Come donne in nero di Padova desideriamo condividere informazioni e riflessioni intorno alla guerra.
Crediamo che la guerra mostri oggi la sua totale crudeltà e inutilità.
01 febbraio 2013
SI PUO' DIRE DI NO ALL'ODIO E ALLA VIOLENZA
Due narratori, un uomo e una donna, sette storie vere di coraggio provenienti da uno dei conflitti più atroci dei nostri tempi: la guerra che ha insanguinato la ex Jugoslavia tra il 1991 e il 1995.
Le storie sono tratte dal libro “I giusti nel tempo del male. Testimonianze del conflitto bosniaco” di Svetlana Broz.
Sono straordinarie testimonianze di persone comuni, che hanno scelto la solidarietà invece del conflitto, che hanno detto do all'odio e alla guerra.
29 gennaio 2013
FARE LA PACE SI PUÒ
COLOMBIA: LA PACE SENZA LE DONNE NON VA AVANTI
Iniziativa di solidarietà con le donne colombiane che
si stanno adoperando con tutta la loro energia perché ci sia finalmente una
conclusione negoziata del conflitto armato che dura da quasi cinquant’anni nel
loro paese.
Attualmente sono in corso all'Avana negoziati tra il
Governo colombiano e la guerriglia (FARC) con il sostegno dei governi di Cuba e Norvegia
come “garanti” e Venezuela e Cile come accompagnatori.
Nei
decenni scorsi le violenze di guerra di molti attori armati (esercito, polizia,narcotrafficanti, guerriglie,
paramilitari) hanno prodotto morti, stupri, masse di popolazioni scacciate
dalla propria terra, miseria, discriminazioni in particolare sulle donne contadine
e di discendenza afro, devastazioni del territorio. In mezzo a queste tragedie,
da anni durano le tenaci e coraggiose forme di resistenza nonviolenta di donne,
pagata anche a caro prezzo: minacce a loro e alle loro famiglie, percosse,
aggressioni sessuali, uccisioni.
Numerose donne appartenenti a 44 organizzazioni e gruppi
molto vari e provenienti da tutte le regioni della Colombia hanno unito le loro
voci nel coordinamento Mujeres por la Paz.
Ancora una volta riaffermano il loro impegno etico e politico per la
costruzione della pace e un’uscita negoziata dal
conflitto sociale e armato.
Nel documento finale dell’incontro che hanno tenuto a
Bogotà il 4-5 dicembre 2012, le 44 organizzazioni hanno invitato il governo e
la guerriglia a "non alzarsi dal tavolo fin quando non siano giunti
all'accordo che ponga fine al conflitto armato", affermando che "è
imprescindibile che noi donne siamo protagoniste nel processo di dialogo, nella
costruzione della pace e nelle decisioni che si prenderanno per realizzare
questi propositi".
Noi, Donne in Nero contro la guerra, convinte che la pace si può fare
solo rifiutando la logica delle armi, ci uniamo
alle richieste delle Mujeres por la Paz colombiane; conosciamo
il loro impegno che dura da molti anni per la costruzione della pace, una pace
che significa smilitarizzare i territori, le menti, le parole. Con la
partecipazione delle donne si potrà raggiungere una pace giusta.
Manifestiamo
la nostra solidarietà
Giovedì
31 gennaio 2013 alle 17.30
a
Padova, in Piazzetta Garzeria
Nel corso della manifestazione
raccoglieremo adesioni su un testo di sostegno alla dichiarazione delle MUJERES
POR LA PAZ, che verrà inviato ai negoziatori
SOSTENIAMO I
NEGOZIATI DI PACE IN COLOMBIA E RIVENDICHIAMO LA NECESSITà DI POR FINE A TUTTI I CONFLITTI
ARMATI CHE INSANGUINANO IL PIANETA: FARE LA PACE SI PUò !
Donne in Nero
Padova, 31 gennaio 2013
donneinnero.padova@gmail.com
26 gennaio 2013
27 gennaio Giornata della Memoria.
Che questa giornata sia occasione di riflessione per un impegno contro ogni violenza dell'essere umano contro l'essere umano.
