Come donne in nero di Padova desideriamo condividere informazioni e riflessioni intorno alla guerra.

Crediamo che la guerra mostri oggi la sua totale crudeltà e inutilità.

11 luglio 2018

non dimenticare Srebrenica!


 “Il passato non è mai soltanto il passato. Può essere il nostro presente o addirittura il nostro futuro: tutto dipende dal modo in cui ce ne occupiamo…. Se cerchiamo di seppellire quanto è avvenuto, di dimenticarlo, non faremo altro che aiutarlo a tornare per ricordarci che è ancora vivo e vegeto”.
Queste sono parole di Dasa Drndic, una scrittrice croata che in un libro intitolato “Trieste”,  narrando storie ambientate a Trieste durante la seconda guerra mondiale, affronta il tema della memoria e della responsabilità.
Sono parole adatte a ricordare l'anniversario del genocidio di Srebrenica, il più grande crimine commesso sul territorio europeo dopo la seconda guerra mondiale. Nel luglio 1995, forze armate della Repubblica Srpska, comandate da Ratko Mladić, attualmente sotto processo all’Aja, occuparono Srebrenica, che in quell’epoca era una città che doveva essere protetta dalle Nazioni Unite, una città sotto assedio da 3 anni, affamata e bombardata.
Il regime di Milošević procurò assistenza militare, logistica, finanziaria e politica alle forze serbo-bosniache.
Secondo le statistiche ufficiali furono uccisi 8.372 ragazzi e uomini musulmani-bosniaci, mentre 30.000 donne, bambini e anziani furono deportati; le famiglie continuano a cercare i resti di circa 10.000 persone.
Complici di questo massacro oltre alle Nazioni Unite anche Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna che, pur essendo al corrente dell’intenzione di Mladic di far scomparire completamente la popolazione bosniaca musulmana dall’intera regione, scelsero di sacrificare Srebrenica per arrivare alla pace con i serbi.

Ma non c’è pace senza giustizia e resta ancora molta strada da fare per vivere in pace.

Oggi a Potocari, nel luogo dove risiedevano i caschi blu che avrebbero dovuto proteggere la popolazione musulmana che invece consegnarono ai militari serbi, sorge un memoriale dove le madri hanno deciso di seppellire i loro figli tutti insieme, nel luogo dove li avevano visti vivi per l’ultima volta. 

Vogliamo esprimere la nostra solidarietà alle persone sopravvissute, perché il loro dolore venga riconosciuto e i loro diritti rispettati, per esigere che si continui a cercare giustizia senza farsi condizionare da calcoli politici, perché tutti si assumano le loro responsabilità, anche noi che spesso rischiamo di essere spettatori di fronte alle tragedie che continuano a insanguinare il mondo e che ci chiedono di prendere posizione.

Come ha detto una donna bosniaca che ha perso un figlio e una figlia, torturati e uccisi:

“Oggi mi batto per la pace e la giustizia. Finché vivo mi batterò contro l’odio”


Donne in Nero di Belgrado in piazza 
per ricordare le 8377 vittime del genocidio


27 giugno 2018

CRISTINA LIBERA SUBITO !

Esprimiamo la nostra vicinanza e il nostro sostegno al CISDA, di cui Cristina Cattafesta è la Presidente, in questo momento di forte preoccupazione per la sua detenzione prolungata in un centro di espulsione nella località di Gaziantep, in attesa della decisione di Ankara sulla sua sorte.
Attivista per i diritti umani e contro la guerra , al fianco delle Donne Afghane, con il CISDA ora anche impegnata sulla causa curda, amica da sempre delle Donne in Nero, Cristina è un esempio di impegno internazionale senza sosta.
In questo quadro si inserisce la sua accettazione del ruolo di osservatore internazionale nei seggi delle zone curde, in una tornata elettorale presidenziale molto importante e delicata specie per il popolo curdo.
Ora siamo in attesa di sviluppi positivi e che Cristina possa congiungersi al resto della delegazione e ritornare in Italia al più presto.
Nel caso in cui la sua detenzione dovesse prolungarsi, siamo a disposizione per qualunque iniziativa si voglia prendere in proposito da parte del CISDA.



