinvolte nella costruzione della memoria storica e tutte abbiamo una storia da sanare… Sentire è rompere il silenzio del mio corpo e tendere dei fili tra il corpo e l’azione. La garanzia che la violenza non si ripeta sta nel sanarla”.&lt;br /&gt;Nell’ultimo dibattito al II Festival della Memoria, Lepa dalla Serbia ha detto che bisogna definire cos’è la “giustizia femminista”. “La cosa principale è assicurare che le comunità onorino le donne e trasformino la loro colpa e vergogna, trasferendole sugli aggressori”. Per l’attivista serba, i tribunali della coscienza svolgono un ruolo perché chiamano in causa i responsabili che non sono mai stati preseguiti per altre vie.&lt;br /&gt;Una compagna guatemalteca che non si è presentata ha detto di essere stata triste e sentirsi malata fino a quando non Angelica e Amandone l’hanno sostenuta ed ora si sente sicura. “Qualsiasi cosa mi accada nella comunità, so che loro mi sosterranno”. Génica Mazoli della Corporación Humanas in Colombia ha sottolineato la giusta relazione tra giustizia e verità. Non sempre la giustizia arriva alla verità. Quella dei colpevoli non è la verità delle vittime. Non c’è la voce delle donne.&lt;br /&gt;Angélica López chiede: Come fare per lavorare nella destrutturazione del potere sul corpo?&lt;br /&gt;Lepa: Il tema della guarigione è nuovo nel movimento in Europa: l’ottica femminista della giustizia comincia con la guarigione. Bisogna raccogliere la vostra esperienza. Giustizia femminista è partire dalle donne mentre quella della tradizione parte dagli aggressori. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;VOCI DEL FESTIVAL: NELLA DIVERSITA’ DELLE AZIONI STA LA FORZA &lt;br /&gt;Durante il conflitto armato in Guatemala tra il 1960 e il 1996, periodo della durata del conflitto armato interno in Guatemala, si stima che più di 5000 donne furono violentate, l’80% delle quali erano indigene, originarie principalmente da Quiché, Huehuetenango e Las Verapaces, i dipartimenti dove si registró il maggior numero di massacri e operazioni di terra bruciata. La relazione della Comisión para el Esclarecimiento Histórico, “Memoria del Silencio”, sottolinea che, nonostante alcuni casi verificatisi nella guerriglia, l’89% fu opera dell’Esercito, con il sostegno dello Stato, il principale ente responsabile di questi crimini. &lt;br /&gt;Le voci delle donne che subirono queste violazioni dei diritti umani non fu ascoltata quando avvennero. Solo recentemente, dopo 25 anni, esse sono entrate con forza nell’agenda pubblica con le loro voci, rompendo il silenzio e passando da vittime a soprevvissute a actoras de cambio.&lt;br /&gt;Liduvina Méndez di Actoras de Cambios: “Esse (quelle che hanno rotto il silenzio sulle violenze sessuali durante la guerra) si sono formate e sono sempre più indipendenti e autonome nel lavoro perché si sono appropriate delle risorse del processo… Le parti dormienti del corpo, sono nostri poteri dormienti; convertirci in actoras de cambios è lavorare a partire non solo dalla sofferenza, ma da tutte le espressioni di vita”. Lidubina Méndez aggiunge: “La nostra proposta metodologica lega il femminismo alla cosmovisione Maya. Discutiamo come sanare e costruire il nostro potere collettivo per una società che non accetti né giustifichi la violenza sessuale e tutto ciò che essa implica nella vita delle donne. Siamo convinte che tutte le persone nasciamo con la possibilità di vivere una vita piena, ma quando ci tovca vivere in condizioni avverse come ci è toccato nel patriarcato, abbiamo anche tutte le condizioni per sanare e recuperare l’equilibrio e l’armonia. Ci hanno fatto credere che siamo indifese e che non possiamo. Col contatto con il nostro interno possiamo scoprire tutte queste possibilità con cui nasciamo. La paura e il terrore inibiscono e per questo bisogna rompere con immaginari, modi di vivere, credenze che non ci permettono di svegliarci per vivere pienamente. La segregazione subita dallae donne e dalle sopravvissute alla violenza sessuale limita le possibilità. Rompere il silenzio in solitudine è più diffícile che insieme. E’ stato importante che ciascuna credesse in se stessa e nelle sue capacità per andare avanti ed essere responsabile di se stessa, del suo processo di guarigione. Tutte abbiamo la forza, dobbiamo solo risvegliarla. E’ complesso, ma possiamo risvegliare questa capacità. Il costo della libertà è meraviglioso. Il costo di rompere le catene è prezioso. Lo star male non è una condizione delle donne, la libertà è la nostra condizione. Riconoscere il malessere e abbandonarlo. Rompere il silenzio non è solo parlare di quanto accaduto, è capirlo e ri-significarlo. Curare il nostro corpo. Respirare è prendere coscienza piena dell’impulso vitale che c’è in tutto il nostro corpo. Ballare, danzare, muoverci con scioltezza. Il femminismo, per recuperare le ali per volare”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per ulteriori informazioni vedi www.radiofeminista.net&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7857606800177210418-3288049641678356195?l=controlaguerra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://controlaguerra.blogspot.com/feeds/3288049641678356195/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/05/notizie-dallamerica-latina.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/3288049641678356195'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/3288049641678356195'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/05/notizie-dallamerica-latina.html' title='Notizie dall&apos;America latina'/><author><name>Donne in nero Padova  donneinnero.padova@gmail.com</name><uri>http://www.blogger.com/profile/08395108538400298838</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='21' src='http://3.bp.blogspot.com/_0-6Ar37J2Bc/S6T6miTqAQI/AAAAAAAAABk/dh-4RJWJ3Ns/S220/IM000137.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7857606800177210418.post-1503011128489750844</id><published>2011-05-05T11:05:00.001+02:00</published><updated>2011-05-05T11:07:41.414+02:00</updated><title type='text'>Riflessioni intorno al convegno di Venezia "vita in comunità traumatizzate"</title><content type='html'>Continuare a pensare&lt;br /&gt;di Patrizia Brunori&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando sono stata invitata da Andrea Scartabellati a partecipare ad una riflessione interdisciplinare e a più voci per la rivista DEP, a partire dalla esperienza in Bosnia –Erzegovina, narrata nel testo scritto con altre colleghe,1 ho provato un profondo interesse e ho pensato che si stava realizzando uno degli obiettivi più significativi. I pensieri e le riflessioni che avevamo avviato sui traumi psichici nei contesti di guerra, sulla loro possibilità di elaborazione quando il contesto sociale è lacerato, frammentato, esso stesso violentemente traumatizzato, permettevano altri pensieri e riflessioni, dando vita a quella pluralità di voci e di vertici di osservazione, che è tanto più significativa quanto più il tema è complesso.  &lt;br /&gt;Il destino dei traumi psichici nei contesti di guerra  è infatti soggetto al rischio dell’emergenza del fare, nelle prime fasi, e dell’oblio poi.  &lt;br /&gt;Nella psicoanalisi gli interessi per la guerra risalgono agli inizi del ‘900. La ricerca e la riflessione seguono fin dall’inizio due aree: quella più vicina alle esplorazioni filosofiche ed antropologiche riguardanti i modelli interpretativi del fenomeno guerra  e quella  più vicina alla psichiatria, relativa alla comprensione dei traumi psichici nelle situazioni estreme e alla loro cura. Entrambe queste aree di studio e d’applicazione alternano periodi d’intensa proliferazione  a periodi più silenti.  Questo appare collegato alle situazioni storiche e politiche che attraversano il ‘900, fino ai giorni nostri in cui c’è un forte interesse della comunità psicologica e psicoanalitica sul trauma e sulla distruttività.   &lt;br /&gt;Il problema degli assetti e dei modelli di cura quando i traumi sono individuali ma anche collettivi; della neutralità terapeutica; della trasmissione transgenerazionale nelle realtà di catastrofe sociale2;  degli interventi umanitari; della formazione e protezione della salute psichica degli operatori umanitari; della relazione con gli operatori del luogo; della transculturalità necessitano di una articolata riflessione. &lt;br /&gt;Tutti questi temi, e altri sono stati ripresi con profondità e attenzione negli interventi proposti in questo spazio aperto di riflessione.&lt;br /&gt;Il progetto del libro Traumi di guerra è nato nel gruppo: un gruppo interdisciplinare e transculturale di colleghe bosniache e italiane. Noi - gruppo di colleghe di Bologna - abbiamo avuto il privilegio di avere spazio e tempo per  condividere, pensare, ricordare , elaborare e scrivere la nostra lunga esperienza. &lt;br /&gt;La scrittura  corale del libro, che è durata più di un anno è stata per noi uno spazio necessario di elaborazione e di riflessione. Scrivere coralmente ha significato essere in gruppo, ri-pensare, ri-narrare. &lt;br /&gt;Infatti come sottolinea Angeli3  un evento traumatico collettivo avrà la necessità di transitare per più contenitori, e predisposti a diversi livelli di sensibilità, per tentare di essere elaborato. &lt;br /&gt;La scrittura, che era scaturita fluente fino a che era stata sostenuta dalla narrazione dell’esperienza e testimonianza del lavoro delle colleghe bosniache durante la guerra, era diventata difficile quando procedevamo verso riflessioni sul modello teorico che aveva sostenuto l’esperienza e sulle riflessioni psicoanalitiche sul trauma da violenza sociale. Molti erano stati i dubbi e gli interrogativi, abbiamo provato ad elaborarli, abbiamo deciso di pubblicare le nostre riflessioni fin dall’inizio: i nostri viaggi da Bologna a Tuzla , dall’interno all’esterno, dall’individuale al gruppo , perché abbiamo pensato che la narrazione che ne scaturiva fosse tutto materiale clinico con molte aree insature su cui  continuare a riflettere.  