Dal Diario (1941-1943) di ETTY HILLESUM:
Una pace futura potrà essere veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in se stesso – se ogni uomo si sarà liberato dall’odio contro il prossimo, di qualunque razza o popolo, se avrà superato quest’odio e l’avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore se non è chiedere troppo. E’ l’unica soluzione possibile…. (p.127)
…..Se tutto questo dolore non allarga i nostri orizzonti e non ci rende più umani, liberandoci dalle piccolezze e dalle cose superflue di questa vita, è stato inutile…. (p.185)
…. Non vedo altre alternative, ognuno di noi deve raccogliersi e distruggere in se stesso ciò per cui ritiene di dover distruggere gli altri. E convinciamoci che ogni atomo di odio che aggiungiamo al mondo lo rende ancor più inospitale…. (p.212)
….Si vorrebbe essere un balsamo per molte ferite… (p.219)
….la miseria che c’è qui è veramente terribile – eppure, alla sera tardi, quando il giorno si è inabissato dentro di noi, mi capita spesso di camminare di buon passo lungo il filo spinato, e allora dal mio cuore s’innalza sempre una voce – non ci posso fare niente, è così, è di una forza elementare -, e questa voce dice: la vita è una cosa splendida e grande, più tardi dovremo costituire un mondo completamente nuovo. A ogni nuovo crimine o orrore dovremo opporre un nuovo pezzetto di amore e di bontà che avremo conquistato i noi stessi. Possiamo soffrire ma non dobbiamo soccombere. E se sopravviveremo intatti a questo tempo, corpo e anima ma soprattutto anima, senza amarezza, senza odio, allora avremo anche il diritto di dire la nostra parola a guerra finita. Forse io sono una donna ambiziosa: vorrei dire anch’io una piccola parolina…. (p.245)
20 gennaio 2013
sessismo e razzismo
Buongiorno,
La
storia piuttosto impressionante qui sotto riportata è importante come
illustrazione di una sfaccettatura del razzismo israeliano raramente discussa. La
versione inglese della storia, va notato, usa un linguaggio piuttosto
edulcorato, parlando di donne “incoraggiate ad accettare” di prendere iniezioni
di controllo di natalità. L’originale in ebraico dice più chiaramente che le
donne erano in fondo forzate a prendere le punture.
Chi conosca l’ebraico e voglia ricevere un
doppio choc in una sola volta può seguire il link della versione della storia
in ebraico e leggere i commenti dei lettori. Molti di loro, di fatto dei più
popolari tra di loro, esprimono un sostegno entusiasta per la politica qui
sotto descritta, impiegando ragionamenti razzisti senza la minima ambiguità (se
“ragionare” è la parola giusta per questo). A questo assomiglia l’opinione
pubblica in Israele, oggi.
Grazie,
Sergeiy.
Perché
il tasso di natalità della comunità etiope in Israele diminuisce?
Le
donne dicono che aspettando nei campi di transito in Etiopia sono state
incoraggiate ad accettare iniezioni di prodotti di controllo di natalità di
lunga durata.
Le donne
che sono migrate dall’Etiopia in Israele
otto anni fa, dicono che avevano detto loro che non sarebbero state autorizzate
a venire in Israele a meno di accettare una iniezione del prodotto di controllo di natalità di lunga
durata Depo Provera, secondo un rapporto
d’indagine presentato ieri al Programma di educazione della Televisione
israeliana “Vacuum”.
Le
donne dicono che aspettando in campi di transito in Etiopia per emigrare, sono
state poste in laboratori di pianificazione familiare dove le si è incoraggiate
ad accettare l’iniezione – un accusa negata al tempo stesso dal Joint, il Comitato
congiunto di distribuzione che dirige le cliniche, e dal ministero della Salute.
“Noi
abbiamo detto che non volevamo l’iniezione. Loro ci hanno detto, se voi non
volete andare in Israele. E anche non sarete ammesse nell’ufficio del Joint
(Comitato congiunto americano di distribuzione), non riceverete assistenza né
cure mediche. Avevamo paura …non avevamo scelta. Senza di loro e il loro aiuto,
non potevamo andarcene. Quindi abbiamo accettato
l’iniezione. È unicamente con il loro permesso che si era
autorizzate a partire”, ha ricordato Emawayish, qui è emigrata dall’Etiopia,
otto anni fa. Era una delle 35 donne i cui racconti sono stati raccolti da Sebba
Reuven, che raccontano come sono state incoraggiate e minacciate fino ad
accettare il prodotto iniettabile di controllo di natalità.
