Come donne in nero di Padova desideriamo condividere informazioni e riflessioni intorno alla guerra.

Crediamo che la guerra mostri oggi la sua totale crudeltà e inutilità.

10 ottobre 2018

VERSO UNA GIUSTIZIA FEMMINISTA

Centro Pandora, Centro Veneto Progetti Donna, Donne in Nero e Librati invitano a un incontro per  riflettere insieme sulle molteplici violenze che subiscono le donne e cercare insieme quali risposte dare al loro bisogno di giustizia.
Ragioneremo insieme di giustizia femminista, del valore della presa di parola pubblica e delle possibili pratiche di cambiamento.

Abbiamo invitato delle ospiti - Tamar Pitch e Annarosa Buttarelli - perché ci aiutino nella riflessione con la loro competenza e la loro esperienza.

Tamar Pitch è professoressa ordinaria di Filosofia del diritto presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Perugia, dove insegna anche Sociologia del diritto e Femminismo giuridico. È socia fondatrice e vice-presidente dell’associazione delle giuriste italiane. A lei si devono libri importantissimi per lo sviluppo delle ricerche sul rapporto tra diritto/diritti e femminismo nell’ambito della filosofia e della sociologia del diritto. Tra le sue numerose pubblicazioni ricordiamo: T. Pitch, Un diritto per due. La costruzione giuridica di genere, sesso, sessualità, Il Saggiatore (1998); I diritti fondamentali: differenze culturali, disuguaglianze sociali, differenza sessuale, Giappichelli (2004); La Società della Prevenzione, Carocci (2006); Contro il Decoro. L’uso pubblico della pubblica decenza, Laterza (2013).

Annarosa Buttarelli insegna Filosofia della storia all’Università di Verona e dal 1988 fa parte della Comunità filosofica Diotima. Impegnata da anni nel pensiero e nella politica della differenza, è autrice di numerosi saggi e curatele, tra cui Duemilaeuna. Donne che cambiano l’Italia, (Pratiche 2000); Una filosofa innamorata. María Zambrano e i suoi insegnamenti (Bruno Mondadori 2004); Il pensiero dell’esperienza, con Federica Giardini (Baldini Castoldi Dalai 2008), Sovrane. L’autorità femminile al governo, il Saggiatore, Milano 2017.

VI ASPETTIAMO!




07 settembre 2018

CONTRO L’INDIFFERENZA, DALLA PARTE DELL’UMANITÀ


"Intorno a noi si vedono cose che nella mia mente suonano come già sentite. C'è una violenza, adesso, nelle persone che da tempo non rilevavo… Io che ho vissuto Auschwitz sulla mia pelle, vi avverto: attenti a questa campagna d’odio".

Liliana Segre


è disumano abbandonare i migranti in mare e impedirne il soccorso.
è disumano fomentare odio verso chi ha solo il desiderio di vivere meglio,
o semplicemente sopravvivere.
è disumano speculare politicamente sulla tragedia di uomini e donne in fuga
in balia di bande di trafficanti.
è disumano alimentare paure, odio e falsità:
-      in Italia non c’è un’invasione: dall’inizio del 2017 a giugno 2018 sono arrivate 135.935 persone (dati UNHCR), poco più dello 0,2% della popolazione italiana;
-      le vere emergenze sono le guerre, le dittature, le carestie e la fame, da cui fuggono molte delle persone che cercano di raggiungere l’Italia e l’Europa. E sono emergenze in gran parte dovute alle politiche neo-coloniali dell’Occidente;
-      la vera emergenza sono le 34371 persone morte o disperse nel canale di Sicilia negli ultimi 15 anni, vittime del rifiuto di concedere loro regolari visti di ingresso.



Davanti a scelte di governo così disumane e irresponsabili non possiamo stare in silenzio, non perché siamo “buone” ma perché vogliamo continuare ad essere umane e razionali. Diciamo:

NON IN NOSTRO NOME :

respingimenti e violenze sui migranti
navi bloccate, porti e frontiere chiusi
difesa privata armata
armi italiane alla Libia
discredito e divieto di operare per le ONG
xenofobia e razzismo!
mala accoglienza, sfruttamento dei migranti
schedatura e discriminazione di rom, sinti, poveri, senza fissa dimora

Restiamo umane! Restiamo umanI!

Tutti, “noi” e “gli altri”, abbiamo bisogni, paure, desideri; solo imparando a conoscerci e a vivere insieme potremo sentirci TUTTI e TUTTE più sicuri e NON AVERE PAURA.

Manifestiamo in nero e in silenzio 
mercoledì 12 settembre dalle 18 alle19
a Padova in Piazzetta della Garzeria


Donne in Nero – Padova


06 settembre 2018

PARLIAMO DI GIUSTIZIA FEMMINISTA CON LEPA MLAĐENOVIĆ


L’approccio femminista alla giustizia implica che il razionale e l’emotivo hanno uguale valore; per esempio, che una sentenza di tribunale è importante per la giustizia quanto l’opportunità per le superstiti di incontrarsi e danzare insieme. È a partire dal benessere delle donne che hanno subito ingiustizie che si misura cos’è la giustizia.
                                                              Lepa Mlađenović

Donne in Nero, Centro Pandora, Librati, Centro Veneto Progetti Donna

invitano

venerdì 14 settembre alle17
presso la Libreria delle donne, Librati
(Via S. Gregorio Barbarigo, 91, Padova)

L’incontro si colloca nell'ambito del percorso sulla giustizia femminista costruito lungo questi mesi a Librati all'interno del gruppo di riflessione politica "Il femminismo che è stata la mia festa".