Sono proprio queste aree insature che spesso vengono colte dallo sguardo esterno e rimandano altri punti di vista, suscitano interrogativi, propongono e permettono altre riflessioni. Così la presentazione del libro in vari contesti: dai gruppi dei colleghi, alle associazioni non governative, ci ha dato molti stimoli teorici e clinici e ha permesso di continuare a pensare.&lt;br /&gt;In questa sede vorrei proporre alcune riflessioni, attorno al tema della transculturalità e del gruppo che mi sono state stimolate particolarmente dall’intervento di Mary Abed.&lt;br /&gt;In questi anni, probabilmente proprio per la complessità di questa esperienza e per la complessità del contesto in cui tutti viviamo, un contesto che ci propone quotidianamente l’incontro con l’alterità, ho sentito l’esigenza di addentrarmi anche nelle le riflessioni che ci vengono dall’etnopsicoanalisi. &lt;br /&gt;Concetti quale quello di identità, cultura, multiculturalismo, complessità multietnica, realtà di migrazione, esilio, guerre etniche, traumi psichici e sofferenze di identità in contesti di violenza sociale ci impongono di pensare  sia come persone sia come professionisti della salute psichica alla dimensione perturbante e creativa dell’alterità.  Kristeva4 sottolinea come l’incontro con l’alterità costringe a confrontarci con l’estraneo presente in noi stessi,  dimensioni rimosse, negate, nascoste responsabili delle sensazioni di inquietante estraneità.&lt;br /&gt;Come abbiamo incontrato l’alterità culturale, etnica, esperienziale delle colleghe bosniache? Abbiamo rischiato di appiattirci, come indica problematicamente Mary Abed solo sul paradigma del trauma psichico, di cui padroneggiavamo il linguaggio? &lt;br /&gt;Io credo che la dimensione del gruppo ci abbia permesso di stare nella transculturalità.  Nel gruppo è più facile farsi un’idea della propria identità come molteplice; non soltanto per la presenza di più persone ma anche per la poliedricità del pensiero che nel gruppo si sviluppa. Possiamo immaginare quindi lo spazio gruppale come luogo ectopico5  “in esso è possibile che un topos o un insieme di topoi siano organizzati come patrimonio comune da cui ognuno può attingere quella parte di conoscenza di sé  e dei suoi oggetti personali e specifici che nel passato erano a lui misconosciuti o non proposti in un codice di chiara pensabilità. Ad esempio, tradurre un’emozione in un pensiero o viceversa, quando il proprio pensiero è accolto da un pensatore”6. &lt;br /&gt;L’etnopsicoanalista Moro7 sottolinea come la relazione terapeutica si basa sulla condivisione di impliciti culturali, quindi quando l’altro appartiene ad un'altra cultura c’è la necessità di costruire ciò che d’abitudine è primario ed implicito, il contenitore stesso dell’interazione, un contenitore attento e sensibile alla dimensione culturale. Infatti ogni cultura definisce le categorie che permettono di leggere la realtà e di dare un senso agli avvenimenti. Le rappresentazioni culturali che ne derivano costituiscono l’interfacccia tra l’interno e l’esterno e permettono l’esperienza soggettiva. All’interno dei sistemi culturali, sempre straordinariamente complessi e sempre in movimento, scrive Moro, bisogna identificare quale siano gli elementi utili per comprendere e curare la sofferenza psichica in situazione transculturale. Sono tre i livelli da esplorare con maggiore attenzione. La dimensione ontologica, cioè quale è la rappresentazione della natura dell’essere, la sua identità; la dimensione eziologia, cioè il senso da dare al disordine della malattia; le logiche terapeutiche. Due sono i paradigmi che vengono identificati come strutturanti l’intervento terapeutico: il complementarismo cioè la complementarietà di più discipline, con i propri strumenti conoscitivi, nella lettura di un fenomeno; e il decentramento culturale cioè quella capacità di cogliere la logica intrinseca della narrazione fatta dall’altro, soprattutto quando l’altro proviene da un paese diverso ed è quindi portatore di universi simbolici e culturali differenti. Una posizione interiore, intellettuale, emozionale, corporea che viene protetta e promossa dalla presenza del gruppo. Il de-centramento presuppone che si accetti di moltiplicare i riferimenti di lettura di un fatto e che si cerchi di co-costruire con l’altro questa lettura possibile. Nella clinica transculturale alcuni parametri sembrano essere stabiliti: la necessità di un gruppo di terapeuti, l’importanza di poter usare la propria lingua madre, quindi la presenza del traduttore. Infatti la conoscenza culturale condivisa permette di esprimersi per sottintesi e impliciti, la sonorità del linguaggio è significativa. Infine la necessità di partire dalle rappresentazioni culturali del paziente.  Il gruppo dei terapeuti poi costituisce l’esperienza più creativa per poter analizzare il controtransfert culturale: “ alla fine di ogni seduta il gruppo si sforza di mettere in luce il controtrsfert di ogni terapeuta, con una discussione sulle emozioni provate da ognuno, sugli impliciti, sulle teorie che hanno condotto a pensare una data cosa….”8                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       &lt;br /&gt;Ripensando al nostro percorso ritrovo molte affinità con gli assetti transculturali, in questa ottica possiamo dire che noi eravamo in un assetto metaculturale9.  &lt;br /&gt; Non avevamo allora conoscenza di questa complessità ma l’esperienza psicoanalitica  nella sua dimensione più profonda, l’esperienza psicoanalitica vissuta nella propria analisi personale, in quella di gruppo, nei percorsi formativi di gruppi esperienziali e  supervisioni. Tutte esperienze basate sul rispetto dell’altro, sulla discrezione dell’ascolto e delle domande, sull’interesse alla possibilità della mente di pensare e di esperire emozioni vere, sulla fiducia di potersi addentrare nelle zone più inquietanti e spaventose, perché sostenuti da una presenza rassicurante, ci hanno permesso di addentrarci in territori sconosciuti di inquietante alterità, di pensieri, di esperienze, di teorie, di vissuti. La modulazione dell’esperienza di gruppo e nel gruppo ci ha permesso credo, quella attenzione al decentramento, al complentarismo dei linguaggi e all’analisi del controtransfert culturale.&lt;br /&gt;La distruttività che la guerra comporta è un’effrazione specifica della psiche che non può essere pensata solo come una vicenda intrapsichica.  Il gruppo, visto da questo vertice di articolazione, ha cercato di ricreare il “quadro” sociale lacerato, frantumato e disorganizzato. L’attenzione al gruppo  appare tanto più necessaria quanto più l’identità individuale è stata frammentata e distorta nei suoi legami di appartenenza sociale.&lt;br /&gt;Nella nostra esperienza sono diversi i gruppi che si intrecciano fin dall’inizio e che permettono di creare contenitori affidabili in cui portare domande e bisogni.&lt;br /&gt;Il primo gruppo è quello Istituzionale e Politico: “Spazio pubblico”, depositario primo delle angosce, del caos, dei bisogni di operatori e istituzioni  sconvolti dalla guerra , un gruppo che permette che un gruppo di medici, psicologi e psichiatri – all’inizio solo donne -  del luogo organizzino  il loro lavoro a Casa Amica. Una casa, un contenitore concreto ed un contenitore mentale a cui si possono rivolgere le donne ed i bambini traumatizzati nel corpo e nell’animo dagli orrori che hanno vissuto. Il problema nella realtà di questa guerra interetnica è che l’espulsione del pensiero negativo non è seguito dal sollievo, ma dalla conferma nella realtà esterna di una situazione di fame, di morte , di violenza, di perversione, di insensatezza. &lt;br /&gt;Poter pensare  nel gruppo e raccontare è stato per i pazienti, è stato per le colleghe, un primo momento di trasformazione.&lt;br /&gt;Abbiamo visto lo sforzo delle colleghe di Tuzla di pensare insieme per affrontare il trauma psichico individuale e collettivo. Con acuta sensibilità Nicoletta Goldschmidt scrive “Il gruppo bosniaco ha trovato una prima risposta: un luogo e un tempo per la cura, per prendersi cura, Casa Amica, un luogo sicuro e i gruppi terapeutici con la loro periodicità…”&lt;br /&gt;Il terzo gruppo  è quello che nasce dal nostro incontro con le colleghe di Tuzla ,  un gruppo per contenere un gruppo. In quel contesto, abbiamo cercato di fare un  lavoro mirato a restituire il senso di un’esperienza , di ricostruire trame  narrative che permettono di vedere nuovi punti. Quando la violenza ha toccato il cuore dell’identità sociale e personale, l’esperienza del trauma da guerra rimane intangibile, il trauma rimane lesione irreparabile ma il sollievo dato dalle narrazioni individuali e collettive nasce da una sorta di scongelamento del pensiero stesso attraverso il contatto con menti o contenitori capaci di accogliere e restituire calore.  &lt;br /&gt;Nei  gruppi c’erano le voci delle donne , dei bambini e adolescenti  dei casi clinici, delle terapeute e dei terapeuti, la coppia mista, le diverse nazionalità e religioni. Il gruppo  come microcosmo che contiene e riflette il macrocosmo. Nella presentazione e discussione dell’esperienza clinica dei colleghi bosniaci, nei riferimenti alle storie personali, esperienze segnate da lutti e cambiamenti, abbiamo colto difficoltà e rischi assieme a uno sforzo continuo di trovare le parole, di costruire ipotesi.&lt;br /&gt;Mary Abed si pone la domanda  se si può essere contemporaneamente terapeute e pazienti e indica il rischio di una ambiguità: “ le terapeute bosniache, mentre assumono il ruolo di mediatrici linguistiche, in senso lato culturale, nel medesimo tempo chiedono aiuto anche per se stesse. Hanno vissuto e vivono regolarmente il dramma quotidiano della guerra, della fame, della povertà e , soprattutto, dell’insicurezza fisica e psicologica - pensiamo ai bombardamenti indiscriminati. In riferimento ai diversi modelli analitici, si può essere contemporaneamente terapeute e pazienti?” &lt;br /&gt;La risposta è si, nel senso che solo attraverso la consapevolezza e l’oscillazione continua tra il proprio mondo interno e quello dell’altro, il perturbante dell’alterità nel setting terapeutico può essere pensato.&lt;br /&gt;Noi stesse abbiamo attraversato momenti di accecamento, di dubbio, di inadeguatezza, di impotenza. Come dice Corrao: “nel gruppo, la funzione interpretativa non è necessariamente inserita nel conduttore o in uno dei suoi membri, ma è connessa al sistema, nel senso che questo sistema si costituisce come un contesto autointerpretantesi in modo continuo o discontinuo…gli eventi del gruppo sono polidimensionali”10.&lt;br /&gt;Il gruppo ha condiviso l’angoscia di un trauma  presente, invasivo e contagioso quale un trauma di massa può essere, e ha cercato parole e ha sopportato silenzi. Noi eravamo nel gruppo, ma eravamo anche l’altro che può condividere e portare “fuori”, ed immettere in circoli comunicativi e quindi vitali ciò che poteva rimanere chiuso nella solitudine ed inabissarsi nel silenzio. Dopo ogni viaggio ci  siamo confrontate con le diverse sensazioni ed emozioni che ci avevano abitate: come se in quelle particolari situazioni fosse necessario un orientamento che rischiavamo ad ogni viaggio di perdere.  E ci siamo a volte perse ma, come sottolinea Neri a proposito di momenti perturbanti nel gruppo: “se però si tollera lo smarrimento e la confusione,  sufficientemente a lungo, continuando ad associare e a pensare, emergeranno nel gruppo una nuova direzione ed un nuovo senso.”11  Con queste modalità di accecamento  e disorientamento, di attenzione e memoria,  abbiamo cercato di addentrarci nella catastrofe per sostenere esperienze  di pensabilità, di trasformazione e di coesione in quella oscillazione tra la funzione elaborativa individuale e quella  gruppale, che come scrive Corrente: “permette lo strutturarsi di un campo dove potranno essere accolti gli eventi e svilupparsi le trasformazioni analitiche attraverso le quali approdare alla costruzione di un contenitore gruppale adatto a ri-significare le esperienze vissute: quella storia unica e particolare che ogni gruppo genera.” 12&lt;br /&gt; Le trasformazioni avviate e sostenute nel  campo  del gruppo e sostenute dal pensiero di gruppo proseguiranno per ognuno con modulazioni proprie. A volte è necessario un tempo lungo perché un pensiero, una parola nuovi permettano la pensabilità dell’esperienza.  Come abbiamo scritto:  “Allora chi ascoltava non poteva far altro che aspettare e contemporaneamente andare a proprie differenti esperienze che potessero fare da “ponte” senza confondersi le une nelle altre.  Abbiamo cercato di costruire un legame  con persone lontane, geograficamente e non solo,  caratterizzato da un continuo rimando di pensieri  ed emozioni per cominciare a rappresentare anche la novità di nuove situazioni sociali ma anche psichiche”13. &lt;br /&gt;Non possiamo che avere la speranza che le idee e i pensieri continuino a nascere e a scambiarsi in modo da mettere in luce ciò che, in altri momenti, ancora non poteva essere pensato.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7857606800177210418-1503011128489750844?l=controlaguerra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://controlaguerra.blogspot.com/feeds/1503011128489750844/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/05/riflessioni-intorno-al-convegno-di.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/1503011128489750844'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/1503011128489750844'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/05/riflessioni-intorno-al-convegno-di.html' title='Riflessioni intorno al convegno di Venezia &quot;vita in comunità traumatizzate&quot;'/><author><name>Donne in nero Padova  donneinnero.padova@gmail.com</name><uri>http://www.blogger.com/profile/08395108538400298838</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='21' src='http://3.bp.blogspot.com/_0-6Ar37J2Bc/S6T6miTqAQI/AAAAAAAAABk/dh-4RJWJ3Ns/S220/IM000137.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7857606800177210418.post-8287686499287704148</id><published>2011-05-05T11:03:00.001+02:00</published><updated>2011-05-05T11:05:12.273+02:00</updated><title type='text'>Voci da Israele</title><content type='html'>Mizrachi, Ebrei orientali solidarizzano con la Primavera araba&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ritengo particolarmente interessante questa lettera, che ho tradotto perché i lettori del Manifesto possano conoscere una realtà interna allo Stato Israeliano poco pubblicizzata e poco nota. Prendono la parola i giovani&lt;br /&gt;Mizrachi, i figli e i nipoti, come loro stessi dicono, di quegli ebrei che sbarcarono spesso non volontariamente in Israele tra la fine degli anni 40 e gli anni 60 del secolo scorso provenienti da una larga gamma di paesi de mondo arabo e musulmano, dal Marocco all’Irak, alla Siria, allo Yemen, alla Turchia, all’Iran e addirittura all’India. Questi ebrei arabi, che negli anni ’60- ’70 cominciarono ad essere designati con l’etichetta unificante (e fuorviante) di “Mizrachi”, ebrei orientali, erano parte integrante del mondo musulmano ed arabo e lo erano stati da tempo spesso immemorabile, ma furono costretti ad assumere una identità “israeliana” e finirono per essere discriminati, considerati dei paria all’interno della stessa Israele, che rinnegava ogni suo legame (costituzionale, come giustamente Asor Rosa diceva qualche anno fa: Israele era oriente e si fa occidente) con il mondo arabo e musulmano, antagonizzato e demonizzato ai fini della costruzione dello stato sionista.&lt;br /&gt;In tutti questi anni  i Mizrachi sono spesso stati usati  strumentalmente come burattini e truppe d’assalto dalla destra israeliana più estrema, che ne sfruttava il loro complesso di inferiorità nei confronti delle elites israeliane discendenti dagli ebrei dell’Europa “bianca” e soprattutto dell’Europa dell’Est (Askenaziti) al potere. Alcuni Mizrachi che hanno raggiunto posizioni di potere lo hanno fatto incrementando i ranghi della estrema destra.&lt;br /&gt;Per questo, la presa di coscienza dei  profondi legami culturali  e sociali con i loro coetanei arabi e l’ammirazione per la loro rivolta politica è estremamente importante: può  far emergere  una nuova spaccatura di classe nella società israeliana e inserire un cuneo di lotta sociale che crei un fronte di rivendicazioni comuni, sia con gli altri cittadini israeliani arabi, circa il 20% della popolazione, che con le lotte palestinesi contro l’occupazione.  La “cementificazione” della società israeliana contro un comune nemico arabo e palestinese può così cominciare a franare dall’interno.&lt;br /&gt;Stefania Sinigaglia, rete Ebrei contro l’Occupazione (ECO)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lettera  aperta dei giovani Mizrachi ai loro coetanei Arabi (Jewish Peace News, 25 aprile 2011)&lt;br /&gt;“Ruh Jedida: un nuovo spirito per il 2011”&lt;br /&gt;(tradotta dall’ebraico in inglese da Chana Morgenstern)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Noi, in quanto discendenti delle comunità ebraiche del mondo arabo e musulmano, del Medio Oriente e del Maghreb, e in quanto  seconda e terza generazione degli ebrei Mizrachi d’Israele, guardiamo con grande esaltazione e curiosità al ruolo di primo piano che uomini e donne della nostra generazione stanno svolgendo con tanto coraggio nelle manifestazioni a favore della libertà e del cambiamento  in tutto il mondo arabo. Noi ci identifichiamo con voi e siamo pieni di speranza per il futuro di rivoluzioni che hanno già avuto successo in Tunisia e in Egitto. Noi siamo egualmente addolorati e preoccupati per le grandi perdite di vite umane in Libia, in Bahrain, in Yemen, in Siria e molti altri luoghi della regione. La protesta della nostra generazione contro la repressione e regimi oppressivi e crudeli, le sue invocazioni di cambiamento, libertà e instaurazione di governi democratici che alimentino la partecipazione ai processi politici, segna un momento drammatico nella storia del Medio Oriente e del Nord Africa, una regione che per generazioni è stata lacerata tra varie forze, internamente ed esternamente, e i cui leader hanno spesso calpestato i diritti politici, economici e culturali dei loro cittadini.