Donne in Nero italiane



Comunicato Stampa
Con preghiera della massima diffusione

Mia sorella Cristina Cattafesta è stata fermata domenica scorsa, 24/06/2018 nel giorno delle elezioni in Turchia, nel sud est del paese, nella città di Batman. Doveva svolgere il ruolo di Osservatrice Internazionale per le elezioni presidenziali e parlamentari insieme a una delegazione di sei persone del C.I.S.D.A - Coordinamento Italiano a Sostegno delle Donne Afghane di cui lei è Presidente.
È stata fermata per un controllo dalla Polizia turca insieme ad altri nove osservatori, tutti espulsi ma non trattenuti.
Il 25 giugno il procedimento contro Cristina si è concluso con una sentenza di espulsione dalla provincia di Batman, con conseguente trasferimento nel Dipartimento Immigrazione. Giunge oggi la notizia che mia sorella sarà trasferita in un Centro di espulsione a Gaziantep e i tempi perché possa tornare a casa sono ad oggi incerti.
Cristina è un’attivista, da sempre in prima fila per la tutela dei diritti umani per i soggetti più discriminati come le donne e i bambini. La sua è una scelta di impegno sociale e civile che noi sorelle e tutta la sua famiglia, amici inclusi, riteniamo dia prestigio alla comunità intera.
Chiediamo il massimo impegno delle Istituzioni e della società civile italiana nel riportare immediatamente Cristina a Milano.

La famiglia di Cristina Cattafesta

23 giugno 2018

DALLA PARTE DELL'UMANITA'



è disumano abbandonare i migranti in mare e discriminare le persone sulla base della loro etnia.
è disumano fomentare l’odio contro chi ha solo il desiderio di vivere meglio o anche solo di sopravvivere.
è disumano speculare politicamente sulla tragedia di uomini e donne in fuga in balia di bande di trafficanti.
è disumano alimentare paure, odio e falsità nei confronti di 130.000 Rom e Sinti, lo 0,03% della popolazione italiana, di cui la metà sono bambini e di cui 80.000 sono cittadini italiani a tutti gli effetti, alcuni presenti sul territorio dal 1500.

In Italia non c’è un’invasione, un’emergenza immigrati: dall'inizio del 2015, sono arrivate 121.000 persone di cui il 78% uomini, il 12% donne e il 10% bambini. Una cifra che corrisponde allo 0,2% della popolazione italiana.
Le vere emergenze sono quelle da cui fuggono molte delle persone che cercano di raggiungere il nostro paese e l’Europa rischiando la vita pur di sfuggire a guerre e dittature, carestie e fame. La vera emergenza è rappresentata dalle 34.371 persone morte o disperse nel canale di Sicilia negli ultimi 25 anni, vittime del rifiuto dei Paesi Europei di concedere regolari visti di ingresso.
In Italia ci sono 5 milioni di poveri e 20 milioni a rischio di povertà: se arriva qualcuno che attribuisce la responsabilità di questa situazione a immigrati o a rom, è facile che questi diventino capri espiatori.

Si disumanizza l’altro, si criminalizza il diverso per impedirci di identificarci con il suo dolore.

Non possiamo stare in silenzio davanti a scelte di governo così disumane e irresponsabili, non perché siamo “buone” ma perché vogliamo continuare ad essere umane e razionali.


Per questo saremo in piazzetta della Garzeria a Padova
mercoledì 27 giugno alle 18

-       per dire NON IN NOSTRO NOME le politiche di chiusura di porti e frontiere, espulsioni di immigrati, schedatura e discriminazione di rom, sinti, poveri, senza fissa dimora
-       per dire RESTIAMO UMANE - RESTIAMO UMANI: nessun essere umano è illegale, tutti - “noi” e “gli altri” - abbiamo bisogni, paure, desideri, solo imparando a conoscerci e a vivere insieme potremo tutti sentirci più sicuri e non avere paura.


Donne in Nero di Padova

donneinnero.padova@gmail.com


14 giugno 2018

Femminismo e esperienza giuridica


Donne in Nero e Centro Pandora vi invitano a partecipare, venerdì 22 giugno alle ore 18:00 alla Libreria delle Donne di Padova, Librati,  a un incontro organizzato nell'ambito del gruppo di riflessione politica di Lìbrati. 
Ormai da diversi mesi, il gruppo di riflessione politica si sta confrontando con il tema della giustizia femminista
Durante l'evento avremmo l'occasione di ascoltare Ilaria Boiano, curatrice insieme ad Anna Simone, del volume "Femminismo ed esperienza giuridica. Pratiche, argomentazione, interpretazione" (Edizioni Efesto).

https://www.facebook.com/giustiziafemminista/


Dalla quarta di copertina:

Storicamente il rapporto tra il pensiero femminista e il diritto ha restituito modelli interpretativi che si sono andati strutturando secondo l'approccio dicotomico dell'essere 'per' o 'contro' lo stesso diritto. In questo volume, attraverso il consolidamento di un pensiero in grado di attraversare la complessità, si supera questa dicotomia rimettendo al centro l'esperienza delle pratiche processuali, l'argomentazione, l'interpretazione delle norme e dei fatti sociali. La dottrina dell'esperienza giuridica quando viene messa in questione a partire dal pensiero femminista, non solo incarna il diritto, ma struttura un linguaggio che mira a cambiare ab origine l'approccio ad esso, individuando nessi e scarti, controversie, argomentazioni ed interpretazioni utili a rigenerarlo dall'interno, senza mai cedere ad approcci massimalisti, ideologici, banali: con una casistica che va dalla maternità surrogata ai diritti umani e fondamentali, da alcune sentenze esemplari relative alla violenza contro le donne alle pratiche processuali all'interno del diritto penale,d al lavoro delle Corti regionali, del Tribunale delle donne in Sarajevo sino al successo della nozione di vulnerabilità nel diritto internazionale.