Lepa Mlađenović è un'attivista femminista, lesbica che si batte contro la guerra. Lavora come consulente femminista per le donne vittime di violenza maschile di guerra a Belgrado. Dal 1991, inizio della guerra nell'ex-Jugoslavia, entra a far parte delle Donne in Nero contro la guerra, gruppo femminista antifascista e contro la guerra che si opponeva al regime serbo.
Come femminista radicale e insieme ad altre femministe ha fondato a Belgrado un centro di consulenza e aiuto per le donne vittime della violenza maschile - che in seguito è diventato l'Autonomous Women's Center.
E' attiva anche sul piano internazionale, all'interno dei seguenti network internazionali quali: LFA (Lesbian feminist activist), FLIPSUR (Feminist list against rape in war in territory of Yugoslavia), LQ_FEAST (Lesbians and queer feminist list of Europe). Ha contribuito alla creazione del Tribunale delle donne dei Balcani.

VI ASPETTIAMO!




24 agosto 2018

SACROSANTA DISOBBEDIENZA

Condividiamo questa dichiarazione di Ilaria Boiano

"Non mi basta che scendano 27 minori e neppure che scendano 11 donne. Devono essere tutti immediatamente liberati e a prescindere da quello che hanno visto i loro occhi o subìto i loro corpi di bambini/uomini/donne. Con queste 177 persone è tenuta sotto sequestro la libertà di tutti/tutte noi. Siamo in uno Stato nel quale un ministro sta privando arbitrariamente della libertà personale 177 persone e dinanzi a tale condotta i comunicati stampa sono una risposta ridicola. Davvero il nostro ordinamento non ha baluardi efficaci contro queste derive autoritarie? In una catena di comando qualsivoglia sottoposto può sindacare l'ordine impartitogli dal proprio superiore, ogni qualvolta la disposizione emessa appaia palesemente illegittima. Obbedire ad ordini illegittimi implica rispondere del medesimo reato alla pari del superiore che ha dato l'ordine. È l'articolo 51 del nostro codice penale che lo prevede. È sufficiente un atto di sacrosanta disubbidienza: abbassate quei ponti e fate scendere quell'umanità." grazie Ilaria Boiano



11 luglio 2018

non dimenticare Srebrenica!


 “Il passato non è mai soltanto il passato. Può essere il nostro presente o addirittura il nostro futuro: tutto dipende dal modo in cui ce ne occupiamo…. Se cerchiamo di seppellire quanto è avvenuto, di dimenticarlo, non faremo altro che aiutarlo a tornare per ricordarci che è ancora vivo e vegeto”.
Queste sono parole di Dasa Drndic, una scrittrice croata che in un libro intitolato “Trieste”,  narrando storie ambientate a Trieste durante la seconda guerra mondiale, affronta il tema della memoria e della responsabilità.
Sono parole adatte a ricordare l'anniversario del genocidio di Srebrenica, il più grande crimine commesso sul territorio europeo dopo la seconda guerra mondiale. Nel luglio 1995, forze armate della Repubblica Srpska, comandate da Ratko Mladić, attualmente sotto processo all’Aja, occuparono Srebrenica, che in quell’epoca era una città che doveva essere protetta dalle Nazioni Unite, una città sotto assedio da 3 anni, affamata e bombardata.
Il regime di Milošević procurò assistenza militare, logistica, finanziaria e politica alle forze serbo-bosniache.
Secondo le statistiche ufficiali furono uccisi 8.372 ragazzi e uomini musulmani-bosniaci, mentre 30.000 donne, bambini e anziani furono deportati; le famiglie continuano a cercare i resti di circa 10.000 persone.
Complici di questo massacro oltre alle Nazioni Unite anche Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna che, pur essendo al corrente dell’intenzione di Mladic di far scomparire completamente la popolazione bosniaca musulmana dall’intera regione, scelsero di sacrificare Srebrenica per arrivare alla pace con i serbi.

Ma non c’è pace senza giustizia e resta ancora molta strada da fare per vivere in pace.

Oggi a Potocari, nel luogo dove risiedevano i caschi blu che avrebbero dovuto proteggere la popolazione musulmana che invece consegnarono ai militari serbi, sorge un memoriale dove le madri hanno deciso di seppellire i loro figli tutti insieme, nel luogo dove li avevano visti vivi per l’ultima volta. 

Vogliamo esprimere la nostra solidarietà alle persone sopravvissute, perché il loro dolore venga riconosciuto e i loro diritti rispettati, per esigere che si continui a cercare giustizia senza farsi condizionare da calcoli politici, perché tutti si assumano le loro responsabilità, anche noi che spesso rischiamo di essere spettatori di fronte alle tragedie che continuano a insanguinare il mondo e che ci chiedono di prendere posizione.

Come ha detto una donna bosniaca che ha perso un figlio e una figlia, torturati e uccisi:

“Oggi mi batto per la pace e la giustizia. Finché vivo mi batterò contro l’odio”


Donne in Nero di Belgrado in piazza 
per ricordare le 8377 vittime del genocidio