&lt;br /&gt;Noi siamo Israeliani, i figli e i nipoti degli ebrei che vissero in Medio Oriente e in Nord Africa per centinaia e migliaia di anni. I nostri antenati, uomini e donne, contribuirono allo sviluppo della cultura di quell’area, e ne furono parte integrante. Quindi la cultura del mondo islamico, i legami multi-generazionali  e l’identificazione con questa regione è una componente essenziale della nostra identità.&lt;br /&gt;Noi siamo parte della storia religiosa, culturale, linguistica  del Medio Oriente e del Nord Africa, sebbene piuttosto ci sembra di essere i figli dimenticati della sua storia: prima di tutto, in Israele, che proietta se stesso e la sua cultura in una terra di mezzo tra Europa e  Nord America. E poi nel mondo arabo, che spesso accetta la dicotomia  tra arabi e ebrei e la visione fantasmatica di tutti gli ebrei come europei, e che ha preferito reprimere la storia degli ebrei arabi  in quanto capitolo minore o persino inesistente della sua storia. Ed infine, tra le stesse comunità dei Mizrachi, che sulla scia del colonialismo occidentale, del nazionalismo ebraico e del nazionalismo arabo, hanno cominciato a vergognarsi del loro passato nel mondo arabo. Di conseguenza, noi abbiamo provato  a fonderci con la corrente culturalmente dominante (della società israeliana), cancellando o minimizzando il nostro passato. Gli influssi reciproci e i rapporti tra cultura araba e cultura ebraica sono stati sottoposti a violente forzature, volte a cancellarli nelle generazioni più giovani, ma testimonianze (di tali incroci) si possono ancora&lt;br /&gt;trovare in molte sfere della nostra vita, comprese la musica, la preghiera, la lingua e la letteratura.&lt;br /&gt;Desideriamo esprimere la nostra identificazione e la nostra speranza in questa fase di transizione, nella nostra generazione, della storia del Medio Oriente e del Nord Africa,  e ci auguriamo che aprirà le porte alla libertà e alla giustizia, ed a una equa distribuzione delle risorse di questa regione.&lt;br /&gt;Noi ci rivolgiamo a voi, nostri coetanei nel mondo arabo e musulmano, e cerchiamo un dialogo leale che ci potrà includere nella storia e nella cultura della regione. Guardavamo con invidia alle immagini che venivano dalla&lt;br /&gt;Tunisia e da Piazza Al-Tahrir, ammirando la vostra capacità di esprimere e organizzare una resistenza civile non-violenta  che ha portato centinaia di migliaia di persone nelle strade e nelle piazze, e che ha infine costretto i vostri leader a dimettersi.&lt;br /&gt;Anche noi viviamo in un regime che  in realtà, a dispetto delle sue pretese di essere “illuminato” e “democratico”, non rappresenta larghe fette della sua popolazione effettiva nei Territori Occupati e dentro i confini  della Linea&lt;br /&gt;Verde. Questo regime calpesta i diritti economici e sociali della maggior parte dei suoi cittadini, sta riducendo le libertà democratiche, e costruisce barriere razziste contro gli ebrei arabi, il popolo arabo, e la cultura araba. A differenza dei cittadini di Tunisia e Egitto, siamo ben lontani dall’avere la capacità di costruire il tipo di solidarietà tra vari gruppi che vediamo nei vostri paesi, un movimento solidale che ci permetterebbe di unirci e di marciare insieme – tutti noi che viviamo qui – nelle pubbliche piazze, per chiedere un regime civile che sia giusto e inclusivo dal punto di vista culturale, sociale ed economico.&lt;br /&gt;Noi crediamo che, in quanto ebrei Mizrachi israeliani, la nostra lotta per avere diritti economici, sociali e culturali, deve basarsi sull’idea che un cambiamento politico non può dipendere dalle potenze occidentali che hanno sfruttato la nostra regione e i suoi abitanti per molte generazioni.  Un vero cambiamento può solo venire da un dialogo intra-regionale e inter-religioso che si riconnetta alla diverse lotte e ai movimenti attualmente attivi nel mondo arabo. Nello specifico, dobbiamo dialogare ed essere solidali con le lotte dei cittadini Palestinesi di Israele che combattono per eguali diritti economici e politici e per l’abolizione delle leggi razziste, e con la lotta del popolo palestinese che vive sotto occupazione israeliana nella West Bank e a Gaza, quando chiede la fine dell’occupazione e l’indipendenza nazionale Palestinese.&lt;br /&gt;Nella nostra precedente lettera scritta in seguito al discorso di Obama al Cairo  nel 2009, noi auspicavamo la nascita di una identità democratica medio-orientale e una nostra inclusione in essa. Ora esprimiamo la speranza che la nostra generazione, attraverso il mondo arabo, musulmano ed ebraico, sia una generazione di ponti rinnovati che travalichi i muri e le ostilità create dalla generazioni precedenti e possa rinverdire il profondo dialogo umano senza il quale non ci possiamo capire: tra ebrei, sunniti, shiiti e cristiani, tra curdi, berberi, turchi e persiani, tra mizrachi e askenaziti, e tra palestinesi e israeliani. Noi facciamo riferimento al passato che abbiamo in comune con voi, per guardare speranzosi ad un futuro in comune.&lt;br /&gt;Noi abbiamo fede in un dialogo intra-regionale, il cui fine sarà quello di riparare e riabilitare ciò che è stato distrutto durante le generazioniprecedenti, come catalizzatore di un rinnovamento del modello Andaluso di una&lt;br /&gt;cultura partecipata musulmano-ebraico-cristiana, se Dio vorrà, Insha’Allah, e di un sentiero che conduca ad un’epoca d’oro per i nostri paesi. Ma una tale epoca non potrà arrivare senza eguali diritti di cittadinanza democratica, eguale distribuzione di risorse, di opportunità, di educazione, eguaglianza tra donne e uomini, senza l’accettazione di ognuno a prescindere dalla fede, razza, posizione sociale, genere, orientamento sessuale o appartenenza etnica.&lt;br /&gt;Tutti questi diritti hanno la stessa importanza nella costruzione della nuova società cui aspiriamo. Noi ci impegnamo a raggiungere questi obiettivi all’interno di un processo di dialogo tra i popoli del Medio Oriente e del Nord Africa, e un dialogo interno tra le diverse comunità ebraiche dentro Israele e nel mondo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(Seguono una sessantina di firme)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7857606800177210418-8287686499287704148?l=controlaguerra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://controlaguerra.blogspot.com/feeds/8287686499287704148/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/05/voci-da-israele.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/8287686499287704148'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/8287686499287704148'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/05/voci-da-israele.html' title='Voci da Israele'/><author><name>Donne in nero Padova  donneinnero.padova@gmail.com</name><uri>http://www.blogger.com/profile/08395108538400298838</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='21' src='http://3.bp.blogspot.com/_0-6Ar37J2Bc/S6T6miTqAQI/AAAAAAAAABk/dh-4RJWJ3Ns/S220/IM000137.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7857606800177210418.post-2675316450741392844</id><published>2011-05-05T10:39:00.001+02:00</published><updated>2011-05-05T10:55:39.958+02:00</updated><title type='text'>Incontro con Elena Pulcini a cura del Centro Pandora</title><content type='html'>&lt;br /&gt;Venerdì 13 Maggio 2011 - ore 16.00&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sala Nassirya, Piazza Capitaniato - Padova&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Libertà delle donne e&lt;br /&gt;cura del mondo&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Essere capaci di cura vuol dire scoprirsi fragili e avere paura per il mondo”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Incontro con&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Elena Pulcini&lt;br /&gt;Prof. Ordinaria di Filosofia sociale, Dipartimento di Filosofia, Università di Firenze&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7857606800177210418-2675316450741392844?l=controlaguerra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://controlaguerra.blogspot.com/feeds/2675316450741392844/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/05/incontro-con-elena-pulcini-cura-del.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/2675316450741392844'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/2675316450741392844'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/05/incontro-con-elena-pulcini-cura-del.html' title='Incontro con Elena Pulcini a cura del Centro Pandora'/><author><name>Donne in nero Padova  donneinnero.padova@gmail.com</name><uri>http://www.blogger.com/profile/08395108538400298838</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='21' src='http://3.bp.blogspot.com/_0-6Ar37J2Bc/S6T6miTqAQI/AAAAAAAAABk/dh-4RJWJ3Ns/S220/IM000137.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7857606800177210418.post-6867932816051028632</id><published>2011-05-05T10:33:00.004+02:00</published><updated>2011-05-05T23:35:19.362+02:00</updated><title type='text'>Convegno a Ca Foscari    9 Maggio 2011 ore 15,30</title><content type='html'>Vita in comunità traumatizzate.  