Ilaria Boiano, ha conseguito il dottorato di ricerca in Legge penale e Diritti della persona presso la Scuola superiore Sant'Anna di Pisa. E' avvocata specializzata nella difesa dei diritti delle donne nel processo penale e nell'assistenza alle donne migranti e richiedenti asilo. Fa parte dell'ufficio legale dell'associazione Differenza Donna ONG. Nel 2015 con la casa editrice Ediesse ha pubblicato il volume "Femminismo e processo penale"
 

08 giugno 2018

Respingere la tentazione dell'indifferenza verso le ingiustizie e le sofferenze

Il discorso di Liliana Segre in senato

Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, colleghi senatori, prendendo la parola per la prima volta in quest'Aula non possa fare a meno di rivolgere innanzitutto un ringraziamento al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il quale ha deciso di ricordare l'ottantesimo anniversario dell'emanazione delle leggi razziali, razziste, del 1938 facendo una scelta sorprendente: nominando quale senatrice a vita una vecchia signora, una persona tra le pochissime ancora viventi in Italia che porta sul braccio il numero di Auschwitz.
Porta sul braccio il numero di Auschwitz e ha il compito non solo di ricordare, ma anche di dare, in qualche modo, la parola a coloro che ottant'anni orsono non la ebbero; a quelle migliaia di italiani, 40.000 circa, appartenenti alla piccola minoranza ebraica, che subirono l'umiliazione di essere espulsi dalle scuole, dalle professioni, dalla società, quella persecuzione che preparò la shoah italiana del 1943-1945, che purtroppo fu un crimine anche italiano, del fascismo italiano.


Soprattutto, si dovrebbe dare idealmente la parola a quei tanti che, a differenza di me, non sono tornati dai campi di sterminio, che sono stati uccisi per la sola colpa di essere nati, che non hanno tomba, che sono cenere nel vento. Salvarli dall'oblio non significa soltanto onorare un debito storico verso quei nostri concittadini di allora, ma anche aiutare gli italiani di oggi a respingere la tentazione dell'indifferenza verso le ingiustizie e le sofferenze che ci circondano.  A non anestetizzare le coscienze, a essere più vigili, più avvertiti della responsabilità che ciascuno ha verso gli altri.
In quei campi di sterminio altre minoranze, oltre agli ebrei, vennero annientate. Tra queste voglio ricordare oggi gli appartenenti alle popolazioni rom e sinti, che inizialmente suscitarono la nostra invidia di prigioniere perché nelle loro baracche le famiglie erano lasciate unite; ma presto all'invidia seguì l'orrore, perché una notte furono portati tutti al gas e il giorno dopo in quelle baracche vuote regnava un silenzio spettrale.
Per questo accolgo con grande convinzione l'appello che mi ha rivolto oggi su «la Repubblica» il professor Melloni. Mi rifiuto di pensare che oggi la nostra civiltà democratica possa essere sporcata da progetti di leggi speciali contro i popoli nomadi. Se dovesse accadere, mi opporrò con tutte le energie che mi restano.  Mi accingo a svolgere il mandato di senatrice ben conscia della mia totale inesperienza politica e confidando molto nella pazienza che tutti loro vorranno usare nei confronti di un'anziana nonna, come sono io. Tenterò di dare un modesto contributo all'attività parlamentare traendo ispirazione da ciò che ho imparato. Ho conosciuto la condizione di clandestina e di richiedente asilo; ho conosciuto il carcere; ho conosciuto il lavoro operaio, essendo stata manodopera schiava minorile in una fabbrica satellite del campo di sterminio. Non avendo mai avuto appartenenze di partito, svolgerò la mia attività di senatrice senza legami di schieramento politico e rispondendo solo alla mia coscienza.
Una sola obbedienza mi guiderà: la fedeltà ai vitali principi ed ai programmi avanzatissimi - ancora in larga parte inattuati - dettati dalla Costituzione repubblicana.Con questo spirito, ritengo che la scelta più coerente con le motivazioni della mia nomina a senatrice a vita sia quella di optare oggi per un voto di astensione sulla fiducia al Governo.
Valuterò volta per volta le proposte e le scelte del Governo, senza alcun pregiudizio, e mi schiererò pensando all'interesse del popolo italiano e tenendo fede ai valori che mi hanno guidata in tutta la vita.
Senatrice Liliana Segare