Il
tasso di natalità nella popolazione etiope immigrata in Israele e caduto di
quasi il 20% (“quasi del 50% nella versione in ebraico) in 10 anni. Secondo il rapporto,
le donne ricevevano iniezioni di Depo Provera nei laboratori del planning
familiare nei campi di transito, una pratica continuata une volta arrivate in
Israele. Le donne intervistate per l’indagine hanno riferito che si era detto
loro nei campi di transito che avere più figli avrebbe reso la loro vita più
difficile in Etiopia e in Israele, e anche che si sarebbe loro vietato di
venire in Israele se rifiutavano.
Il
Joint ha detto in risposta a “Vacuum” che i laboratori di planning familiare
figuravano fra i servizi che forniva alle immigranti, che imparavano a
distanziare la nascita dei loro figli, “ma non consigliamo loro di avere delle
piccole famiglie. È una questione di scelta personale, ma diciamo loro che è possibile.
Le affermazioni delle donne secondo le quali ‘il rifiuto dell’iniezione le escluderebbe
da cure mediche e aiuti economici e minacciava la loro possibilità di immigrare
in Israele’ sono fesserie. L’équipe medica non interviene direttamente né indirettamente
nell’aiuto economico e il Joint non è coinvolto nelle procedure di aliyah. Riguardo all’uso di Depo
Provera, studi dimostrano che è la forma di controllo di natalità più popolare
fra le donne etiopi” ha detto il Joint.
Nella
sua risposta a “Vacuum”, il ministero della Salute ha detto che non aveva «raccomandato
o cercato di incoraggiare l’utilizzo di Depo Provera e che se queste iniezioni
sono state utilizzate, era contro la nostra posizione. Il ministero della
Salute fornisce consulenze familiari nel quadro della sezione clinica di
neonati e questa opinione è fornita anche dai medici delle organizzazioni di
mantenimento della salute”.
L’Agenzia
Ebraica che è responsabile per l’emigrazione ebraica dall’estero, ha detto in
risposta che essa adotta una visione rigorosa di ogni sforzo di interferire nei
processi di planning familiare di immigranti etiopi, aggiungendo che “mentre
l’Agenzia ebraica non ha mai avuto laboratori di planning familiare per questo
gruppo in Etiopia o in centri di assorbimento di immigranti in Israele, il campo
di transito di immigranti a Gondar, come segnala l’inchiesta, era
precedentemente gestito da altre agenzie”.
15 gennaio 2013
Porta del sole, villaggio della speranza
Lettera alla mia gente nel villaggio di Bab al-Shams
Da
Beirut la lettera di Elias Khoury, l'autore di "Gate of the Sun", al
popolo del villaggio palestinese di Bab al-Shams: "Siete voi la
Palestina".
adminSito
lunedì 14 gennaio 2013 08:46
di Elias Khoury*
Beirut, 14 gennaio 2013, Nena News - Elias Khouri ha scritto questa lettera per gli abitanti di Bab al-Shams, chiamato come il villaggio palestinese del suo romanzo, "Gate of the Sun", "Porta del Sole".
"Non dirò che avrei voluto essere con voi, sono con voi. Vi guardo e vedo il sogno che attraverso le vostre mani è diventato una realtà radicata nella terra. 'Su questa terra è quello che rende la vita degna di essere vissuta', come scrisse Mahmoud Darwish, quando avete costruito il vostro incredibile villaggio gli avete dato nuovo significato. Siete diventati i figli di questa terra e i suoi padroni.
Questa è la Palestina che Younis sognava nel romanzo 'Bab al-Shams / Gate of the Sun'. Younis aveva un sogno fatto di parole e le parole divennero ferite che sanguinavano sopra la terra. Voi, gente di Bab al-Shams, siete diventati le parole che portano con sé il sogno di libertà e del ritorno della Palestina alla Palestina.