Conversazioni con...Irfanka Pašagic ´&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;   Università Ca’Foscari&lt;br /&gt;   Venezia Dipartimento di Studi Linguistici e Culturali Comparati&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Partecipano:&lt;br /&gt;Bruna Bianchi (Università Ca’ Foscari Venezia)&lt;br /&gt;Gianfranco Bettin (Assessore alle Politiche giovanili e pace, Comune di Venezia)&lt;br /&gt;Donatella Cozzi (Università Ca’ Foscari Venezia)&lt;br /&gt;Donne in nero di Padova&lt;br /&gt;Serena Forlati (Università di Ferrara)&lt;br /&gt;Giuseppe Goisis (Università Ca’ Foscari Venezia)&lt;br /&gt;Francesco Leoncini (Università Ca’ Foscari Venezia)&lt;br /&gt;Milovan Pisarri (Università Ca’ Foscari Venezia)&lt;br /&gt;Debora Turchetto (Ginecologa e Psicoterapeuta)&lt;br /&gt;Incontro organizzato con la collaborazione del Centro pace del Comune di Venezia&lt;br /&gt;Lunedì 9 maggio 2011&lt;br /&gt;Ca’ Foscari, Aula Baratto&lt;br /&gt;ore 15.30&lt;br /&gt;È prevista la traduzione consecutiva in italiano.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7857606800177210418-6867932816051028632?l=controlaguerra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://controlaguerra.blogspot.com/feeds/6867932816051028632/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/05/vita-in-comunita-traumatizzate.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/6867932816051028632'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/6867932816051028632'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/05/vita-in-comunita-traumatizzate.html' title='Convegno a Ca Foscari    9 Maggio 2011 ore 15,30'/><author><name>Donne in nero Padova  donneinnero.padova@gmail.com</name><uri>http://www.blogger.com/profile/08395108538400298838</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='21' src='http://3.bp.blogspot.com/_0-6Ar37J2Bc/S6T6miTqAQI/AAAAAAAAABk/dh-4RJWJ3Ns/S220/IM000137.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7857606800177210418.post-4472477892856049315</id><published>2011-05-03T13:49:00.001+02:00</published><updated>2011-05-04T13:28:13.036+02:00</updated><title type='text'>Srebrenica,oltre il trauma</title><content type='html'>Srebrenica, oltre il trauma&lt;br /&gt;Luka Zanoni - 20.04.2005 – Osservatorio dei Balcani&lt;br /&gt;Il lavoro di Irfanka Pasagic e dell'associazione "Tuzlanska Amica", da anni in contatto con associazioni ed enti locali italiani per sostenere le vittime di Srebrenica e della guerra, nella difficile situazione sociale della Bosnia di Dayton. La storia, le attività, le iniziative in programma per il decennale &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Irfanka Pasagic è psichiatra. Dal 1992, con l'associazione Tuzlanska Amica, lavora con le vittime della guerra e dei lager, in prevalenza donne e minorenni. "In BiH ci sono circa un milione e mezzo di persone che                                                      soffrono di problemi psichici dovuti alla guerra, il cosiddetto PTSD (Post Traumatic Stress Disorder)…. Per poter fare in modo che le vittime metabolizzino il loro vissuto cerchiamo di trovare il modo di dialogare con                                                      loro, di far emergere quanto è accaduto, ma la difficoltà è enorme, soprattutto con le famiglie di Srebrenica. Non riusciremo a risolvere i loro traumi, finché l'esumazione e l'identificazione dei corpi non sarà effettuata".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Di cosa si occupa l'associazione per cui lavora? &lt;br /&gt;Abbiamo iniziato a lavorare nel 1992, con donne violentate e con donne che erano state rinchiuse in campi di concentramento. Ben presto ci siamo resi conto che con loro vi erano molti bambini e non potevamo aiutare le donne senza aiutare anche i loro bambini. Vi erano anche uomini, ma non abbiamo mai avuto alcun progetto specifico su di loro. E' un problema, è difficile reperire fondi per progetti sugli uomini. Senza dubbio sono comunque i bambini la categoria più a rischio, ed è su di loro che stiamo concentrando le nostre attività. Attualmente comunque stiamo lavorando anche con ragazzi di diciott'anni. Sono usciti dall'orfanotrofio ed ora si ritrovano sulla strada: in situazioni drammatiche, molti di loro sono tossicodipendenti. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Considerati adulti ma senza alcuna possibilità di esserlo pienamente? &lt;br /&gt;A diciott'anni non sono in grado di essere indipendenti e per loro trovare un lavoro è praticamente impossibile. E' una nostra responsabilità quella di aiutarli. Molti di loro sono originari dell'area di Srebrenica. Vi sono villaggi dove tutte le case sono state ricostruite tranne quelle dei bambini che hanno perso i propri genitori. E questo di non avere un posto dove questi ragazzi possano vivere è un grosso problema anche per noi come associazione, che proviamo ad occuparci di questi "giovani adulti". &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Vi sostiene in quest'attività qualche associazione internazionale? &lt;br /&gt;Grazie alla regione Emilia Romagna siamo riusciti a comperare una casa. Ne abbiamo trovata una proprio a&lt;br /&gt;Tuzla. I ragazzi verranno a vivere qui. E poi cercheremo di avviarli ad una professione. Non si tratterà solo di farli finire la scuola e prendere un diploma, che rischia di rimanere carta straccia, ma vogliamo che imparino una vera professione in modo che nel giro di due anni siano in grado di ottenere un lavoro. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Avete psicologi che lavorano insieme a voi? &lt;br /&gt;Io stessa sono psichiatra, e con l'associazione collaborano anche uno psicologo ed alcuni assistenti sociali. Se serve ci sostiene anche un esperto in legge. In parte la nostra attività si svolge nella casa che abbiamo acquistato, e poi lavoriamo soprattutto sul campo. Andiamo direttamente dalle famiglie, la nostra intenzione è di aiutare la famiglia nel suo complesso. Non solo le madri e le figlie, ma le intere famiglie sono state ferite. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quali i problemi principali che incontrate? &lt;br /&gt;Vi sono molte famiglie senza uomini. Il sistema patriarcale secondo il quale l'uomo si occupava del mantenimento della famiglia e la donna se ne stava a casa è andato in mille pezzi. Molte donne non si sentono in grado di assumersi anche queste responsabilità "maschili" e noi cerchiamo di dare loro forza e coraggio. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dal punto di vista psicologico? &lt;br /&gt;In BiH ci sono circa un milione e mezzo di persone che soffrono di problemi psichici dovuti alla guerra, il cosiddetto PTSD (Post Traumatic Stress Disorder). Vi è un diffuso uso di sostanze stupefacenti, un problema che non vi era prima della guerra. Vi è una situazione sociale molto difficile e seguendo il desiderio di possedere qualcosa molti minori finiscono col prostituirsi. Tutto questo provoca gravi depressioni ed il tasso di suicidi è in aumento. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Vi sono altri progetti con i quali collaborate? Qualcuno che si occupi di questi disturbi anche a livello nazionale? &lt;br /&gt;Sfortunatamente no. L'assistenza psico-sociale è molto scarsa in questo Paese. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma a livello nazionale non vi è alcuna strategia per il sostegno delle persone che hanno subito traumi&lt;br /&gt;durante la guerra? &lt;br /&gt;Vi sono molti documenti scritti a livello nazionale, che impostano una sorta di strategia per la Bosnia Erzegovina. Purtroppo sono però lettera morta. Non esiste alcuna strategia effettiva. Vi è anche una grande mancanza di informazione in merito alle perone che soffrono di questi traumi. Abbiamo provato a fare qualche cosa attraverso l'UNICEF in collaborazione con alcune scuole: da questa nostra ricerca volta ad individuare quanti bambini soffrono di problemi psicologici sono emersi dati catastrofici! Vi erano molti bambini che presentavano sintomi preoccupanti, bambini che non erano neppure nati durante la guerra ma che avevano sintomi di cosiddetti traumi secondari. Nelle grosse città vi sono istituzioni ed ONG [organizzazioni non governative, ndr] che si occupano di questi problemi. A Tuzla ad esempio ve ne sono parecchie. Ma basta spostarsi nei villaggi a soli 20 km e non si trova un solo psicologo. Per questo abbiamo deciso di costituire team mobili, sempre sul campo. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A livello pratico come operate? Come aiutate la gente a metabolizzare questi traumi? &lt;br /&gt;Il modo migliore per farlo è attraverso le conversazioni. La gente in questo modo può raccontare ciò che riesce a raccontare, ciò che ha subito, il modo nel quale attualmente rivive il proprio passato. Poi vi sono famiglie i cui cari sono scomparsi. In molti di questi casi non è ancora partita una rielaborazione del trauma. Non riescono sino a quando i corpi dei propri cari non vengono identificati. Tutto è connesso. Vi sono molte situazioni patologiche rispetto alle quali non possiamo che dare il nostro sostegno, senza pensare di riuscire                                                                               a risolvere il trauma. Poi vi sono anche altri problemi. Ad esempio quando sfollati rientrano nei luoghi dove hanno subito i traumi e dove vi sono ancora criminali di guerra che non sono stati arrestati. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si tratta di situazioni che si verificano quotidianamente? &lt;br /&gt;Vi è ad esempio una donna con la quale lavoriamo che aveva quattro figli. Sono stati tutti e quattro uccisi. Due di questi dal vicino, che lei ora incontra ogni giorno. In casi come questo non ci si può aspettare che questa donna superi il trauma se in qualche modo non viene riconosciuta la colpa di quell'uomo e quest'ultimo non viene punito per quanto ha fatto. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In che misura riuscite ad avere successo con i vostri interventi? &lt;br /&gt;Il nostro progetto presenta molti aspetti e molti obiettivi che non sono misurabili. Molti dei bambini che seguiamo sono adottati a distanza, dall'Italia. Hanno contatti con le famiglie che li aiutano. Per loro è fondamentale ricevere quest'amore incondizionato e non egoista. E' molto difficile per persone traumatizzate dimostrare il proprio amore, i propri sentimenti. Non possiamo dire che una madre non ami il proprio figlio ma semplicemente non è in grado di dimostrare quando lo ami. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;State organizzando iniziative per il prossimo decennale di Srebrenica? &lt;br /&gt;Parteciperemo senza dubbio alle commemorazioni del prossimo 11 luglio. In questo collaboreremo con alcune associazioni italiane e cercheremo di promuovere un'iniziativa nella quale si riesca a parlare dei traumi della guerra e dell'importanza che le vittime conoscano la verità su quanto è accaduto.                                                                               Parteciperemo anche alla cosiddetta "marcia della morte". Abbiamo inoltre in cantiere il progetto di promuovere un gemellaggio tra gli studenti di Srebrenica e studenti della Scuola internazionale estiva Alex Langer, in modo che possano scambiare idee ed esperienze. Speriamo inoltre per quella data di aver pronto un libro che raccoglierà una serie di scritti dei bambini di Srebrenica in merito a quanto accaduto in quell'atroce 1995. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una scheda sull'associazione Tuzlanska Amica tratta dal mensile Una città &lt;br /&gt;Tuzlanska Amica è un'associazione nata a Tuzla nell'ambito di una rete internazionale, "Ponti di donne tra i confini", creata nel 1993 dalle donne di Spazio Pubblico di Bologna assieme ad altre donne della ex Jugoslavia. L'obiettivo originario è la creazione di un centro per l'assistenza e la cura delle donne traumatizzate. Di lì a poco Spazio Pubblico e il Gvc lanciano la prima campagna di raccolta fondi per finanziare un progetto ginecologico-sanitario. Le attività cominciano però solo nel settembre 1994 in coordinamento con Bologna e Friburgo. Le principali attività di Tuzlanska Amica consistono in assistenza medica ginecologica e generica, sostegno psichiatrico e terapia psicologica, attività culturali e ricreative per i bambini. Dalle donne l'intervento progressivamente si orienta anche verso i gruppi familiari, assistendo bambini, anziani, disabili. &lt;br /&gt;La situazione più drammatica resta comunque quella delle campagne. Nella maggior parte dei casi infatti i musulmani in fuga da Srebrenica, Zvornik, Bratunac, Bijelijna, Brcko e l'area circostante si sono limitati a occupare le case abbandonate dai serbi, spesso già pesantemente danneggiate, dove ancora oggi sopravvivono in abitazioni prive di porte, finestre, acqua, elettricità e, cosa più grave, completamente isolati e dimenticati. Tra l'altro, in queste zone, la famiglia-tipo è composta da nonni e nipotini, perché la generazione di mezzo è stata decimata dalla guerra. Tuzlanska Amica ha però presto avuto la felice intuizione che i casi più difficili non si sarebbero presentati all'associazione per chiedere aiuto. Bisognava quindi andare a cercarli. Così da qualche anno, in collaborazione con un progetto finanziato da una fondazione olandese, Mala Sirena, è stato allestito un team mobile (assistente sociale, psicologa, medico) che gira per le zone più isolate, individuando i casi più difficili e attivandosi dapprima con un aiuto di tipo umanitario, per poi verificare l'opportunità di un intervento anche psicologico per i componenti più vulnerabili del nucleo familiare, ossia donne e bambini. In realtà non è infrequente che si presentino anche uomini a chiedere aiuto all'associazione. La pulizia etnica che ha colpito la Bosnia ha decimato la popolazione maschile, i superstiti hanno spesso riportato gravi traumi in seguito alla detenzione nei centri di detenzione, alla perdita dei familiari, per non parlare della gravissima frustrazione –parliamo di una società, specie nelle campagne, ancora profondamente patriarcale- per non aver saputo proteggere la parte più debole della famiglia, ossia donne e bambini.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7857606800177210418-4472477892856049315?l=controlaguerra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://controlaguerra.blogspot.com/feeds/4472477892856049315/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/05/srebrenicaoltre-il-traauma.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/4472477892856049315'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/4472477892856049315'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/05/srebrenicaoltre-il-traauma.html' title='Srebrenica,oltre il trauma'/><author><name>Donne in nero Padova  donneinnero.padova@gmail.com</name><uri>http://www.blogger.com/profile/08395108538400298838</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='21' src='http://3.bp.blogspot.com/_0-6Ar37J2Bc/S6T6miTqAQI/AAAAAAAAABk/dh-4RJWJ3Ns/S220/IM000137.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7857606800177210418.post-7170256195910678187</id><published>2011-05-03T13:41:00.001+02:00</published><updated>2011-05-05T10:58:33.162+02:00</updated><title type='text'>Le donne dell'Aquila</title><content type='html'>&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/-RxDkcXQ4GnE/Tb_qbiw351I/AAAAAAAAACk/qJ1oWZ1lQ0c/s1600/locandina-donne-terre-mutate.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 283px; height: 400px;" src="http://3.bp.blogspot.com/-RxDkcXQ4GnE/Tb_qbiw351I/AAAAAAAAACk/qJ1oWZ1lQ0c/s400/locandina-donne-terre-mutate.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5602454220381349714" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7857606800177210418-7170256195910678187?l=controlaguerra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://controlaguerra.blogspot.com/feeds/7170256195910678187/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/05/le-donne-dellaquila.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/7170256195910678187'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/7170256195910678187'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/05/le-donne-dellaquila.html' title='Le donne dell&apos;Aquila'/><author><name>Donne in nero Padova  donneinnero.padova@gmail.com</name><uri>http://www.blogger.com/profile/08395108538400298838</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='21' src='http://3.bp.blogspot.com/_0-6Ar37J2Bc/S6T6miTqAQI/AAAAAAAAABk/dh-4RJWJ3Ns/S220/IM000137.JPG'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/-RxDkcXQ4GnE/Tb_qbiw351I/AAAAAAAAACk/qJ1oWZ1lQ0c/s72-c/locandina-donne-terre-mutate.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7857606800177210418.post-4669443940287479255</id><published>2011-05-03T11:37:00.000+02:00</published><updated>2011-05-03T11:39:10.002+02:00</updated><title type='text'>Comunicato unitario contro i bombardamenti in Libia</title><content type='html'>COMUNICATO UNITARIO DEL “COORDINAMENTO2APRILE” CONTRO I BOMBARDAMENTI IN LIBIA&lt;br /&gt;e prime adesioni a questo appello&lt;br /&gt;con l’invito a far circolare nei propri indirizzari e nelle proprie reti&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;COORDINAMENTO 2 APRILE&lt;br /&gt;Le persone, le organizzazioni e le associazioni che in questo periodo hanno sentito la necessità,&lt;br /&gt;attraverso appelli, prese di posizioni e promozione di iniziative, di levare la propria voce&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;CONTRO LA GUERRA E LA CULTURA DELLA GUERRA&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;PER FERMARE I MASSACRI, I BOMBARDAMENTI E PER IL CESSATE IL FUOCO IN LIBIA&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;PER SOSTENERE LE RIVOLUZIONI E LE LOTTE PER LA LIBERTÀ E LA DEMOCRAZIA&lt;br /&gt;DEI POPOLI MEDITERRANEI E DEI PAESI ARABI&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;PER L'ACCOGLIENZA E LA PROTEZIONE DEI PROFUGHI E DEI MIGRANTI&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;·       CONTRO LE DITTATURE, I REGIMI, LE OCCUPAZIONI MILITARI,&lt;br /&gt;LE REPRESSIONI IN CORSO&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;·        PER IL DISARMO, UN'ECONOMIA ED UNA SOCIETÀ GIUSTA E SOSTENIBILE&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;ESPRIMONO&lt;br /&gt;LA LORO NETTA OPPOSIZIONE AL COINVOLGIMENTO DELL’ITALIA&lt;br /&gt;NEI BOMBARDAMENTI IN LIBIA&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;alla luce&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;dell’articolo 11 della nostra Costituzione&lt;br /&gt;·        del passato coloniale del nostro paese e delle stragi ad esso collegate&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;·        del sostegno e delle armi dati al regime di Gheddafi fino all’ultimo momento&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;·        del non impegno per il cessate il fuoco e l’apertura di corridoi umanitari per i profughi&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;·        della ripresa dei respingimenti dei migranti&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;·        della mancanza di una dignitosa politica di accoglienza&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;·        del silenzio colpevole e gravissimo contro la strage di oppositori disarmati in Siria&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;·        del disimpegno totale sulla transizione democratica in Tunisia e in Egitto&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;·        della complicità con la occupazione militare in Palestina e con l’assedio a Gaza&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;NON C’E’ NIENTE DI UMANITARIO NELLE BOMBE ITALIANE IN LIBIA&lt;br /&gt;C’E’ SOLO LA DIFESA DI INTERESSI ECONOMICI, ENERGETICI, STRATEGICI&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;La popolazione libica schiacciata dalla guerra e dalla dittatura e i popoli di tutto il mondo arabo&lt;br /&gt;hanno bisogno di un’altra politica italiana ed europea&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;METTIAMO IN CAMPO TUTTE LE INIZIATIVE POSSIBILI DI DENUNCIA E SOLIDARIETA’&lt;br /&gt;PER IL CESSATE IL FUOCO&lt;br /&gt;PER DIFENDERE E AFFERMARE DAVVERO&lt;br /&gt;LA DEMOCRAZIA, LA PACE E LA GIUSTIZIA, TUTTI I I DIRITTI UMANI, SOCIALI E CIVILI&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;http://coordinamento2aprile.blogspot.com/&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Prime adesioni&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Sud, ACS, Altra Agricoltura, ARCI, Associazione Amici della Mezzaluna Rossa, Associazione Culturale Punto Rosso, Associazione Mediterranea, Associazione Obiettori Nonviolenti, Associazione per la pace, Associazione Rinnovamento Sinistra, Associazione Ya Basta Italia, Attac Italia, Centro Balducci, CIPAX, CISDA, COBAS, Comitato Difesa Scuola Pubblica, Comitato Piazza Carlo Giuliani, Coordinamento Studentesco Universitario, European Alternatives Italia, Fiom-Cgil, Forum Ambientalista, Lunaria, Movimento Nuovi Profili, Rete della Conoscenza, Rete Internazionale Donne per la Pace, Rete Studenti Medi, Senzaconfine, Sinistra Euromediterranea – Rete@Sinistra, Unione degli Universitari, WILPF, Associazione Culturale Casa Rossa – Spoleto, Associazione Yakaar Italia Senegal, Casa per la pace – Milano, Centro Solidarietà Alta Maremma, Comitato Fiorentino Fermiamo la Guerra, Comitato Italia Amig@s Sem Terra, Comitato Pace Rachel Corrie, Convergenza delle Culture, Genova Laica, Genova Popolo Viola, Gruppo Sconfinate, Rete Antirazzista IV Municipio Roma, Stelle Cadenti – Artisti per la pace, Tavola Pace e Cooperazione – Pontedera, Usciamo dal Silenzio e Restiamo Umani –Genova&lt;br /&gt;FdS; PdCI, Prc, SeL, Sinistra Critica&lt;br /&gt;Mimmo Pantaleo, Elettra Deiana, Luciano Favaro, Eugenio Melandri, Silvana Pisa e molti altri.&lt;br /&gt;Per aderire: coordinamento2aprile@gmail.com&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7857606800177210418-4669443940287479255?l=controlaguerra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://controlaguerra.blogspot.com/feeds/4669443940287479255/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/05/comunicato-unitario-contro-i.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/4669443940287479255'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/4669443940287479255'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/05/comunicato-unitario-contro-i.html' title='Comunicato unitario contro i bombardamenti in Libia'/><author><name>Donne in nero Padova  donneinnero.padova@gmail.com</name><uri>http://www.blogger.com/profile/08395108538400298838</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='21' src='http://3.bp.blogspot.com/_0-6Ar37J2Bc/S6T6miTqAQI/AAAAAAAAABk/dh-4RJWJ3Ns/S220/IM000137.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7857606800177210418.post-8905685793074892513</id><published>2011-05-03T11:15:00.000+02:00</published><updated>2011-05-03T11:19:17.491+02:00</updated><title type='text'>Le madri Iraniane</title><content type='html'>BARBARA ANTONELLI: LE MADRI DEI TULIPANI A TEHERAN&lt;br /&gt;[Dal sito di "Noi donne" (www.noidonne.org) col titolo "Iran. Le madri dei tulipani" &lt;br /&gt; &lt;br /&gt;La liberazione dei prigionieri per i reati di opinione, il processo ai responsabili delle incarcerazioni, torture e uccisioni avvenute dopo le elezioni presidenziali del giugno 2009, l'abolizione della tortura e della condanna a morte. Sono queste le richieste delle Madri di Parco Laleh.&lt;br /&gt;Come le Madri argentine di Plaza de Mayo, come le Donne in Nero nate a Gerusalemme alla fine degli anni Ottanta, e le donne curde del Galata Sarai, a Istanbul, con le foto dei loro figli scomparsi. Come loro, le Madri in lutto iraniane, le madri del sabato, non permettono che l'ingiustizia subita dai loro mariti, figli, fratelli venga dimenticata.&lt;br /&gt;Oltre 6.000 iraniani sono stati arrestati a partire dal giugno 2009, secondo i dati diffusi dall'organizzazione Human Rights Watch. Molti di loro rimangono in detenzione senza alcuna specifica accusa.&lt;br /&gt;86 persone sono state uccise dall'inizio del 2011, secondo i dati diffusi da sei organizzazioni in difesa dei diritti umani (tra cui Hrw, Amnesty, Reporters Without Borders). Almeno otto tra quelli uccisi a gennaio erano prigionieri politici, accusati di "moharebeh" cioe' di "ostilita' a Dio".&lt;br /&gt;Maryam Hekmatshoar, attivista iraniana trapiantata in Germania, del gruppo a sostegno delle Madri del Parco Laleh racconta: "Nel 2009 dopo le elezioni presidenziali in Iran, quando si scopri' che quelle elezioni erano state truccate, centinaia di migliaia di manifestanti scesero in piazza a Tehran, e tante donne accorsero per sostenere le Madaran Azadar, le madri in lutto".&lt;br /&gt;Il 20 giugno, Neda Agha-Soltan, una ragazza che manifestava a Tehran, nei pressi del Parco Laleh (il Parco dei Tulipani), durante le proteste duramente represse dalle autorita', fu brutalmente uccisa e la sua morte ripresa da un video amatoriale che ha fatto il giro del mondo. Una settimana dopo le madri che non avevano avuto il permesso di seppellire i loro figli vittime di quelle repressioni, ne' di piangerli, decisero di manifestare in quel luogo, nel Parco dei Tulipani. Contro gli arresti di massa dei dissidenti, contro una politica repressiva che nega alle associazioni e ai movimenti anche di manifestare. Contro chi non ha permesso alle famiglie nemmeno di rivedere i corpi dei propri cari.&lt;br /&gt;Una decisione nata e sostenuta dall'appello di Shirin Ebadi, Premio Nobel per la Pace 2003, che nel corso di una manifestazione a luglio del 2009, da Amsterdam, invito' le donne di tutto il mondo a ritrovarsi nello stesso giorno e alla stessa ora, ogni sabato alle 18, in un parco delle loro citta'. Cosi' altre donne in paesi europei si sono mobilitate per dare voce alle Madri del Parco Laleh, organizzando gruppi di sostegno e proteste nei parchi di tutto il mondo, a Oslo, Dortmund, Francoforte, Amburgo, Londra, Parigi, Vienna, Los Angeles. In Italia quell'appello e' stato raccolto dalle Donne in Nero, che a fine febbraio hanno rilanciato una campagna a loro sostegno. "Non solo in segno di solidarieta' - spiega Luisa Morgantini, gia' vicepresidente del Parlamento Europeo - ma perche' ci riconosciamo nella forza che le donne hanno nel respingere la violenza".&lt;br /&gt;Dal giugno del 2009 le madri iraniane, in silenzio, vestite di nero, con in mano i ritratti dei loro figli uccisi o incarcerati si sono radunate ogni sabato. Per mesi. La polizia governativa ha cominciato ad assalirle, maltrattarle, arrestarle ripetutamente, ma loro hanno continuato. A meta' gennaio sempre Amnesty lancio' un appello per la liberazione di 33 madri, malmenate dalla polizia (dieci finirono in ospedale) e incarcerate nel centro di Vozara (a Tehran). Ora le autorita' iraniane hanno deciso che nemmeno la protesta silenziosa e pacifica e' piu' consentita.&lt;br /&gt;"Sono idealmente le madri di tutti gli iraniani, dei condannati a morte, dei torturati, dei prigionieri politici. Non piangono ne' chiedono giustizia solo per i loro figli ma per tutti quelli che sono stati dimenticati, che non hanno nemmeno piu' una madre che pianga per loro", spiega ancora Maryam Hekmatshoar.&lt;br /&gt;Tra le donne iraniane in prigione ancora oggi, ci sono attiviste, avvocate, giornaliste, studentesse. "Come e' avvenuto per una mia stretta collaboratrice - spiega Shirin Ebadi - Nasrin Sotudeh, che conosco da oltre venti anni e che da sempre combatte contro la pena di morte". Nasrin e' in carcere da oltre 6 mesi, condannata a 11 anni di reclusione e 20 di interdizione dalla professione di avvocato. "Nei giorni successivi al suo arresto (avvenuto a settembre 2010, ndr) - continua Ebadi - le hanno chiesto di testimoniare contro se stessa, lei non ha accettato e la persona che la interrogava ha giurato che avrebbe chiesto al giudice di darle piu' di 10 anni di carcere. I tribunali iraniani non sono indipendenti, ma 'a disposizione' degli agenti governativi. Ho presentato il suo caso all'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani e Navy Pillay ha promesso di dare assoluta priorita' al caso di Nasrin".