Vedo nel vostro villaggio tutte le facce di quelli che ho amato e che sono partiti verso la terra della nostra promessa palestinese. La Palestina è la promessa degli estranei che furono espulsi dalle loro terre e che continuano ogni giorno ad essere espulsi dalle loro case.
Estranei, ma siete ancora i figli della terra, delle sue olive e del suo olio! Voi siete le olive della Palestina che sorge sotto il sole dell'ingiustizia e, come voi avete costruito il vostro villaggio, la luce della libertà divampa con voi.
Luce su luce.
Vedo nei vostri occhi una nazione nata dalle rovine della Nakba che va avanti da 64 anni.
Vi guardo e nel mio cuore crescono le parole. Guardo voi e le parole crescere nel mio cuore, alzars e esplodere nel cielo.
Alla fine, desidero solo che voi mi accettiate come cittadino del vostro villaggio, così che possa imparare insieme a voi il significato di libertà e giustizia".
Beirut, 12 gennaio 2013
*Articolo pubblicato su Mondoweiss. Traduzione a cura della redazione di Nena News
Beirut, 14 gennaio 2013, Nena News - Elias Khouri ha scritto questa lettera per gli abitanti di Bab al-Shams, chiamato come il villaggio palestinese del suo romanzo, "Gate of the Sun", "Porta del Sole".
"Non dirò che avrei voluto essere con voi, sono con voi. Vi guardo e vedo il sogno che attraverso le vostre mani è diventato una realtà radicata nella terra. 'Su questa terra è quello che rende la vita degna di essere vissuta', come scrisse Mahmoud Darwish, quando avete costruito il vostro incredibile villaggio gli avete dato nuovo significato. Siete diventati i figli di questa terra e i suoi padroni.
Questa è la Palestina che Younis sognava nel romanzo 'Bab al-Shams / Gate of the Sun'. Younis aveva un sogno fatto di parole e le parole divennero ferite che sanguinavano sopra la terra. Voi, gente di Bab al-Shams, siete diventati le parole che portano con sé il sogno di libertà e del ritorno della Palestina alla Palestina.
Vedo nel vostro villaggio tutte le facce di quelli che ho amato e che sono partiti verso la terra della nostra promessa palestinese. La Palestina è la promessa degli estranei che furono espulsi dalle loro terre e che continuano ogni giorno ad essere espulsi dalle loro case.
Estranei, ma siete ancora i figli della terra, delle sue olive e del suo olio! Voi siete le olive della Palestina che sorge sotto il sole dell'ingiustizia e, come voi avete costruito il vostro villaggio, la luce della libertà divampa con voi.
Luce su luce.
Vedo nei vostri occhi una nazione nata dalle rovine della Nakba che va avanti da 64 anni.
Vi guardo e nel mio cuore crescono le parole. Guardo voi e le parole crescere nel mio cuore, alzars e esplodere nel cielo.
Alla fine, desidero solo che voi mi accettiate come cittadino del vostro villaggio, così che possa imparare insieme a voi il significato di libertà e giustizia".
Beirut, 12 gennaio 2013
*Articolo pubblicato su Mondoweiss. Traduzione a cura della redazione di Nena News
23 dicembre 2012
BUON ANNO!
Auguri a tutte e tutti,
- e tutte ne abbiamo bisogno,per non cedere alla tentazione di fermarsi,per continuare ad alzare la voce,per dare voce a chi non riesce a farsi ascoltare -.
Auguri alle Donne in Nero di vivere con passione e speranza,alle donne della Ruta Pacifica che dopo tanti anni di guerra cominciano a intravedere la pace,alle donne dei Balcani che proseguono il loro impegno per la verità e la giustizia,alle donne di Palestina che continuano a vivere nonostante l'occupazione,alle donne di Israele che continuano a vivere nonostante il loro governo,
a tutte le donne a a tutti gli uomini che in ogni luogo si oppongono alla violenza e alla guerra.
Con passione e speranza
Marianita
03 dicembre 2012
IL MONDO IN GUERRA - 2011
Mai
così tante guerre come nel 2011. E mai così tanti soldi spesi per gli armamenti
Il
Conflict Barometer è una pubblicazione annuale ad opera dell’Università di
Heidelberg che descrive le recenti tendenze e gli sviluppi per quanto riguarda
i conflitti e, più in generale, le situazioni di crisi in corso nel mondo. E’
suddiviso in 5 sezioni (una per ogni macroarea geografica) e offre delle schede
dettagliate, corredate da didascalie, in cui sono presentate tutte le guerre
accese, concluse e in corso in un determinato anno. L’approccio metodologico
consiste nella definizione di conflitto e nella misurazione dell’intensità
dello stesso.
Stando
all’ultima edizione, nel 2011 sono state registrate 388 situazioni di conflitto
armato. Il numero più alto dal secondo dopoguerra ad oggi.
"Dal
2010 al 2011 il numero totale di conflitti è passato da 370 a 388: 18 in più.
Particolarmente significativo l’aumento nel numero di guerre: dai 6 casi del
2010 si è passati ai 20 del 2011. Un confronto storico con i dati in possesso
dell’Heidelberg Institute, raccolti a partire dal 1945, dimostra che il 2011 è
l’anno con il numero più elevato di guerre mai registrato dalla fine del
secondo conflitto mondiale. 6 guerre già registrate nel 2010 hanno mantenuto
nel 2011 il medesimo livello di gravità: Iraq, Afghanistan, Pakistan, Sudan,
Somalia e Messico. Altre 14 situazioni di conflitto sono esplose ex novo o
degenerate in guerre aperte.
….
“L’assetto
economico è sempre stato decisivo nel contribuire a determinare il grado di
conflittualità delle relazioni internazionali, sia per via dei conflitti che
riguardano l’accaparramento di risorse strategiche (petrolio, acqua, terra) sia
per le acute tensioni che si possono generare nelle relazioni tra creditori e
debitori, all’interno del mercato internazionale.
…
Negli
ultimi 50 anni, la condivisione forzata dei bacini ha prodotto 37 conflitti
violenti. “Oltre 50 paesi nei prossimi anni potrebbero entrare in dispute
violente sulla gestione di laghi, fiumi, dighe e acque sotterranee”. Negli
ultimi 5-6 anni, il prezzo reale del cibo è sostanzialmente raddoppiato.
L’indice del prezzo mondiale del cibo, pari a 107 nel 1990, è aumentato
progressivamente, fino a raggiungere nel febbraio 2011 la vetta di 209.3. A
febbraio 2012, l’indice era ancora molto alto (195.2).
... la
principale causa degli aumenti di prezzo risiede nella “finanziarizzazione del
mercato delle commodities“, ossia nel ruolo giocato dagli speculatori e dai
mercati finanziari mondiali nel plasmare le politiche fiscali delle potenze
mondiali e, perciò, il panorama macroeconomico dentro al quale ogni economia è
costretta a muoversi.
…
Nel
2011 la spesa militare aggregata a livello globale ha raggiunto i 1.630
miliardi di dollari. [...] Le democrazie nel mondo sono 77, con caratteristiche
molto variabili e diversi gradi di rispetto dei diritti umani [...] sono invece
34 i paesi che vivono sotto regimi dichiaratamente autocratici o oligarchici. A
cavallo tra i diversi sistemi politici ci sono 43 paesi definiti fragili.
…
Più
di un miliardo di bambini e adolescenti (dati Unicef) vive in scenari di
guerra; tra questi, circa 300 milioni hanno meno di 5 anni d’età (2009).
…
Secondo
i dati del Sipri di Stoccolma, la spesa militare aggregata a livello globale ha
subito un incremento in termini reali di circa il 26% dal 2007 al 2011,
raggiungendo i 1.630 miliardi di dollari, risentendo in modo limitato degli
effetti negativi della crisi economico-finanziaria. “La spesa militare globale
-evidenzia il rapporto- assorbe circa il 2,7% delle risorse mondiali."
In
proposito, è inutile sottolineare che il mercato delle armi è forse l’unico
business al mondo che non conosce crisi – droga e traffico di esseri umani a
parte. Anche a causa di un (mancato) Trattato sul disarmo auspicato dalle
Nazioni Unite ma che non si riesce a firmare. Tanti, troppi gli interessi
contrari.
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