&lt;br /&gt;In carcere, Nasrin ha rifiutato di mettere la benda sugli occhi per incontrare i suoi familiari, quindi le autorita' le hanno negato tutte le visite; solo a meta' febbraio e' riuscita a vedere i suoi figli, di 4 e 11 anni, per la prima volta da settembre.&lt;br /&gt;"Dopo la Cina, l'Iran e' il paese con il piu' alto numero di pene capitali - spiega il Premio Nobel - negli ultimi due anni le esecuzioni sono triplicate, e tra le persone giustiziate vi sono anche i detenuti politici, tra cui anche minori. In Iran infatti l'eta' della responsabilita' penale e' molto bassa, 15 anni per i maschi e 9 anni per le femmine, questo vuol dire che se una bambina commette un reato, puo' essere giustiziata".&lt;br /&gt;Il sito ufficiale in lingua inglese delle Madri del Parco Laleh e': www.madaraneparklale.org&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7857606800177210418-8905685793074892513?l=controlaguerra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://controlaguerra.blogspot.com/feeds/8905685793074892513/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/05/le-madri-iraniane.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/8905685793074892513'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7857606800177210418/posts/default/8905685793074892513'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://controlaguerra.blogspot.com/2011/05/le-madri-iraniane.html' title='Le madri Iraniane'/><author><name>Donne in nero Padova  donneinnero.padova@gmail.com</name><uri>http://www.blogger.com/profile/08395108538400298838</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='21' src='http://3.bp.blogspot.com/_0-6Ar37J2Bc/S6T6miTqAQI/AAAAAAAAABk/dh-4RJWJ3Ns/S220/IM000137.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7857606800177210418.post-5078012861718265051</id><published>2011-05-03T08:12:00.003+02:00</published><updated>2011-05-03T08:15:55.470+02:00</updated><title type='text'>Documento italiano per il convegno internazionale delle donne in nero -Bogotà  Agosto 2011</title><content type='html'>DALLA RETE DELLE DIN ITALIANE: MILITARIZZAZIONE E PRATICHE DELLE DIN&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La situazione italiana&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Malgrado l’articolo 11 della nostra Costituzione (“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”), l’Italia è un paese in guerra che combatte fuori dai propri confini, come in Kossovo, in Afghanistan e ora in Libia. L’Italia fa parte della NATO, e va ricordata la gravità della trasformazione degli scopi dell’alleanza fatta col trattato del 1999, che ha spostato la strategia da difensiva  a offensiva, l’ha allargata a tutto il mondo ed estesa agli interessi (economici, energetici ecc..), con diritto di difenderli se minacciati. Questa appartenenza vincola e impone, insieme all’adeguamento di eserciti e armamenti, l’espropriazione dei territori destinati a basi e comandi militari, l’uso militare di porti, aeroporti e ferrovie, e anche una politica estera di uso della forza per i propri interessi, esercitando così una forma di dominio del mondo e  una continua minaccia per la pace.&lt;br /&gt;L’Italia è un paese in crisi economica e politica: insieme a una distribuzione sempre più disuguale della ricchezza, assistiamo all’attacco alle istituzioni democratiche e ad una fortissima spinta all’accentramento del potere nelle mani del governo, insofferente di ogni controllo democratico. “Il potere è in mano a persone di sesso e/o di mente maschile sovente impreparate e attente soprattutto a interessi propri o di cricca troppo spesso sporchi e dannosi. Elementi evidenti di questa situazione sono il totale disinteresse dei governi verso la società e l’ambiente – e il conseguente degrado dell’una e dell’altro; la riduzione dei diritti di molte/i per favorire i privilegi di pochi; la criminalizzazione dei diversi (dai migranti, ai rom, a chiunque dissenta) e l’impunità dei potenti, la precarizzazione di chi lavora e la marginalizzazione sempre più spinta delle fasce deboli.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La militarizzazione&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Vi sono fatti molto espliciti, come l’aumento delle spese militari, che è contemporaneo ai tagli degli investimenti per salute, istruzione, assistenza, previdenza, ambiente, cultura; il nostro paese è oggi all’ottavo posto al mondo per le spese militari ed è impegnato in 27 missioni all’estero.1 In Italia vi sono 110 basi militari USA/NATO, anche con testate nucleari, e se ne costruiscono di nuove, come a Vicenza. La presenza militare contamina l’ambiente nei luoghi di guerra, ma anche nelle basi militari, nei  poligoni di tiro, nel cielo e nel mare. L’Italia è coinvolta nella produzione, vendita e traffico di armi (al 10° posto per l’esportazione) anche verso paesi in conflitto del sud del mondo, facilitato da accordi bilaterali di cooperazione in ambito militare e della sicurezza, come quelli con Israele e con la Libia.&lt;br /&gt;Vi è anche una militarizzazione interna: si militarizzano le coste e le frontiere; la paura e l’ostilità per la pressione migratoria rendono disumana e feroce la repressione dei migranti e il Mediterraneo diventa area di conflitti e sempre di più una tomba per coloro che fuggono da povertà e guerre – di cui spesso siamo responsabili.&lt;br /&gt;Questo modello militare repressivo è adottato anche per la “sicurezza” interna: ad esempio l’esercito viene usato in funzione di ordine pubblico nei mercati cittadini;  le sterminate discariche della zona di Napoli sono sorvegliate da militari, interdette ai cittadini come zone militari, coperte da segreto militare; il dissenso viene represso e trattato come problema di ordine pubblico. Insieme alle telecamere installate nelle nostre città, la deplorevole situazione di monopolio e censura dei mezzi di comunicazione di massa ci ricorda ogni giorno che siamo cittadine a diritti limitati.&lt;br /&gt;Per militarizzazione non intendiamo solo la presenza di militari, armi, basi; pensiamo anche alla militarizzazione delle menti. “La  parola sicurezza viene ripetuta ossessivamente nei giornali, radio, televisioni, nei discorsi ufficiali; gli uomini e ancor più le donne, dovrebbero guardarsi dagli altri, gli immigrati, i musulmani, i rom e sentire solo un incontrollato sentimento di paura, gestibile  col tenere lontano il diverso da sé, in particolare con l’uso della forza, meglio se armata. La legittimazione dell’uso della forza è anche per difendere le donne dal barbaro invasore, mentre è in forte aumento la violenza domestica contro le donne e le bambine/i. insieme a un progressivo sgretolamento dei principi fondativi di uno stato che costituzionalmente si definisce laico, vediamo un ruolo sempre più invasivo della chiesa cattolica in ambito scolastico e assistenziale, con una pesante influenza sulle scelte in merito alla bioetica e leggi che tendono a imporre il controllo sul corpo delle donne e a ridurne i diritti acquisiti e l’autodeterminazione.&lt;br /&gt;Si diffonde - attraverso parate militari, interventi dell’esercito  nelle scuole, l’uso sempre più diffuso di una retorica e un linguaggio nazionalisti e militaristi - una cultura di guerra che ritiene normale, anzi giusto se non eroico, il ricorso alle armi. Si avvalla così un  processo di normalizzazione della guerra. Chi, come noi, vive in Occidente lontano dai luoghi di conflitto armato, non vede le sofferenze altrui, il martirio di intere popolazioni ed ha una consapevolezza pressoché nulla nei confronti delle responsabilità politiche delle potenze occidentali che scatenano le guerre.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le nostre pratiche&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In questa fase del nostro percorso politico ci siamo accorte di non poterci dedicare esclusivamente ai temi e alle pratiche finora percorse ma di doverci occupare del nostro paese insieme alle donne di altre associazioni e collettivi, insomma abbiamo assunto la consapevolezza che il nostro è diventato simile ai “luoghi difficili” ai quali abbiamo rivolto la nostra attenzione in tutti questi anni. Malgrado le difficoltà della situazione economica e politica attuale, malgrado la crisi dei movimenti pacifisti, pur consapevoli di essere minoranza, continuiamo con le nostre pratiche radicando le nostre azioni a partire dalla realtà in cui viviamo; la nostra pratica politica si basa sul partire da sé e sulla rilettura delle nostre esperienze confrontate insieme alle donne del gruppo e della rete, anche attraverso riflessioni suscitate da letture condivise: cerchiamo di sviluppare un libero pensiero che si origina dal desiderio di ogni donna di darsi parola oltre l'insignificanza nella quale è stata obbligata.&lt;br /&gt;Oltre alle uscite periodiche con volantini organizziamo interventi nelle scuole o rivolti alla cittadinanza, per denunciare, fare informazione, educare, in special modo attraverso testimonianze dirette. Cerchiamo di riprendere spazi di parola, che sempre di più si stan
